Bambini tra due storie

La doppia appartenenza nell'Affido Familiare

…non cancellarmi perché ho bisogno

di rimanerti in testa il tempo di sfatare il sogno

Accetto miracoli, Tiziano Ferro

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Ben esprime Tiziano Ferro con queste parole la domanda, sempre urgente e insita nell’esperienza umana, di essere di qualcuno, di essere tenuti nella mente. Ed essere tenuti nella mente vuol dire essere visti, riconosciuti ed accettati.

Così come essere di qualcuno, vuol dire appartenere, avere una propria storia, essere inscritti all’interno di una narrazione familiare.

Appare evidente come la costruzione della propria identità sia strettamente connessa alla qualità delle relazioni familiari, alla fiducia nei legami e allo sviluppo di un profondo senso di appartenenza (per un maggiore approfondimento si rimanda all'articolo "Le radici dell'identità - Il mondo del bambino).

Con una semplificazione si potrebbe dire che appartenere significa esistere.

Lo sviluppo del proprio Sé infatti poggia sul riconoscimento delle proprie radici: là dove sono chiare e definite, non sarà difficile individuare il proprio posto nel mondo relazionale e godere di una stabilità emotiva e affettiva; ma cosa accade quando tale appartenenza è messa a dura prova da una prescrizione di allontanamento del bambino dalla sua famiglia d’origine? Cosa potrebbe provare un bambino che, in una fase delicata del suo sviluppo, viene temporaneamente affidato alle cure di un’altra famiglia, di genitori che non sono i suoi? Come potrebbe rispondersi quando si chiede “chi sono io?” e “di chi sono io?”

In un momento in cui l’identità personale è ancora in formazione, essa è fortemente legata ai diversi “noi” familiari a cui appartiene. Nel caso dell’affido, i noi familiari sono il sistema famiglia d’origine e il sistema famiglia affidataria; il rischio è che, nella ricerca di una nuova identità familiare, il bambino possa sentirsi inserito “tra” due storie e quindi non appartenente a nessuna.

Non in più famiglie, ma in uno spazio indefinito, dove collocarsi implicherebbe inevitabilmente scegliere e preferire l’appartenenza ad una famiglia piuttosto che ad un’altra.

Di fatto, l’appartenenza a due storie familiari è piuttosto complessa: il bambino affidato potrebbe sentirsi emotivamente incastrato in un conflitto di lealtà, arrivando a provare sensi di colpa nel manifestare i suoi sentimenti di affetto per una famiglia piuttosto che per l’altra, nutrendo sentimenti contraddittori e ambivalenti che lo portano ad avere paura di deludere ora l’una (chi lo ha generato), ora l’altra famiglia (chi si prende cura).

L’atteggiamento reciproco delle due famiglie può esasperare o ridurre questo conflitto di lealtà.

Il bambino in affido è inserito in un sistema umano complesso dove il suo sviluppo è influenzato sia dalla doppia connessione alle due famiglie, sia all’impegno di queste ultime nel favorire e facilitare il contatto tra i due sistemi familiari, in funzione del maggiore interesse del minore.

È dunque proprio nella qualità delle relazioni tra i diversi sistemi familiari che si fonda la costruzione di una doppia appartenenza funzionale alla crescita del bambino.

In altri termini, un buon progetto di affido familiare deve poter contare sulla costruzione e sul mantenimento nel tempo di una buona alleanza genitoriale tra famiglia d’origine e famiglia affidataria.

Nell’ottica di uno scambio aperto e collaborativo, è fondamentale la costruzione di un accordo tra le famiglie teso a rafforzare la sensazione nel figlio che le due famiglie sono una squadra alleata che si adopera nel garantire al bambino una continuità affettiva reciproca. E allora, per la famiglia affidataria, sarebbe come prepararsi ad abbracciare il bambino ed “includere” in questo abbraccio anche la famiglia d’origine.

In questa sorta di accordo implicito o patto affidatario, si realizza un processo di integrazione tra le diverse storie familiari, in cui le differenze non vengono semplicemente accettate, ma riconosciute e tutelate, in nome dell’originalità e della specificità di cui il bambino è portatore.

E il bambino in affido è portatore di un suo bagaglio di vita: un bagaglio di storia individuale e familiare che porta con sé e che deve entrare nella casa della famiglia affidataria con lui, se non prima di lui. Un bagaglio che deve essere custodito con cura e rispetto, perché è parte costitutiva della sua storia. Una storia che non può essere cancellata. Negarne l’esistenza, significherebbe disconoscere il passato del bambino, con serie ripercussioni sulla costruzione della sua identità.

Tante allora le identità da preservare in un progetto di affido: identità individuale del bambino e identità dei legami delle diverse famiglie con il bambino. È evidente che quanto più la famiglia affidataria sentirà saldo il legame con il figlio in affido, tanto meno si sentirà minacciata dall’influenza della famiglia d’origine. Allo stesso modo, quanto più la famiglia d’origine sentirà custodita l’identità del legame con il figlio, tanto più sarà disponibile ad accettare il contributo positivo della famiglia affidataria.

Solo così, quest’ultima realizzerà il suo mandato di accoglienza: aprire le porte della propria casa ad un bambino, affinché possa tornare felice nella sua.

Solo nutrendo un vero sentimento di accettazione verso il bambino reale, considerato come creatura storica e in quanto tale, facente parte di un passato, si porranno le condizioni per un affido basato sul riconoscimento della doppia appartenenza, come ricchezza e non come limite relazionale.

Ed allora il bambino non si sentirà più “tra” due storie, ma si riconoscerà sia nell’una (la famiglia d’origine), sia nell’altra (la famiglia in più).

 

Per Approfondire:

Terragni, M. S., 1992, L’altra faccia dell’affido, Storie di bambini restituiti.

https://www.personaedanno.it/articolo/tra-famiglia-di-origine-e-famiglia-adottante-la-doppia-appartenenza-dell-adozione-mite-sara-costanzo

Scabini, E., Cigoli, V., 2000, Il famigliare, Legami, simboli e transizioni, ed. Raffaello Cortina Editore

Dott.ssa Valentina Moffa

Psicologa e Pedagogista Clinico

 

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