Calcio o bambole?

Sulle prescrizioni di genere

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Perché le bambine scelgono le bambole e i maschietti invece prediligono una partita di pallone o la pista delle macchinine? Il quesito è vetusto e non esente da cenni provocatori ma può essere tranquillamente rispolverato per sviluppare riflessioni e perché no,  anche  dibattitti alla luce di tante tematiche forse ancora più attuali. Il tema è stato spesso trattato dalla nostra rivista, in quanto è un argomento a noi molto caro  (Infatti, per approfondimenti si rimanda all articolo Il Gender-questo frainteso); qui viene ancora riproposto con delle riflessioni aggiuntive.

Quello che c’ è in ballo, ed è forse la cosa che ci preme di più, è il nostro caro, amato concetto di identità. Ovvero è il genere e le conseguenze sul piano socio-culturale che esso o comporta a determinare chi siamo veramente? Quando scegliamo veramente chi vogliamo essere?  (Per ulteriori approfondimenti si rimanda all articolo  Stereotipi e pregiudizi – Una rosa se non si chiamasse rosa”).

Ma partiamo dall’inizio: cosa intendiamo per genere ?  E cosa si intende per sesso? Sono i due concetti legati tra di loro?

Con il termine sesso si fa riferimento alle principali caratteristiche biologiche: genetiche, sessuali primarie (genitali) e secondarie (barba e seno per esempio) e del cervello, con le quali vengono distinti maschio e femmina.

Il genere è la categoria sociale e culturale di maschile o femminili: queste derivano dalle differenze biologiche dei sessi.

Fin qui tutto chiaro no?

Allora aggiungiamo altri elementi alla nostra riflessione. Quando emerge la consapevolezza di appartenere ad una categoria rispetto che a un’altra? Ovvero quando i bambini si svegliano e decidono di appartenere alla categoria dei “maschi” o  delle “femmine” e di fare le diverse scelte proprie di una categoria piuttosto che dell’altra?

La differenziazione di natura puramente sessuale, ovvero lo sviluppo di  un’identità sessuale avviene molto precocemente; infatti secondo Camaioni e Di Blasio, già all’età di un’ anno i bambini  sembrano reagire in maniera distinta a coetanei appartenenti allo stesso sesso o all’altro. Ovvero tendono a rivolgere più attenzione a coetanei dello stesso sesso.

Dunque, l’identificazione del sesso biologico avviene quasi subito la nascita . E il concetto di genere? Per acquisire la distinzione di genere dobbiamo aspettare circa i due anni di età, quando i bambini compiono scelte diverse sul tipo di giochi e giocattoli; a tre anni si avranno anche scelte marcate dei compagni di giochi per lo più dello stesso sesso.

La comprensione e l’interiorizzazione del concetto di genere avviene attraverso tre momenti; ovvero l’acquisizione della identità di genere, della stabilità di genere e della congruenza di genere. L’identità di genere si sviluppa attorno ai 3 anni, come si accennava in precedenza; i bambini, in questa fase iniziano a differenziare le due categorie di appartenenza sociale. Questo si esprime con scelte verso giochi e attività ludiche diverse.  La stabilità di genere viene acquisita attorno ai 4 anni; i bambini, in questa fase iniziano a rendersi conto che le differenze sessuali non cambiano con il tempo.  A 6 anni, iniziano a comprendere che la differenza biologica è intrinseca e immodificabile anche al variare dell’abbigliamento e dell’aspetto esteriore.

Un attento lettore ma forse anche quelli un pochino più  distratti avranno sicuramente notato che mentre la differenziazione del sesso biologico sembra essere acquisita ad un età piuttosto precoce, l’acquisizione del concetto di genere e della relativa scelte delle due categorie avviene dopo due anni circa dalla prima e si completa ben dopo 5 anni.  Cosa avviene in questo buco temporale? Cosa determina una scelta piuttosto che un’altra? Un ruolo chiave è giocato indubbiamente dalle variabili biologiche, genetiche e anatomiche; ad esempio pensiamo alla diversa quantità di ormoni presenti nei due sessi.

Tuttavia, questo da solo non è chiaramente sufficiente; dobbiamo chiaramente attingere al contesto culturale e sociale per fare maggiore luce sulla faccenda.

Infatti, un grande ruolo in questa vicenda è giocato dall’interazione con i modelli trasmessi dal mondo degli adulti, soprattutto dei genitori. Ma non solo; mi riferisco ai cartoni animati, ad esempio. Mi soffermo maggiormente su quelli che venivano proposti alla sottoscritta da piccola; c’erano principesse (più o meno umane) che finivano per sfoggiare bellissimi vestiti e gioielli, che tentavano di avere un barlume di libertà ma quasi sempre l’epilogo era quello di finire nelle braccia di un’incantevole principe azzurro. Poi penso i giocattoli; io non sceglievo ma quelli che mi venivano proposti, ma sia all’asilo che a casa, erano perlopiù barbie agghindate come alberi di natale case per bambole o cucine finte.  Potrei anche aggiungere i classici vestiti di carnevale tipicamente affibbiati ai bambini; Zorro o Superman per lui e Biancaneve, fatina per lei. Si potrebbe andare avanti all’infinito ma non voglio rubare dell’altro tempo prezioso che invece vi invito a dedicare a considerazioni, pensieri su questo.

Ma i punti che voglio veramente scrivere con un gessetto bianco sulla lavagna delle vostre riflessioni è questa: quanto è veramente importante l’appartenenza a un genere o all’altro sulla costruzione dell’identità personale? Quanto margine di cambiamento lascia concretamente la società, nel corso della crescita dell’individuo, rispetto all’ “originale assegnazione”?  E ancora, in che misura tutto questo si lega con l’essenza dell’identità personale? (Per ulteriori approfondimenti si rimanda agli articoli Identità - Come si risponde alla domanda "chi sei?" e Formazione dell'identità- Un processo senza fine”).

Dott.ssa Chiara Moriglia

Psicologa e Psicoterapeuta in formazione a Perugia

 mail: morigliachiara@gmail.com

Per Approfondire:

- Luigia Camaioni, Paola Di Blasio. Psicologia dello sviluppo. Mulino Editore, 2007

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