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Stando all’Enciclopedia Treccani - e nell’accezione comune del termine - per cultura si intende l’insieme delle “cognizioni intellettuali” acquisite dall’individuo tramite soprattutto i propri studi. Inoltre, lo stesso termine viene utilizzato genericamente per indicare “il complesso delle istituzioni politiche, sociali o economiche delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico”.

Come si vede, questo vocabolo nella nostra lingua non ha un’unica definizione ed acquisisce un proprio significato in base al contesto in cui viene utilizzato. Se da una parte lo si può adoperare per riferirsi al patrimonio intellettuale dell’individuo, dall’altra indica l’insieme di manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di una società.

In questo articolo vorremmo proporre una riflessione sulla cultura intesa nelle sue diverse sfaccettature, introducendo innanzitutto una considerazione sulla definizione di mero “sapere enciclopedico” proprio dell’individuo e acquisito tramite lo studio. Già Gramsci stesso in un articolo del 1916 criticò tale terminologia, che ridurrebbe l’uomo ad un semplice “recipiente da riempire”.

Contemporaneamente, considerando la cultura anche nella concezione più antropologica e riferita ai popoli ed alle società, ci proponiamo di ragionare sull’importanza di una valorizzazione delle culture locali e regionali italiane.

In questa direzione, vorremmo riferirci alla cultura intesa come insieme di storie e narrazione delle stesse. Riteniamo che tale narrazione è resa possibile dai molteplici e variegati prodotti offerti dai diversi territori che caratterizzano il nostro paese. Ad esempio, per il fatto che essi sono il frutto di millenni di relazioni tra persone.

In tal senso, chiediamo al lettore di non pensare ai prodotti come semplici oggetti di consumo, bensì come a ciò che - prendendo in prestito una concettualizzazione di Marc Augè - è connotato antropologicamente, conferisce un’identità alle persone, ne valorizza le differenze e fa in modo che entrino in relazione tra loro.

In contrapposizione a questo modo di intendere i prodotti del nostro territorio, possiamo riferirci al neologismo dello stesso autore “non-luoghi”, che egli identifica in quegli spazi caratterizzati da un’assenza di conoscenza individuale, spontanea ed umana. Sono spazi spesso fatti con lo stampino, proliferano nella contemporaneità e sono rappresentativi dell’epoca in cui viviamo.

La riflessione, impostata in questo modo, potrebbe risultare complessa e astratta. Tuttavia, può diventare molto più facile da comprendere intuitivamente, se immaginata in un senso meno trascendentale e più empirico. Ad esempio, proviamo a pensare all’enogastronomia, ai diversi beni locali che una terra fertile come quella della nostra nazione ci regala e, soprattutto, a come questi costituiscono la materia prima di piatti e ricette tradizionali che vengono tramandati, alcuni anche da migliaia di anni. O ancora, pensiamo alle usanze locali, alle feste, all’architettura dei diversi paesi e città che andiamo a visitare; agli artigiani che lavorano le ceramiche, il legno o altri materiali e che in anni di duro lavoro, imparando dagli errori, perfezionano tecniche ereditate dalle generazioni passate.

Purtroppo, passeggiando per le strade di molti paesi italiani, come nelle grandi metropoli, sono sempre più frequenti le realtà plasmate dal consumismo e dalle problematiche connesse all’economia contemporanea. È sempre più raro invece incontrare persone e professionisti che dedicano la loro esistenza ad un artigianato che economicamente potrebbe non risultare conveniente.

Oggi giorno vige una regola non scritta secondo la quale chi ha maggiori disponibilità economiche tende ad omologare il mercato. Ad esempio, se si gira per il centro di Roma - così come nella ben più piccola realtà di Peschici -, ci si imbatte in diversi negozi che offrono stessi gadget con i medesimi prezzi affissi sopra. I negozi stessi sono organizzati in maniera identica. Gli oggetti venduti in copia non presentano imperfezioni, eppure non raccontano nulla.

Inoltre, questa omologazione fa pensare che il destinatario dei gadget sia un uomo statisticamente medio e senza distinzioni, con una generalizzazione che tende a negare le differenze e in questo modo la soggettività identitaria. Pasolini definirebbe questa dinamica “la trasformazione antropologica della classe sociale in consumatore”. Riferendosi al fatto che se prima una persona si identificava nel ruolo di operaio, o di impiegato ad esempio, ora l’omologazione del mercato li rende entrambi dei consumatori.

Augè stesso, quando approfondisce il rapporto tra i non-luoghi ed i loro frequentatori, evidenzia la valenza positiva e rassicuratrice connessa alla nascita e allo sviluppo di questi non-luoghi al di là della dimensione economica. Egli, infatti, ipotizza una tendenza dell’individuo a godere della sicurezza prodotta dal poter ritrovare sempre le stesse cose. Ad esempio, quando cambiando zona o regione ritrova gli stessi prodotti a cui è abituato.

Chiediamo: esiste un modo più etico di vivere il mondo, magari aprendosi alle culture locali? Ed un sistema per riflettere su stili di vita che si sono adattati al territorio e in qualche modo l’hanno rispettato?

Tuttavia, un quesito sorge spontaneo: perché farlo? Cosa ci guadagniamo nel rispettare e tentare di valorizzare le peculiarità delle culture locali, spesso anche differenti dalle nostre?

Per provare a rispondere a questa domanda potremmo riprendere Gramsci, che afferma che l’individualità personale è costruita anche tramite la cultura. Dunque, potremmo ipotizzare che investire su queste riflessioni e adattargli uno stile di vita consono potrebbe aiutarci nella costruzione della nostra individualità e cioè farci scoprire delle parti di noi stessi di cui altrimenti non sapremmo proprio nulla. Ne gioverebbe indubbiamente anche il nostro rapporto con l’ambiente circostante, tematica che negli ultimi anni ha ottenuto una rilevanza determinante per la sopravvivenza.

Potremmo poi prendere in prestito le teorizzazioni di D. Winnicott, che ha sottolineato l’importanza della cultura in quanto fenomeno transizionale. Egli scrive che la cultura rappresenta per ciascun individuo “un’area intermedia di esperienza a cui contribuiscono la realtà interna e la vita esterna. È un’area che non viene messa in dubbio, poiché nessuno la rivendica se non per il fatto che esisterà come un posto-di-riposo per l’individuo impegnato nel perpetuo compito umano di mantenere separate, e tuttavia correlate, la realtà interna e la realtà esterna”.

Il ruolo di “posto-di-riposo” conferisce alla cultura la funzione di favorire la costruzione dell’individualità di ciascuno, facilitando la scoperta di parti di noi stessi che in assenza di un’area intermedia tra ciò che abbiamo dentro e ciò che è fuori non sarebbe possibile. In questo senso, la valorizzazione ed il rispetto delle differenze di chi abita luoghi che non sono i nostri, ascoltandone le storie e approfondendone le radici, garantirebbe innanzitutto a noi stessi una coltivazione ed un’esplorazione continua di lati più nascosti e profondi.

Quindi, alla domanda “Perché farlo?” cioè “Perché valorizzare le peculiarità delle culture locali?”, ne aggiungiamo una seconda – seppur ben più retorica – “Non ne varrebbe la pena già solo per questo?”

 

Per Approfondire:

Augè M., Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della submodernità, Elèuthera 2018.

Winnicot D., Gioco e Realtà, Armando Editore, 2020.

L'immagine è un dipinto di Paola Vincenti della città di Matera.

Dottoressa Clara Hendel 

Psicologa in formazione a Roma