L' Esperienza dell'incontrollabile

La mitologia del dio Pan

 

 

 

 

 

 

 

Quello che contraddistingue fino in fondo la fenomenologia dell’ansia panica è questo slittamento imprevedibile da una condizione di compensazione emozionale a una condizione di lacerazione emozionale: apparentemente sganciata da motivi interiori e da cause ambientali, e immersa in una Stimmung (in uno stato d’animo) di morte imminente.

                                                                                                                                                                                                                                                       Borgna, 1997

 

 

La mitologia può rivelarsi un importante ausilio interpretativo della realtà in quanto dotata di un alto grado di comprensibilità comune. In questo articolo voglio partire da un personaggio mitologico affasciante e controverso, Pan, il dio ispiratore delle reazioni di paura e di panico che invade l’animo e provoca smarrimento improvviso e prolungato.

Nella mitologia greca il dio Pan era rappresentato con fattezze terrificanti e all’aspetto animalesco erano associati un umore selvaggio e scontroso. Il mito narra che la sua stessa madre, forse la ninfa Driope, lo rifiutò fuggendo alla sua vista, atterrita dall’aspetto orrendo, e che il padre, Ermes, lo portò sull’Olimpo, dove fu accolto dagli dei gioiosamente, in particolare da Dionisio. Si narra anche che Pan fosse solito urlare per i boschi al fine di spaventare la gente: il timore della sua presenza incombeva su tutti quanti, dando la costante sensazione di una crisi imminente.

L’attacco di panico è un fenomeno che si manifesta senza preavviso, come un fulmine a ciel sereno. (Per un maggior approfondimento L’attacco di panico. Il terrore del divenire).

 La crisi di panico investe il corpo, è un evento di corpo, di un corpo che sperimenta un dolore non controllabile. E lo sgomento suscitato ed i pensieri terribili che ne susseguono sono sempre collegati all’impressione di non riuscire a mantenere qualcosa sotto controllo. Nel panico non c’è una definizione precisa di cosa spaventi. Non è subito chiaro cosa susciti questi vissuti tanto impressionanti. Il soggetto passa in maniera improvvisa e istantanea da uno stato di relativo benessere a quello di agitazione che si manifesta con numerosi sintomi a base ansiosa come: palpitazioni, senso di soffocamento, vertigini, irrealtà, dispnea, parestesie, sudorazione profusa, tremori soprattutto agli arti inferiori, terrore di morire o di diventare pazzo. La sua mente è bloccata dalla paura, nulla in quel momento riesce a distoglierlo dal pensiero fisso del terrore che lo attanaglia. Ciò che spaventa è l’idea di rimanere soverchiati da questo dramma impossibile da gestire, sopraffatti dalla disperazione, senza l’aiuto di nessuno.

Lo strutturarsi dell’attacco di panico è costituito dall’incapacità di percepire e riconoscere le emozioni, come conseguenze di un “analfabetismo emozionale” che si è strutturato progressivamente nel corso della vita, di pari passo con la strutturazione del Sé. Il soggetto, non riuscendo a riconoscere l’emozione come accadimento mentale unitario, percepisce slegate fra loro le singole espressioni fisiche di esso. Non trovando un nesso riconoscibile, l’individuo si terrorizza e, nella prospettiva di una imminente catastrofe pensa come unica risorsa disponibile nell’immediato la fuga dalla situazione ansiogena.

Secondo Tull e Roemer la capacità di regolazione delle emozioni, che consente di modificare l’intensità o la durata delle emozioni, ha una funzione adattiva, poiché facilita la disponibilità dell’individuo ad entrare in contatto con l’emozione, e di conseguenza a sentirla meno minacciosa, e favorisce il perseguimento di specifici obiettivi. Piuttosto, i tentativi di annientare l’emozione come la paura, la vergogna o altre emozioni negative, sono stati associati a risultati peggiori nella gestione della sfera emotiva. Le persone che hanno attacchi di panico manifestano una tendenza a temere ed evitare le sensazioni interne collegate all’esperienza del panico. Quando le emozioni vengono sottovalutate, relegate in un angolo è allora che la vita perde il suo prezioso valore. Parlare di educazione in ambito emotivo vuol dire parlare di cambiamento; significa identificare le emozioni non come qualcosa di immutabile e incontrollabile, ma come una dimensione su cui è possibile esercitare un’influenza intenzionale, organizzata e prolungata (Per un maggior approfondimento Le emozioni- Vale la pena conoscerle?).  

 

 

 

 

 

Dott.ssa Francesca Veccia

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Per approfondire:

 

Buccolo M. (2013), L’educatore emozionale. Percorsi di alfabetizzazione emotiva per tutta la vita.  Franco Angeli

Pozzetti R. (2005) Senza confini. Considerazioni psicoanalitiche sulle crisi di panico. Franco Angeli

Tull M.T., Roemer L. (2007), “Emotion Regulation Difficulties Associated with the Experience of Uncued Panic Attacks: Evidence of Experential Avoidance, Emotional Nonacceptance, and Decreased Emotional Clarity”. Behavior Therapy, 38, 4, 378-391