Separazioni precoci

Maternità sospese

Madre che tiene il dito del bambino

Separazioni precoci – maternità sospese

 

Il termine naturale di una gravidanza fisiologica è di 40, 41 settimane, lasso di tempo che garantisce la corretta maturazione di tutti gli organi del feto, ad esempio i polmoni. Altri organi, quali il cervello, proseguiranno la loro maturazione fuori dall’utero materno.

La nascita però non segna la fine della “gestazione” in termini psicoevolutivi, essa infatti prosegue fuori dal corpo materno, definendosi esogestazione. Secondo Winnicott e Ammanniti l’ambiente del bambino è la madre, e quindi i due non esistono come entità separate l’una dall’altra, in particolare nei sei mesi successivi al parto.

Cosa avviene quindi quando questo legame viene interrotto bruscamente, da un parto pretermine e dalla successiva ospedalizzazione del bambino?

Nella mia esperienza con donne che hanno sofferto di depressione post parto, la nascita prematura e l’ulteriore separazione dal neonato, per complicanze mediche, costituisce un importante fattore di rischio depressivo nelle settimane successive all’evento nascita, e soprattutto rappresenta un vero e proprio trauma che dovrà essere esplorato ed elaborato dalla madre.

Succede di frequente che un bambino, pretermine di diverse settimane, magari nato con un parto cesareo in urgenza, debba essere ricoverato in terapia intensiva neonatale; un reparto destinato al ricovero di bambini prematuri, spesso dal peso di poche centinaia di grammi. La madre ha il tempo di uno sguardo e poi dovrà separarsi da lui per giorni, per poi rivederlo all’interno di una incubatrice o di una culla termica. Il primo abbraccio tra la madre e il bambino, e il primo scambio di sguardi, fondamentale per l’attaccamento, dovrà essere rimandato di giorni, settimane e a volte mesi. Le testimonianze di queste madri restituiscono la dimensione di un’attesa infinita, innaturale, scandita dai tempi della medicina e non del corpo e della fisiologia, a differenza della gestazione. Queste donne si recano in reparto una volta al giorno se il bambino è in terapia intensiva, o ad intervalli di tre ore in patologia neonatale. Se si trovano in terapia intensiva  possono toccare i propri bambini soltanto attraverso le aperture delle incubatrici. Spesso devono vederli intubati o alimentati per via parenterale, esposte al vissuto delle altre madri, a volte più drammatico del proprio, che con loro condividono questo doloroso percorso di attesa e speranza. Il vissuto di colpa, per quella nascita improvvisa e per le sofferenze successive, acuiscono un senso di inadeguatezza che normalmente viene sperimentato fino all’ottanta percento delle donne nei giorni successivi al parto, a causa del cosiddetto maternity blues, una condizione transitoria che si verifica nel post partum e che determina un abbassamento del tono dell’umore.

“Mia figlia è stata trattenuta in patologia neonatale perché aveva un foro nel cuore che non si chiudeva, e non si sapeva se si sarebbe chiuso e quando. Mi sembrava di impazzire perché non mi dicevano quando sarebbe venuta a casa con noi. Ogni volta che entravo in reparto la vedevo maneggiata da medici e infermieri e la sentivo piangere. Anche la psicologa l’ha presa, e non si doveva permettere. Non dovrebbero toccare questi bambini. Per prenderla in braccio dovevo aspettare che finissero le visite. Le infermiere mi trattavano come se non fossi capace di prendermi cura di lei.”

“Ho dovuto imparare ad allattare in una stanza con altre mamme, davanti alle oss che entravano e uscivano per prendere delle cose da un armadio. Il primo abbraccio tra me e mio figlio è avvenuto in un reparto di terapia intensiva, tra saturimetri che suonavano e infermieri che urlavano. Io dovevo tenere la mascherina, il camice e la cuffia, perché c’era il covid. Per colpa del covid mio marito l’ha potuto vedere una volta in dieci giorni. Ogni sera tornavamo a casa e piangevamo insieme. Anche dopo la dimissione continuo ad avere la sensazione che prima o poi me lo porteranno via di nuovo.”

Sono le testimonianze di due mamme che hanno dovuto vivere la sospensione della propria maternità e che hanno dovuto affrontare un percorso di sostegno psicologico per superare il trauma del distacco precoce. L’assenza del contatto fisico e l’impossibilità di allattare il bambino al seno interferiscono con la produzione di ossitocina, un ormone che favorisce l’attaccamento e riduce il rischio di depressione post parto, rendendo queste madri più esposte al trauma anche da un punto di vista neurobiologico.

La prematurita è considerata un fattore di rischio in numerose patologie mentali tra le quali ADHD, DSA, disturbo dell’attaccamento, ansia, depressione e abuso di sostanze. L’attenzione della ricerca si è focalizzata sulle conseguenze evolutive nello sviluppo del bambino prematuro, ma ben poca importanza è stata riservata al vissuto delle madri e alla loro elaborazione del trauma della separazione precoce. Possiamo ipotizzare che le conseguenze psicopatologiche vissute dal nascituro sono proprio l’espressione di quella sofferenza materna, che si riflette nella qualità delle cure primarie, che troppo di sovente non viene riconosciuta dai neonatologi e non viene prevenuta o ridotta al minimo durante il ricovero di questi neonati, essenziale per garantirne la sopravvivenza.

Una buona prassi in questi reparti potrebbe prevedere un iniziale incontro con uno psicologo, dopo il parto, per orientare le madri rispetto alla salute del bambino, e alla necessità di ricoverarlo. È fondamentale fornire loro informazioni riguardo al funzionamento del reparto, alla possibilità di vedere il bambino e in quali modalità. Inoltre in molti reparti è prevista la marsupio terapia, un intervento di grande efficacia per i bambini nati pretermine. Vengono posti, nudi, tra i seni della madre,in posizione verticale, creando il contatto pelle a pelle. Il cosiddetto marsupio è costituito dalla copertina o dagli indumenti della mamma. In questo modo il piccolo può tornare a sperimentare quel contatto diretto con il corpo della madre, sentirne l’odore, ascoltarne il battito cardiaco. Anche per la madre questo tipo di intervento permette di ritrovare la simbiosi precocemente e bruscamente interrotta. Un altro intervento utile in questi reparti è la creazione di gruppi di parola per i genitori dei neonati ricoverati, e la possibilità di incontri di sostegno individuale e di coppia con psicologi specializzati.

Qualora le condizioni di salute del bambino consentano l’allattamento al seno, anche i padri devono poter assistere a questo momento intimo e commovente, per aiutarli nella costruzione del legame affettivo della triade. Ricucire i legami interrotti deve essere la chiave per intervenire nella prematuritá, perché affinché il neonato sia sano e possa crescere in modo equilibrato dobbiamo curare la madre, ferita nel corpo e nell’animo dalla separazione precoce. Come ha affermato Howard “Non c’è salute mentale, senza salute mentale perinatale.”

possibilità.

Per Approfondire:

Grussu, Bramante "Manuale di psicopatologia perinatale. Profili psicopatologici e modalità di intervento." ed. Erickson, Milano 2015