L'emergenza psicologica e Covid-19

Il ruolo dello psicologo per la salute pubblica

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Firefly Lake art print by Mary Charles; from fineartamerica.com

“Quale sarà l’effetto psicopatologico più diffuso sulla popolazione generale media di questo periodo?” Questo è un quesito posto da un neurologo a noi psicologi. 

Ci è sembrato importante provare in qualche modo a rispondere. Il professor Vittorio Lingiardi ha scritto un articolo significativo sul giornale “La Repubblica” (03.04.2020). Egli ha evidenziato il fatto che questo periodo complesso lascerà dei segni psicologici nella mente degli operatori sanitari impegnati in questo periodo tragico.
Una ulteriore risposta ce la danno i Pronto Soccorso dei diversi ospedali, oltre a diversi fatti di cronaca. Sembrerebbe infatti che questa quarantena obbligata stia esacerbando alcune sintomatologie. Per i pazienti psichiatrici rimanere chiusi dentro casa con i propri familiari vuol dire molto spesso che aumentano le loro angosce e questo significa spesso un incremento delle proprie sintomatologie con il rischio di doversi ricoverare. Anche i livelli di depressione e di ansia nella popolazione generale aumentano di livello.
È molto complesso quantificare l’impatto dell’emergenza COVID-19 da un punto di vista psicopatologico sulla collettività. 
La nostra scienza si confronta con lo studio del funzionamento della mente relazionale e l’approccio quantitativo non è sempre sufficiente per rappresentare la complessità a cui andiamo incontro. 
Tuttavia, possiamo dire - nonostante i nostri limiti di previsione futura - che un impatto psicopatologico è indubbiamente in atto e ci saranno a livello globale delle difficoltà che avranno un peso sul funzionamento del soggetto nelle diverse aree della sua vita. 
La psicoterapia e la psicologia clinica si occupano di identificare, descrivere e trattare tramite una relazione interpersonale (duale o di gruppo) dei sintomi, che appunto si manifestano in modo disfunzionale perché non sono ancora conosciuti e non possono quindi essere accolti, ridefiniti, trasformati in nuova energia. 
Forse quello che ci spaventa maggiormente è la presenza di qualcosa in atto che ci fa soffrire ma è di difficile identificazione. 
Dunque, un compito di cura degli psicologi per il futuro, sarà proprio quello di indagare e di intervenire sugli effetti psicopatologici che questo periodo drammatico sta comportando per le persone su diversi livelli (individuale, gruppale, sociale), sperando che saremo messi nella condizione di poterlo fare. 
Non è un segreto che il numero degli psicologi clinici e degli psicoterapeuti all’interno delle strutture sanitarie, sia pubbliche che private è esiguo e che spesso le risorse economiche indirizzate allo svolgimento di un lavoro del genere sono praticamente nulle.
Bisogna tuttavia stare attenti e in allarme, per il fatto che le ricerche parlano chiaro: se non cerchiamo di comprendere l’impatto traumatico in maniera complessa e approfondita, il vissuto della pandemia rimarrà indisturbato e tenderà a passare alle prossime generazioni con un impatto sulla salute della nostra società. 
Infatti, ormai numerose ricerche son d’accordo nell’evidenziare che i traumi, se non lavorati in maniera appropriata, vengono spesso trasmessi tra le generazioni, ovvero lasciano una traccia significativa a figli e nipoti (si può comprendere l’impatto drammatico e duraturo di guerre ed altri eventi estremi; Cfr ad esempio Mucci 2014). Dunque, è un fattore di rischio non considerare una priorità la ricerca degli effetti profondi che queste esperienze drammatiche stanno causando.
Spesso si sente parlare del fatto che in queste situazioni estreme è molto complesso per noi psicologi agire e lavorare nelle fasi acute. Nella realtà dei fatti esistono degli psicologi formati per queste emergenze che si occupano di ridurre i danni sul momento. 
Alcuni medici impegnati nell’emergenza COVID-19, hanno ad esempio evidenziato il clima teso che a volte si tende a creare all’interno delle equipe, diversi operatori hanno evidenziato inoltre l’odio (spesso inconscio) che si genera nei confronti dei molteplici e incolpevoli pazienti. Appare evidente in tal senso una dinamica difensiva psichica che noi psicologici conosciamo bene: l’esigenza di trovare dei capri espiatori su cui scaricare la frustrazione crescente.
Anche le dinamiche di gruppo che si tendono ad evidenziare in maniera particolarmente potente in questi momenti, noi psicologi le sappiamo riconoscere. Diversi autori le hanno descritte in maniera approfondita e queste dinamiche tendono a creare sottogruppi, coalizioni e movimenti di esclusione a partire dall’identificazione di capri espiatori contribuendo a creare un clima relazione disfunzionale (Correale 2006; Bion 2013).
Nel corso di queste settimane sono state fatte dagli organi competenti diverse riflessioni sul fatto che non siamo stati pronti in quanto “Italia” ad affrontare un contagio su larga scala e che gli ospedali si sono trovati saturati e impossibilitati a svolgere un lavoro a pieno potenziale. Le attrezzature non sono risultate sufficienti, le mascherine ad esempio, o anche gli spazi a disposizione negli ospedali, oltre ai professionisti stessi. Si è dibattuto sul fatto che forse sarebbe necessario togliere il numero chiuso per entrare alla facoltà di medicina, di alzare gli stipendi medi degli infermieri, di iniziare a produrre i prodotti sanitari necessari internamente al nostro paese e non comprarli da altri. 
Forse non sarebbe anche necessario interrogarci sulla considerazione che oggi - in un momento di emergenza sanitaria mondiale - siamo disponibili a dare alla prevenzione della sofferenza cronica e all’intervento psicologico? Che importanza ha la tutela della salute mentale oggi nella nostra società contemporanea? 
Forse sarebbe stato necessario garantire un supporto o un intervento individuale e gruppale all’altezza dell’emergenza almeno per le equipe sanitarie sotto stress dedicate all’intervento medico. O altrimenti garantire preventivamente uno spazio possibile per le famiglie colpite dal COVID-19. 
Se così fosse stato, probabilmente oggi avremmo dei gruppi di lavoro sotto stress ma più tutelati e in grado di riconoscere risorse ora inutilizzate. Molte delle problematiche emergenti sarebbero state ridotte nel loro impatto critico. Inoltre, sappiamo dalle ricerche fatte che queste tipologie di trattamenti funzionano da protezione per lo sviluppo di altre psicopatologie come quelle reattive ai traumi. 
La qualità del gruppo di lavoro è determinante per la salute psichica dei singoli, in momenti estremi come quello che stiamo vivendo questo è ancora più vero. Si evidenzia in tal senso il fatto che la cura psicoterapeutica non è una pillola, un farmaco che una persona prende e attende che faccia effetto. Quante volte i nostri pazienti ci dicono: “dottore, vorrei che la psicoterapia fosse come un farmaco”. L’intervento psicologico funziona in maniera diversa, ha bisogno di una relazione terapeutica e del suo tempo o forse di una atemporalità, nel senso che bisogna rispettare la soggettività dei tempi delle persone e dei gruppi.
La psicoterapia e gli interventi clinici, di gruppo o individuale, richiedono tempo, ma forse in un momento storico come il nostro è arrivato il momento di supportare la nostra professione e di darci la possibilità di sperimentare degli interventi complessi all’interno dei setting istituzionali. La realtà dei fatti è che gli psicoterapeuti che lavorano per il sistema sanitario pubblico sono sempre di meno e vengono caricati di una quantità di lavoro notevole; è quindi difficile che riescano ad avere tempo per definire dei progetti innovativi e multidisciplinari.
In questi giorni diverse associazioni si sono mosse in maniera rapida ed efficace per promuovere degli interventi psicoterapeutici a titolo gratuito. Tra questi ricordiamo quello istituito dalla Scuola di Specializzazione della Sapienza Università di Roma diretta dal professor Giampaolo Nicolais (https://web.uniroma1.it/sspc/servizio-per-le-famiglie).
Non è forse arrivato il momento di investire maggiormente sulla professione degli psicologici da parte del Sistema Sanitario Nazionale?

 

Per approfondire:

 


Bion W., “Esperienze nei gruppi” (1943-1952), Armando Editore, Roma, 2013.
Correale A., “Area Traumatica e Campo Istituzionale”, Borla Editore, Roma, 2006.
Mucci C., “Trauma e perdono”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

 


 

 

Dott. Leonardo Provini

Psicologo, Psicoterapeuta

Dott.ssa Clarissa Cavallina

Psicologa, PhD