Crearsi un nemico per superare l'angoscia

La Psicoanalisi della Guerra

 

                                         "Grande guerra- Soldato italiano"  by autoridimmagini.it

 

Perché la guerra?  Già Freud ed Einstein si ponevano nel 1931 questa domanda, sotto gli occhi vigili ed attenti di coloro che, in un incontro della Società delle Nazioni, speravano in un antidoto trovato da queste due geniali menti.  Appare troppo vero e chiaro come, dopo il 1914, nessuno possa più guardare al progresso della scienza e della tecnica senza considerarne il prezzo umano e senza considerare il pericolo micidiale che vi è racchiuso. Freud fu proverbiale anche su questo punto: “Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione” (Freud, 1926, 620). Convinto che rispetto al male della guerra sia necessario, da un lato, interrogarsi e formulare ipotesi, dall’altro, tentare di compiere qualcosa per evitarlo, Fornari contribuì alla nascita in Italia di un movimento di educazione alla pace che trovò realizzazione nel 1965. In “Psicoanalisi della guerra”, l’autore spiega come, all’angoscia per la morte propria segua, secondo le orme kleiniane, l’angoscia per la morte della madre. Considerato come la vita del neonato dipenda totalmente dalla figura materna, ogni sua minima assenza viene vissuta illusoriamente come una presenza cattiva che può dare la morte è che è necessario eliminare per sopravvivere. Da qui deriverebbe al neonato la necessità, per poter continuare ad attaccarsi alla madre, di sdoppiarla, scindendola in una madre che dà la vita e in una che dà la morte. In ciò si concretizza quel vissuto connesso alla frustrazione, sentita come minaccia di morte e nella spinta a sopravvivere, l’esperienza psichica che la psicoanalisi chiama “posizione schizo-paranoide”. In tale prospettiva si spiegherebbe anche l’origine dell’aggressività, quindi non innata, ma tentativo di difesa, alimentata dall’angoscia di morte e dall’istinto di sopravvivenza.

Accade con una certa velocità che il bambino si accorga che tale scissione ha radici illusorie e che la madre che gli dà la vita e che egli fantastica gli dia anche la morte, sono una sola ed unica cosa; vive dunque in sé la simultaneità dell’amore e dell’odio rivolti allo stesso oggetto e viene a trovarsi nella condizione di temere, in modo non realistico, di poter uccidere e far morire chi più gli è indispensabile per vivere. Questo sarebbe il “terrificante”, nemico interno assoluto in cui ci si imbatte proprio quando, cercando di garantire la propria sopravvivenza, ci si perde.

Esiste dunque un modo per continuare ad esistere, per non impazzire, per sopravvivere?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       Sophia Loren ne "La Ciociara", film di V. De Sica

                                       Immagine by CG Entairnainment

 

La vita coincide, in tale fase, con l’entrare in azione di quel meccanismo  difensivo che è l’elaborazione paranoica del lutto, attraverso il quale, per salvarsi dall’angoscia e dalla colpa, si usa nuovamente la scissione, per mettere tutto il bene e tutta la vita in sé e nel proprio oggetto d’amore e tutto il male e la morte in un nemico esterno. Così “funziona” anche la xenofobia, la paura e l’angoscia dell’estraneo, visto come pericoloso nemico non perché lo sia nella realtà, ma perchè questo non potendo rappresentare la funzione-madre, viene illusoriamente inteso  come il  nemico interno. L’istinto di guerra segue così una mescolanza di affetto e proiezioni: si costruisce un rigido “schema amico-nemico”, seguendo il quale l’uomo uccide senza riconoscere in sé i desideri di far morire, ma solo quelli di fare vivere, tratta la morte e l’odio come se non gli appartenessero, come se fossero sempre di qualcun altro, arrivando alla grande illusione che siano i nemici quelli che vogliono farci morire.

Secondo tale cornice, la guerra appare come un’istituzione, ma la bomba atomica mette in crisi tale visione e le esplosioni non sono più utili a difendersi dalle più angosce più profonde, perché oltre al nemico si uccide anche l’amico e si distrugge la vita stessa così che l’incubo diventa realtà e… il terrificante interno illusorio viene a coincidere con un terrificante esterno reale. Alcune parole e metafore chiave della psicoanalisi hanno, in effetti, un sapore strategico: resistenza, punti di fissazione, meccanismi di difesa, attacco, contro-transfert, contro-identificazione, investimento. Besetzung, in italiano reso con “investimento”, ha un chiarissimo connotato militare. Besetzung è propriamente “occupazione”. La libido si impossessa di un oggetto come un esercito occupa un territorio straniero. Un’altra parola chiave è proprio “resistenza” (Widerstand): il paziente resiste alla forza di occupazione benevola della parola dell’analista.

Paradossalmente, chi va in guerra è spinto da una necessità di vita, pronto ad accettare il proprio sacrificio purché l’oggetto d’amore viva, ma ciò che spesso rimane di una guerra non è che un trauma. Forse la devastazione  di quanto riconosciuto e la ricerca di un senso hanno condotto studiosi come C. Mucci ad ipotizzare un “al di là del trauma”. Nel suo "Trauma e perdono" viene suggerita, infatti, una possibile interruzione nella catena delle identificazioni traumatiche situate tra una generazione e l’altra, un “andare oltre” la posizione interna di vittima e di persecutore, processo che la stessa definisce “perdono”; per un approfondimento sul tema si rimanda all'articolo  Il rifiuto come trauma - la trasmissione intergenerazionale del trauma. Questo è da indendersi come integrazione intrapsichica delle scissioni interne, senza alcuna accezione religiosa, identificando nella resilienza la capacità del sopravvissuto di superare la disumanizzazione e l’esperienza del male. La memoria, come suggerito sia dalla storia che dalla neurobiologia, non riguarda esclusivamente il nostro passato ma anche il nostro futuro: saper ricostruire il tempo non ci insegna solo chi siamo stati ma, in modo più netto, cosa siamo destinati a diventare.

 

“Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell'uomo.”

 Oriana Fallaci

 

 

Per approfondire

 

  • F. Fornari (1970), Psicoanalisi della Guerra, Ed. Feltrinelli

  • S. Freud  (2012), Il Disagio della civiltà, Ed. Bollati Boringhieri

  • C. Mucci (2014), Trauma e Perdono, Ed. Cortina

  • A. Moravia (2019), La Ciociara, Ed. Bompiani

  • SPIWEB Note per una rilettura del pensiero  di Franco Fornari sulla guerra (2014)

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