Disturbo Schizoide di Personalità

Guardando il mondo da un oblò: Quella lente che protegge

E' stato come un lampo: mi trovavo nel bagno di casa mia, spazzolino in mano pronto all'uso, tutta intenta a riflettere sulla personalità schizoide. In una parola, stavo provando a  figurarmela nella sua essenza.  D' un tratto, a fare capolino fra i miei pensieri si fa prepotente un' immagine, che mi appare subito come molto nitida: quello “che vedo” è un oblò. Penso che forse è appartenente ad una nave di grandi dimensioni che in quel momento sta viaggiando indisturbata in mezzo al mare, tant' è che oltre l'oblò ciò che si scorge è solo uno sconfinato tappeto d'acqua blu. Un istante dopo, quel che ho pensato di riflesso è stato che, evidentemente , mi ero già abbondantemente calata nel panorama schizoide, presa com'ero stata da quella semplice immagine mentale così insistente, e da cui tutta la mia fantasia si era sentita alimentata, prendendo così sempre più forma. Mi è sembrato  che l'immagine in questione potesse essere un ottimo punto di partenza per meglio addentrarci – metaforicamente - nel complesso quanto delicato universo dei pazienti schizoidi: considero “l'uso” che essi fanno di quell'oblò invisibile agli occhi, come un elemento di confine necessario e sufficiente frapposto fra Sè e il mondo esterno. Come quella lente attraverso la quale poter rimirare il mondo “alla giusta distanza”, senza con ciò correre il rischio di restarne imbrigliati. Catturati. E' una lente che permette un punto d'osservazione in qualche modo “privilegiato”, ma al contempo riparato dalle potenziali intemperie. Una tempesta, che nel mondo schizoide è rappresentata dalle relazioni e dall'immersione nel pericoloso mondo degli affetti.

Ciò che risalta immediatamente all'occhio è spesso l'apparente freddezza mostrata da questi pazienti,  che si impasta con un atteggiamento ironico e sottilmente sprezzante dell'altro, misura questa che permette così al paziente di evitare le tanto temute invasioni di campo dall'esterno. Sono persone lontanissime dal conformismo più spicciolo, che non si lasciano sedurre da facili manovre compiacenti, affatto preoccupate tanto di presentarsi alla società in modo convenzionale quanto delle critiche o, al contrario, affatto lusingate dalle lodi altrui, verso cui non sembrerebbero nutrire il benchè minimo interesse. Stessa cosa dicasi per i legami affettivi, le integrazioni gruppali o ancora le relazioni a carattere sessuale, tutte “cose” di cui sembrerebbero non avere alcun bisogno,  preferendogli, di contro, attività in solitaria, ivi inclusa la scelta della professione. L'affettività si presenta come algida e appiattita, senza che la loro mimica facciale lasci trapelare sentimento alcuno. Alla base di questa loro consolidata tendenza si ipotizza vi sia stata l'influenza precoce di un modello relazionale in se fallimentare, dettato da un'infelice commistione di intrusività e deprivazione, elementi questi forse in grado di spiegare il dilemma vissuto dal paziente con disturbo di personalità schizoide, che oscilla costantemente fra vicinanza e allontanamento. Il dilemma perenne cui vanno incontro è quello fra la paura di tenere l'altro distante da se e quella che l'altro possa distruggerlo o soffocarlo. Ogni relazione con l'altro è perciò percepita come potenzialmente minacciosa per la propria incolumità psichica, tanto da abbisognare di efficaci misure atte ad arginare il contatto intimo con l'altro. Vi è un evidente disinvestimento affettivo dalla realtà esterna, soggettivamente percepita come minacciosa per se stessi, poiché fermamente ritenuta incapace di rispondere ed accogliere i propri più intimi bisogni. Pertanto, ogni interesse o desiderio legato all'ambiente circostante viene celato attraverso il distacco dalla realtà esterna e il ripiegamento inversamente proporzionale su quella interna. Ecco che il ritiro e le fantasie autistiche prendono il posto delle relazioni reali, profondamente temute e perciò tenute a debita distanza. L'iper compensazione fantastica padroneggia indiscutibilmente sul resto: l'immersione piena in questa dimensione parallela permette ai soggetti schizoidi di vivere in un mondo estremamente popolato in cui i rapporti e le relazioni sono mantenuti ad un livello-altro e la componente creativa trova qui la sua massima espressione. 

Può accadere che in rari e temporanei momenti, i pazienti si sentano ispirati nel condurre un racconto autentico di se stessi all'altro, riconoscendosi e confessandogli sentimenti dolorosi, connessi proprio alle relazioni sociali. Ma laddove il conflitto fra vicinanza e distanza dovesse farsi emergente, certamente lo schizoide opterebbe per il secondo percorso, ritenendo l'elemento “vicinanza” come fin troppo pericoloso per l'alterazione del Se. Difatti, la circostanza per cui l'altro viene caldamente evitato discende dal terrore sotteso di poterne essere fagocitato e da ciò si protegge attraverso il complesso sistema difensivo fin cui tracciato. Si propende a ipotizzare una certa ipersensibilità di base insita nello schizoide, intesa come quella componente costituzionale per così dire “facilitante” lo sviluppo del disturbo, cosicchè l'estrema riduzione degli stimoli si configurerebbe come la migliore delle soluzioni impiegate dal paziente stesso per fronteggiarne il rischio di sviluppo. Fra gli approcci  terapeutici impiegati nella cura di questi pazienti, quelli gruppali o sistemico - familiari  lo sono in modo preferenziale, muovendo dalla convinzione che il coinvolgimento con più persone possa favorire in loro la promozione di un lento e graduale investimento esterno ed un ampliamento delle aree di interesse. Nella terapia del paziente schizoide, il tempo si rivela  uno degli elementi centrali da considerare per la buona riuscita del trattamento: causa il radicato timore di intrusione dall'esterno, il terapeuta dovrà armarsi di pazienza e attendere l'altro, tollerando la frustrazione derivante dai lunghi silenzi e da quelle forme comunicative così confusive, tipiche delle prime fasi di terapia con loro; il sentito rispetto del terapeuta per le distanze difensive necessarie al paziente, permetterà pian piano a quest'ultimo  d'interiorizzare l'idea del setting come un luogo sicuro e a maturare la convinzione che il terapeuta lo vede nella sua interezza. Autenticamente. 

 

 

                                                                                             

Dott.ssa Carmela Lucia Marafioti 

 

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Per approfondire:

 

 

Mc Williams N., La diagnosi psicoanalitica, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1999.