Edward Hopper

l'artista dell'introversione

 

Il secondo piano di due case gemelle che sorgono sul declivio di una collina alberata, due paia di finestre, con le tende abbassate a differenti altezze, e due figure di donna, una giovane, vitale, con il corpo esposto alla luce del sole, seduta sulla balconata dell’abitazione guarda qualcosa che noi non possiamo vedere, mentre l’atra donna, matura, con i capelli grigi, fissa qualcosa davanti a sé mentre ha in mano un libro. Le due figure non comunicano, nonostante occupino lo stesso spazio, la stessa inquadratura del frame pittorico.

Guardando “Second Story Sunlight” (1960) di Edward Hopper, letteralmente “secondo piano al sole”, potrete osservare in una sola opera il manifesto pittorico ed espressivo di questo artista che ha ispirato l’arte del XX secolo in ogni sua forma ed espressione (vedi David Hockney, Alfred Hitchcock, Wim Wenders, David Lynch, Paul Thomas Anderson, Gregory Crewdson e molti altri), dalla fotografia, al cinema, alla letteratura. Il secondo piano a cui fa riferimento Hopper è un piano concettuale, simbolico, nascosto dalle architetture tradizionali americane descritte con precisione e maestria quasi metafisica dall’artista newyorkese. Il piano dell’anima, un piano intimo e celato, che abita lo spazio architettonico. Secondo Hopper infatti l’uomo e i suoi spazi architettonici sono un tutt’uno, quindi l’indagine sull’uomo, tanto cara all’artista, non può prescindere dall’architettura.

Secondo piano al sole, 1960. Olio su tela. Whitney Museum of American Art, New York

Egli non è stato solo il pittore che meglio di chiunque altro ha saputo rappresentare e restituire l’immagine del Nord America, con le sue mitologie post moderne, le sue celebri iconografie che grazie al cinema tutto il mondo ha imparato a riconoscere, ma ha saputo catturare e raccontare con le immagini gli stati d’animo dell’uomo. L’uomo nuovo, quello perso nelle grandi città e nelle metropoli, l’uomo racchiuso e rinchiuso in una stanza di un appartamento, solo, con lo sguardo rivolto verso un punto imprecisato dentro se stesso. Il confine tra introspezione e introversione nell’opera di Edward Hopper si fa sfumato, si perde nelle geometrie perfette dei suoi dipinti, e lascia trasparire quello che Jung definiva con il neologismo introversione, descritto per la prima volta nel saggio Tipi psicologici (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920, e che rappresenta secondo lo psicoanalista svizzero una delle polarità del carattere umano, opposto all’estroversione. Secondo Jung uno dei due modelli domina in modo cosciente, mentre l’altro, più o meno atrofizzato, continua ad esistere per lo più nel subcosciente. L’introverso tende a guardare dentro di sé, anziché al mondo, ad organizzare la realtà dall’interno, a rappresentare il mondo secondo degli schemi soggettivi. Per lui, i sentimenti prodotti dalla realtà hanno più importanza della realtà stessa.

Eppure in Hopper il mondo esterno viene oggettivato, reso reale dalla sua sapiente capacità di ritrarlo in modo quasi fotorealistico, nelle sue geometrie perfette. L’elemento che appare più incerto, quasi fuori luogo, all’interno delle sue rappresentazioni è proprio quello umano. Un essere fragile, perso, solo, in un mondo immanente e concreto. Eppure esistente, perché come egli amava ripetere “L'opera è l'uomo. Una cosa non spunta dal nulla.” Una luce, come quella che l’artista ha sempre voluto saper rappresentare, che pare essere in attesa di esistere, di implicarsi nel mondo. Edward Hopper ha saputo infondere alla figura umana la sacralità che in genere era riservata alle figure religiose, rendendo epici quei momenti apparentemente vuoti, di attesa, di nulla, attraverso i quali si districa la nostra vita. Edward Hopper è stato per l’arte ciò che Raimond Carver è stato per la letteratura del Novecento.    

Dal primo ottobre, presso il Complesso del Vittoriano, a Roma, potete visitare la mostra su Edward Hopper, con più di sessanta opere che raccontano il percorso iconografico dell’artista dagli inizi accademici fino alle opere più note e rappresentative. Una mostra intima, non la più completa ospitata a Roma, ma capace di mettervi in contatto con l’anima più intima di un artista completo e post moderno.  

 

 

 

 

 

Dott.ssa Valeria Colasanti

 

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Per Approfondire:

 

A cura di: Elena Pontiggia, "Scritti, interviste, testimonianze di Edward Hopper", ed. Abscondita, 2011

 

Gail Levin, "Edward Hopper, biografia intima", ed. Johan e Lev, 2009

 

C. G. Jung, "Tipi psicologici", ed. Newton Compton, 1973