Eutanasia e assistenza nel fine vita
Riflessioni introduttive

“Signori Giudici, autorità politiche e religiose: cos’è per voi la dignità? Qualunque sia la risposta delle vostre coscienze, sappiate che per me questo non è vivere con dignità. Io avrei desiderato almeno morire con dignità. Oggi, stanco dell’indifferenza delle Istituzioni, sono obbligato a farlo di nascosto come un criminale. Voi dovete sapere che la meccanica che porterà alla mia morte è stata scrupolosamente divisa in piccole azioni, ognuna delle quali non costituisce reato, ognuna compiuta da una diversa mano amica; se comunque lo Stato insiste a punire chi mi ha aiutato, io suggerisco il taglio di quella mano, perché quello, è stato l’unico contributo. La testa, cioè voglio dire la coscienza, l’ho messa io. Come potete vedere vicino a me c’è un bicchiere d’acqua che contiene una dose di cianuro di potassio: una volta bevuta avrò cessato di vivere, rinunciando al mio bene più prezioso, il mio corpo. Io ritengo che vivere sia un diritto, non un obbligo, com’è stato nel mio caso, costretto a sopportare questa penosa situazione durata 28 anni, 4 mesi e alcuni giorni… alla fine di questo periodo faccio un bilancio del cammino percorso, eh non mi tornano i conti con la felicità. Solo il tempo che ho vissuto contro la mia volontà, durato quasi tutta la vita, sarà, a partire da ora, mio alleato. Solo il tempo e l’evoluzione delle coscienze, decideranno, un giorno, se la mia richiesta era ragionevole o no”.

 

(Ramòn Sampedro -  “Mare dentro”)

Eutanasia. Buona, morte. Può una morte contenere in sé il carattere della “bonta”? Può cioè essa stessa essere intesa, comunque e a prescindere dalla propria natura universalmente ineluttabile, come “dolce” e “benevola”? Anticamente, il significato sotteso al termine (che deriva dal greco, “eu”, bene e “tanatos”, morte), era quello di una morte che giungeva “naturalmente” e che veniva accolta dalla persona con animo sereno. Solo alla fine del 19° secolo invece, si inizia a riferirsi ad esso come ad un tipo di morte che sopraggiunge grazie all’intervento più o meno attivo di un medico, allo scopo di far cessare le grandi sofferenze inflitte dal male al malato. Ho pensato, che per introdurre un tema tanto controverso e delicato quale è quello dell’assistenza nel fine vita e non solo, non ci fosse modo migliore che lasciar spazio alle struggenti parole del protagonista di Mare dentro, film potentissimo sul tema dell’eutanasia, in cui uno straordinario Javier Bardem ci conduce nella vita di Ramòn Sampedro, scrittore e pescatore galiziano, rimasto tetraplegico a causa di un rovinoso tuffo dagli scogli avvenuto all’età di 25 anni. Il resto del suo tempo – e parliamo di quasi 30 anni – si svolgerà allettato: armato di quella fervida immaginazione che spesso gli permetteva magiche e sconfinate fughe da quella “non vita” cui desiderava porre fine, e altresì circondato e sostenuto dalla famiglia del fratello e dalle prove decisamente amorevoli di due donne: al centro della vicenda, l’avvio di una battaglia legale intentata contro il governo spagnolo affinchè gli venga riconosciuto il diritto a morire. A scegliere cioè da sé - data l’irreversibilità di quelle condizioni sempre più prostranti per il suo corpo ed il suo spirito -  quando porre fine alla propria esistenza.

La visione estremamente partecipata di questo film mi ha suscitato tutta una serie di considerazioni di varia natura, che certamente richiedono un ulteriore spazio di approfondimento per essere adeguatamente collocate, puntualizzate e snocciolate.

Un argomento come quello del fine vita, multisfaccettato e complesso per sua stessa costituzione, difatti ci condurrebbe inevitabilmente ad un dibattito simbolico articolato su più piani: dall’etico al legislativo, passando attraverso quello filosofico, religioso e scientifico; pensare di esaurire una questione così spinosa in un solo articolo sarebbe semplicistico tanto quanto illusorio, per cui quello di oggi vuol intanto essere un primo, introduttivo ed embrionale approccio al tema dell’assistenza nel fine vita e dell’eutanasia, nella speranza che esso possa anche solo permettere di abbozzare una riflessione, su una questione che tocca noi tutti, indistintamente.

Qual’è il limite ultimo oltre il quale una vita, non può più esser chiamata tale? Cosa porta con sé la richiesta di eutanasia? E cosa accade, non solo nella psiche di chi, quella vita la sta in qualche modo lasciando, ma anche in chi lo circonda e lo assiste amorevolmente?

Il tema della morte (per un approfondimento, si rimanda all’articolo Il lutto – Della morte e di altre perdite) è certamente uno fra quelli su cui maggiormente si concentrano le nostre difese (per un approfondimento, si rimanda all’articolo I meccanismi di difesa – Quei garanti della sopravvivenza): negato, occultato e rifuggito per l’angoscia che porta con sé, causa le sue caratteristiche di ineluttabilità e imprevedibilità universali, esso obbliga la persona a fare i conti con ogni stagione della propria esistenza; per tutti questi motivi, i sistemi difensivi così massicciamente adoperati attorno a tale tema riescono a sortire nella quasi totalità dei casi, l’effetto di ridurre sensibilmente l’angoscia in esso contenuta, di allontanarlo il più possibile dalla propria coscienza e pertanto da una dimensione di pensabilità attuale, concreta e quindi, reale. Ci si impegna in ogni modo ad esorcizzare il fantasma della morte, poiché nella psiche di ciascuno di noi, l’idea della propria fine, non è rappresentabile.

Ciò premesso comprendiamo forse un po’ meglio il perché tali processi si facciano ancor più amplificati allorquando ci si rapporti alla persona morente: la sua condizione di precarietà - in cui corpo e mente sono strenuamente piegati dalla sofferenza ed in cui il soggetto ha perduto inesorabilmente il controllo della propria esistenza - scuote nel profondo chiunque vi si rapporti, poiché quella condizione, rimanda di riflesso alla propria stessa morte. Da ciò, la difficoltà ad accogliere la richiesta del morente e a fornirne un ascolto incondizionato: un confronto così ravvicinato, costringe l’uomo a guardare alle proprie fragilità. A toccare la propria finitezza. La negazione di essa è l’unica strategia che lo ripara da pensieri tanto sconvolgenti.

Ma negare la morte conduce ad un rifiuto attivo a parlarne, cosa che ad un qualche livello è avvertito dal morente e che rende una vera impresa – quando addirittura non lo impedisce – quello scambio autentico e vitale attorno al tema della morte che si rende necessario nell’assistenza al fine vita. Guardare in faccia ai propri vissuti di morte e alle proprie quote di sofferenza soggettiva si fa indispensabile: di fatti, il dolore dei familiari che si occupano del morente, resta spesso e volentieri inconscio, non riconosciuto e pertanto tutto spostato sul malato; la sofferenza è letta come fosse solo sua. Dobbiamo pensare che invece, dietro alla sofferenza del malato, c’è la sofferenza di chi lo cura.

Il grido di disperazione del malato terminale è assai più spesso associato all’impossibilità che il tema della morte venga cioè raccolto e contenuto adeguatamente da chi gli sta accanto: il fatto che non se ne possa parlare lo getta in una condizione di solitudine, come fosse abbandonato a se stesso. La percezione soggettiva che il paziente vicino alla morte ha di sé, è quella di un essere senza valore e la cui condizione di estrema dipendenza dall’altro, non fa che riversarsi su chi lo circonda come un fardello pesantissimo. Pertanto, a partenza dal dolore soggettivo di chi assiste - che ora, anziché negato può così essere elaborato – ecco che si compie una restituzione di senso al malato, che riceve finalmente un’immagine unitaria di sè. Se cioè, in chi assiste è già avvenuta un’autentica e primaria introspezione sul fine vita e la sua accettazione, si crea uno spazio di pensabilità di cui il malato può usufruire massimamente, ed in cui la richiesta di eutanasia si pone come un’azione frutto di una profonda e preventiva riflessione sulla sofferenza, e non invece come agìto vero e proprio; se così fosse, l’eutanasia si porrebbe come atto che accelera la morte del malato, morte vista in tal caso come una liberazione, come un’azione concreta che si sostituisce al pensiero.

Grazie alla presenza di questo contenitore ideale, invece, vita e morte comunicano ora fra loro, dotate come sono di un nuovo sistema di significato.

Fra le motivazioni principali che spingono alla richiesta di eutanasia, troviamo che la maggior parte di esse è legata a tutta una serie di sofferenze psicologiche associabili a “perdite” di vario genere, come la perdita dell’integrità corporea ed il venir meno del funzionamento del soma, il dolore fisico, la perdita di controllo sulla propria esistenza ed una forma di sofferenza più esistenziale, associabile al senso della vita e della morte, la sensazione di aver perduto la propria dignità e la perdita di speranza, la presenza del vissuto di colpa e la sempre maggiore condizione di dipendenza dagli altri. La capacità di deambulazione va sgretolandosi e l’allettamento si pone come pass successivo necessario; a ciò si associa anche la percezione soggettiva d’isolamento, aspetti, tutti, che infragiliscono dal di dentro il senso del Sé.

La domanda di eutanasia da parte del malato può collegarsi alla malattia fisica solo ad una prima analisi superficiale: essa, ci  consente di osservare le angosce profonde legate al morire che più lo animano, ed esprimono, più o meno esplicitamente, la voglia di mantenere ancora dentro di sè il centro nevralgico del controllo” (locus of control) della propria vita, quantomeno decidendo il momento esatto in cui porvi fine, segno forse di una difficoltà di accettazione dei propri limiti e di un’idea di perdita che stanno a monte.

Nell’esperienza del malato e nell’intero percorso di cura, il ruolo della speranza si fa centrale ed essa va costantemente ricercata e ricollocata. Può porsi scopi densi di senso anche quando la guarigione non è mai stata o non è più un’opzione contemplabile: ad esempio, può tramutarsi nella speranza di non “andarsene” da soli, magari senza grandi patimenti fisici, in quella di non gravare sugli altri, eh ancora in quella di essere ricordati dai propri cari, lasciando agli altri e dietro di sé una sorta di testamento spirituale senza tempo.

 

 

 

Dott.ssa Carmela Lucia Marafioti

 

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cl.marafioti@hotmail.com

 

Per Approfondire:

 

 

Kubler – Ross E., La morte e il morire, Cittadella Editrice, Assisi, 2005

 

Sampedro R., Cartas desde el Infierno, 1996