Forme alternative di genitorialità
Una mamma per amica: Mai, forse, dipende...

La caratteristica più importante dell’essere genitori è fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi al mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che se sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste,rassicurato o spaventato

(Bowlby, 1988)

 

“Mia mamma non è una mamma come tutte le altre, lei è la mia migliore amica!”. Un’affermazione del genere non può che suscitare interesse, dà subito l’idea di una rapporto profondamente intimo e felice tra genitore e figlio, se poi a dirlo è un adulto, beh che dire … Ci sarebbe proprio da andarne fieri. Vorrebbe dire che la diade madre-bambino è rimasta profondamente radicata all’interno di dinamiche intime, funzionali al mantenimento del legame di attaccamento: “Tu sei qui per me, io sono qui per te, ancora”.  Un genitore presente nella vita di tutti i giorni del proprio figlio, che sia capace di sostenere la sua crescita e che la renda, appunto, unica. Questa crescita, avviene, in due, tipicamente madre  e bambino all’inizio, poi con il padre, figura terza che si inserisce all’interno del mondo psichico del bambino, capace di saperselo rappresentare mentalmente solo in un momento successivo poiché il suo Sé ha investito tutte le sue energie nella costruzione del legame con la madre. Il bambino simbioticamente legato alla figura materna per riuscire a stare al mondo, passa  attraverso fasi diverse (infanzia, pubertà, adolescenza) da quella che Winnicott chiama dipendenza assoluta a indipendenza dal genitore.

Possiamo immaginare o ricordare quanto sia difficile tutto questo, legarsi così intimamente a qualcuno che piano piano ci “molla” perché gli impegni di vita quotidiana richiedono autonomia e impegno personale: “Vai con le tue gambe”. Beh queste parole potrebbero essere pronunciate da un genitore sicuro di ciò che ha trasmesso al figlio in termini di valori e credenze, sa che lo slancio alla vita, inizia lontano da mamma e papà che tanto e comunque restano sempre dietro la porta, origliano, sbirciano da uno spigolo per capire che succede. Genitori presenti. Quanto? Genitori attenti? Premurosi? Amici? I genitori d’oggi tendono ad essere notevolmente più vicini ai loro figli anche dopo la pubertà: i livelli di età genitoriale sono molto più bassi rispetto al passato, le mamme di oggi entrano in ostetricia prima del parto con un iphone e a volte la prima cosa che chiedono dopo il parto non è il bambino ma il telefono, le mamme e i papà di oggi, sono all’avanguardia, anche quelli meno giovani non hanno nessuna intenzione di essere lasciati da parte: voglio connettersi anche loro, vogliono connettersi tutti. Entrano in gioco, come protagonisti, quelli che chiamiamo elementi naturalizzati della cultura: mamme tecnologiche che mettono al mondo bambini tecnologici, naturalmente dotati di competenze che i bambini delle generazioni passate non possedevano, mamme che, superati i 18 anni del figlio, non hanno nessun problema se “ogni tanto una birra insieme ce la possiamo pure bere, eh!”. Sì, mamme! Perché no? Sì, ma con la consapevolezza che prima di questo avrete avuto la pazienza di costruire quella base sicura di cui ci parla Bowlby. Mamme amiche, ma principalmente mamme: “mi sono preso cura di te, ti ho nutrito e accompagnato nei momenti difficili, ti ho sostenuto quando tutto ti sembrava perso e impossibile, sono stata al tuo fianco con il sorriso nei tuoi momenti di gioia, sono stata la tua confidente perché tu mi volevi accanto in quel momento, sono stata lì aspettandoti, senza chiedere”. Genitori-amici, quali? Quelli che aspettano, che rispettano i tempi di apertura alla comunicazione di “cose intime” senza prevaricare i confini del figlio, che ne sappiano rispettare, dunque, i tempi di dischiusura dal guscio parentale. Il compito principale del genitore è provvedere alla formazione del figlio sul piano fisico ed emotivo, incentivandone le competenze sociali, senza dirigerle da capo a piedi. Se i genitori invadono il “campo” psichico e sociale del figlio rischiano di alterare la natura del legame, oltre che annegare il campo di proiezioni interne che non consentono al bambino/adolescente di essere liberamente sé stesso (Per un maggior approfondimento si rimanda al'articolo "Proiezioni narcisistiche dei genitori sui figli - Dillo con parole mie"). Insomma esserci-ma-non-troppo, esserci senza rischiare che i pensieri e le emozioni si invischino con quelle del figlio. Figlio-persona con le proprie strutture di pensiero e assolutamente libero di scegliere se e quando stare con mamma e papà ma soprattutto in che modo starci. Come sostiene Togliatti: “La genitorialità può essere investita di  altri significati come l’opportunità per una sorta di rinascita indiretta tramite i propri figli o una seconda chance nella vita, il capovolgimento dei ruoli sentimentali con i propri genitori, con la possibilità di uguagliare, sorpassare, ma anche fallire oltre che sfidare o disfare il modo di essere stati genitori”. Il rischio è quello di fallire nel proprio ruolo genitoriale perché non si sanno rispettare i confini dell’altro (figlio) poiché non si sanno regolari i propri (genitore): “Cosa posso fare Io perché mio figlio si senta spontaneamente intenzionato a parlare con me? A condividere i suoi spazi anche con me?” . Una richiesta interna lecita, questa, che lascia spazio all’altro e attiva il “mettersi in discussione” di fronte un legame in continuo mutamento: cambiamo, non restiamo gli stessi per sempre, cambiamo noi, cambiano i rapporti, si rafforzano, si indeboliscono, finiscono, cambiano di nuovo, rinascono. Secondo la letteratura psicoanalitica potremmo parlare anche di quello che Freud chiama “distacco dal padre”: il bambino, superato il complesso edipico, disinveste e svaluta la figura paterna caricata di elementi idealizzati, non è più il supereroe che credeva, è un uomo normale, non onnipotente, pieno di difetti, criticabile, una persona reale. Un genitore-amico, allora, non è intenso nella sua accezione reale intrinseca, potremmo definire amico un genitore che è capace di stare vicino al proprio figlio rimanendo genitore e diversificando i suoi pattern comportamentali sulla base delle situazioni che vive insieme con il figlio e rispettandone i tempi, le reazioni, gli spazi, le decisioni.

Oggi, nel 2017, i genitori sono sempre più simili ai figli, condividono gli stessi hobby e volte lo stesso lavoro, sono più vicini, ma il troppo-storpia e lo sappiamo … Accade, dunque, che identificarsi nel proprio ruolo a volte sembra assomigliare proprio a una lotta interna. Come sostiene Ammaniti: “Nei casi più gravi i genitori possono arrivare a mettersi addirittura in competizione con i propri figli adolescenti, oppure possono tentare di reincarnarsi nelle loro fasi di vita, ad esempio, intromettendosi nelle loro vicende sentimentali”. Un modello genitoriale funzionante è quello che si sviluppa su un dislivello: il bambino che apprende da un adulto significativo che ha più esperienza di vita. I ragazzi, infatti, apprendono e imparano in termini positivi come vorrebbero essere,  da un genitore che si mostri responsabile e disponibile nei confronti di questo tipo di apprendimento: “mamma vorrei essere come te”!. Il genitore non è un coetaneo ma può comunque rapportarsi al figlio e attivare scambi interattivi adeguati all’età di quest’ultimo se il caso lo richiede.

Genitori che si calano nei panni dei figli ma che non li stropicciano. La negoziazioni dei ruoli diventa il gioco in cui genitore e figlio si muovono per restare in equilibrio all’interno del loro rapporto unico e continuamente soggetto a trasformazioni. Genitori responsivi, sensibili, premurosi, comprensivi ma che sappiano “stare al loro posto” continuando a “sbirciare” senza invadere l’intimacy della prole; si confonderebbero i ruoli: “Chi sei tu? E chi sono io?”. L’identità di entrambi verrebbe a vacillare, il caos sovrasterebbe le dinamiche familiari, perché l’adulto non è stato in grado di rimanere all’interno del suo spazio. Il genitore abile può comunque, dareunocchiata al mondo interno del figlio un comportamento giustificato solo perché ha come scopo ultimo quello di mettere al riparo dai pericoli esterni. Protezione non invasione. Comprensione non confusione, esserci, comunque restare e quando possibile divertirsi insieme.

 

 

 

 

“In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto.” _ Jung

Ad Alba e ad Arianna, al vostro sano equilibrio

Alle Mamme

A Pino

 

 

 

Dott.ssa Gabriella Papadia

gabriellapapadia@gmail.com

 

Per Approfondire:

 

Bowlby, J. (2005). A secure base: Clinical applications of attachment theory (Vol. 393). Taylor & Francis.

Freud, S. (1924). Il tramonto del complesso edipico. La vita sessuale.

Malagoli Togliatti, M., & Zavattini, G. C. (2000). Relazioni genitori-figli e promozione della genitorialità. Presentazione. Psicologia clinica dello sviluppo, 4, 259-266.

Milani, P. (1993). Progetto genitori. Itinerari educativi in piccolo e grande gruppo. Edizioni Erickson.

Nicolò, A. M. (2005). Nuove forme di genitorialità. Riflessioni a partire da un caso di procreazione assistita. Interazioni.

Scabini, E., & Rossi, G. (Eds.). (1997). Giovani in famiglia tra autonomia e nuove dipendenze. Vita e pensiero.

Winnicott, D. W. (1960). The theory of the parent-infant relationship. The International journal of psycho-analysis, 41, 585.

Tavazza, G. (2006). La funzione genitoriale tra stabilità e cambiamento. Seminari ASL-SPI Firenze.

 

Silvia Dioni per http://www.stateofmind.it/2016/12/massimo-ammaniti-seminario-report/