Genitori Tossicodipendenti. Amore tossico

Sempre di più oggi viene utilizzato il termine Addiction per indicare la dipendenza da droghe/sostanze psicotrope, caratterizzata da compulsione a ricercare la sostanza, perdita di controllo nell’assunzione della stessa e presenza di uno stato umorale prevalentemente negativo quando la sostanza non è disponibile. A livello neurobiologico comporta l’iperattivazione della asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il conseguente rilascio di cortisolo nel sangue. In termini evolutivo-clinici, questo meccanismo può essere altrimenti spiegato come un retaggio di esperienze traumatiche vissute in infanzia e non mentalizzate. Le analisi del 2012 in Italia sul consumo di sostanze stupefacenti condotte su un campione rappresentativo di circa 19.000 italiani riportano il numero totale dei consumatori (intendendo con questo termine sia quelli occasionali che con dipendenza da sostanze con uso quotidiano) pari a 2.327.335 (Dipartimento Politiche Antidroga, 2012). Dati provenienti da alcuni studi forniscono un quadro dettagliato in merito all’entità del problema: negli Stati Uniti le donne che fanno uso di cocaina e altri oppiacei in gravidanza sono circa il 3% del totale, dati simili si sono registrati in Australia, mentre è stato calcolato che tra l’11 e il 16% delle donne in gravidanza in carico ad ambulatori neonatali di Londra fanno uso di droghe.

Cosa comporta realmente essere allo stesso tempo drug-addicted e genitore? La genitorialità di un tossicomane o di una coppia tossicomanica è minacciata, oltre che da caratteristiche intrinseche, anche da una serie di anomalie che la Classificazione internazionale delle malattie (ICD-10) elenca in una tabella di situazioni psicosociali anomale associate alla genitorialità: disaccordo intrafamiliare, devianza già in adolescenza, comunicazione familiare inadeguata o distorta, fattori di vulnerabilità psicosociale, ambiente circostante sfavorevole, presenza di un eventuale disturbo psichico correlato. La donna tossicodipendente in gravidanza si accorge spesso in ritardo del suo stato e, solitamente, non si sottopone a un corretto monitoraggio della gravidanza. La frequente iponutrizione, le basse difese immunitarie, altri livelli di depressione, ansia e stress e l’effetto della droga hanno un effetto disadattivo sulla madre e sul feto configurandosi come le cause principali di una gravidanza a rischio Notevoli, sono, quindi le problematiche psicofisiologiche che possono presentarsi a partire dalla fase prenatale all’età evolutiva. Le conseguenze più frequenti di una gravidanza a rischio in stato di tossicodipendenza sono: l’aborto, il distacco prematuro della placenta, convulsioni, cardiopatie e aritmie nel feto, morte intrauterina, parto pretermine, emorragia post-partum. In epoca neonatale anche il feto può diventare dipendente dalle sostanze di cui fa abuso la madre, e dopo il parto, con la sospensione improvvisa dell’uso di sostanze, il neonato può andare incontro a una crisi d’astinenza. Molti neonati la cui madre ha fatto uso di cocaina durante la gravidanza sono nati assuefatti alla cocaina; i sintomi di astinenza in questo caso includono: irritabilità, tremori, tremori, difficoltà di alimentazione del corso, tachipnea, diarrea, vomito, pianto acuto, e convulsioni. La sindrome è caratterizzata da disturbi che coinvolgono particolarmente il sistema nervoso centrale, l’apparato respiratorio ed il tratto gastrointestinale. Il momento di insorgenza della NAS (Sindrome da Astinenza Neonatale – Newborn Abstinence Syndrome) è diverso se la droga è eroina o metadone; nel caso dell’eroina l’esordio avviene solitamente entro le prime 24 ore, mentre nel caso del metadone l’insorgenza può verificarsi tra le 72 ore e la prima settimana di vita. I segni più frequenti interessano: il sistema nervoso centrale provocando orientando, quindi,  iperattività o ipoattività neonatale, iper-irritabilità (pianto persistente e penetrante), ipertonia muscolare, tremori, singhiozzi, sbadigli, sonni brevi e inquieti e febbre. Uno dei motivi principali per cui il feto facilmente diventa dipendente viene spiegato dal fatto che la cocaina attraversa la placenta facilmente e rapidamente, le ricerche suggeriscono che questi bambini avranno difficoltà di autoregolamentazione e di controllo degli impulsi. Il repertorio dei disturbi rilevati nei figli comprende disturbi dell’attaccamento (prevalentemente ambivalente o disorganizzato), disturbi della condotta, trascuratezza materiale ed emotiva, difficoltà scolastiche, disturbi psicosomatici, ritardi nelle varie tappe dello sviluppo, disturbi dell’umore e disturbi neurologici.

In alcuni casi, la donna tossicodipendente desidera una gravidanza o un bambino spesso come difesa vitale o come esperienza di riscatto. Molte donne tossicomani provengono infatti da famiglie multiproblematiche solitamente caratterizzate da forti conflitti, deprivazione affettiva, perdite e separazioni; in particolare il rapporto con la propria madre risulta insoddisfacente, in quanto questa viene ricordata come carente o assente nell’infanzia sul piano affettivo perché assorbita in altre difficoltà. L’incapacità di mentalizzare le emozioni negative e le medesime difficoltà di autoregolazione si riscontrano proprio nel genitore che, nella maggior parte dei casi, non ha avuto, in infanzia un caregiver responsivo e capace di svolgere la funziona regolativa delle emozioni. L’attesa della nascita e l’attivazione di compiti genitoriali possono suscitare nelle madri tossicodipendenti reazioni disorganizzative, ripetitive ma anche riparative delle proprie esperienze negative di attaccamento. Se ad essere drug-addicted sono entrambi i genitori, il quadro di sofferenza e malessere per la famiglia si amplifica: i partner condividono gli aspetti di Sé più fragili e frammentati, cercando l’uno nell’altro quasi l’autorizzazione per “farsi”, dove l’altro è lì per me, mi capisce e mi salva.

Tossicodipendenza e trascuratezza genitoriale vengono così a rappresentare due sintomi di una stessa sofferenza psicologica. Il malessere fisico e mentale è incrementato dal craving ovvero  l’attivazione di un meccanismo cognitivo data dall’urgenza di utilizzare la sostanza che è connessa con un conflitto nell’ambito cognitivo tra la motivazione della droga (o alcol) e la consapevolezza del rischio che ne deriva: in quest’ottica dunque il craving diviene funzione di diversi fattori che interagiscono in un mutevole equilibrio con il mondo intrapsichico e con le interferenze ambientali. Ancora può essere definito come il ricorso degli effetti gratificanti della sostanza sovrapposto ad uno stato emotivo negativo che elicita  l’insorgenza di comportamenti caratterizzati da impulsività e la continua ricerca della sostanza. Ciò non lascia spazio ad altro. Non esistono né uno spazio fisico, né uno spazio mentale per il bambino. La droga non lascia spazio. Uno spazio di vita, vuoto, che si riempie soltanto se la droga è presente nella vita della famiglia, uno spazio che si riempie di vuoto se a drogarsi sono entrambi i partner, dove la condivisione della sostanza sottende la condivisione di quelle parti di sé malate, al fine di ridurre il dolore, quel dolore radicato nel profondo del corpo e dell’anima che solo la sostanza riesce a placare. I partner, allora, sviluppano una rappresentazione di sé negativa, spesso si sentono incapaci di gestire il bambino, in questa “follia due” in quello spazio pieno di vuoto dove il figlio rappresenta, prevalentemente, un elemento di disturbo. Anche l’uomo viene a trovarsi in una posizione difficile, tanto più se è anche tossicodipendente, poiché da un lato deve assumere un ruolo periferico al momento della gravidanza della partner, dall’altro deve superare l’invidia, in seguito ai vantaggi che la donna ottiene tra cui le cure mediche. Inoltre, i cambiamenti della donna possono fargli sorgere la paura che essa possa fare a meno di lui. La donna tossicodipendente tende ad agire la gravidanza con la tossicodipendenza con disattenzione verso le necessità del feto. Mentre le responsabilità vengono delegate all’istituzione curante (ospedale, ASL, SERT), molto spesso la donna gravida continua l’assunzione di droghe mantenendo immodificato il proprio stile di vita, per non alterare l’omeostasi tossicomanica. Il parto può essere vissuto come un incubo in quanto può rappresentare la verifica di ciò che di negativo la donna è riuscita a fare nei confronti del feto; in sala parto alcune donne si mostrano intolleranti al dolore, controllano le emozioni, sostituendo il destino del bambino all’oggetto-droga. Il bambino, infatti, esalta megalomanicamente l’immagine materna e rinforza il sentimento di riuscita, rinforzando l’io, poiché la gravidanza è stata portata a termine. A volte, a causa dei giudizi negativi e dell’allontanamento del figlio dopo il parto per esser disintossicato, la donna reagisce mettendo in atto meccanismi proiettivi accompagnati da un forte senso di colpa. Facendo una distinzione tra due tipologie di madre, madre facilitator e madre regulator, potremmo affermare che le donne assuntrici di droghe si collocano tendenzialmente all’interno del secondo tipo di stile materno. La madre regulator, infatti, vive la gravidanza come mezzo per avere un figlio, non apprezza i cambiamenti che avvengono nel suo corpo e vive il feto come fosse un parassita interno, per la fretta di terminare la gestazione; a causa, inoltre, dei mancati pensieri fantasmatici sul bambino si determina in lei la sensazione di trovarsi di fronte ad un estraneo. Effettivamente, le donne tossicomani riferiscono di non aver avuto tempo per pensare al futuro bambino e di non aver immaginato i cambiamenti che implica la nascita di un figlio, cosicché si trovano a non aver preparato uno spazio né fisico né mentale per accogliere la sua presenza e l’idea di se stesse come madri di quel bambino reale. Partendo dal presupposto che la condizione di tossicodipendente provoca nella madre problemi personali e relazionali tali da compromettere le sue capacità genitoriali, alcuni studiosi hanno somministrato dei questionari e colloqui clinici a 57 madri tossicomani. I risultati evidenziano le difficoltà che queste donne presentano nel costruire relazioni gratificanti, la loro tendenza ad assumere uno stile di vita che porta all’isolamento, le difficoltà a mantenere relazioni interpersonali soddisfacenti (con il partner e la propria famiglia di origine); confermano, inoltre la maggiore difficoltà della madre tossicodipendente a riconoscere e soddisfare i bisogni del figlio. Durante la gestazione l’atteggiamento iniziale della donna tossicomane è caratterizzato dalla negazione e dal rifiuto del nascituro, una volta che la gravidanza è stata accettata emerge nella futura madre un vissuto di idealizzazione del figlio, concepito come elemento salvifico di riscatto e come possibilità di cambiamento della condizione di vita in cui ci si trova. Ciò conduce la giovane ad una felicità euforica che le impedisce di problematizzare la situazione. In questa fase predominano le speranze della futura madre rispetto a:se stessa: di riuscire a cambiare, di smettere di drogarsi, di diventare adulta e “normale”, di essere una madre migliore rispetto alla propria; al figlio: di essere da lui amata e curata. In tal senso egli è investito di speranze e concepito come un “bambino-oggetto” che va ad assumere una funzione vicariante rispetto ai bisogni narcisistici della madre, riempiendo con la sua presenza il senso di vuoto esistenziale ma anche quello lasciato dalle droghe. L’inadeguatezza a svolgere la funzione genitoriale, d’altronde, sarebbe legata non solo allo stile di vita irregolare dovuto all’abuso di droga, ma anche a difficoltà causate da deprivazione affettiva, perdite, separazioni, carenza di continuità affettiva, vissute nella famiglia di origine. Madri e padri tossicomani sono incapaci di trovare uno spazio per definirsi come genitori. L’attesa della nascita e l’attivazione di compiti genitoriali possono suscitare nelle madri tossicodipendenti reazioni disorganizzative, ripetitive ma anche riparative delle proprie esperienze negative di attaccamento e il comportamento di addiction, a volte, rappresenta una risposta dissociativa che ha il fine principale di anestetizzare del il dolore psichico generato in alcuni casi, in condizioni di stress, dall’emergere di emozioni traumatiche e degli stati del Sé non integrati caratterizzati da sentimenti di sofferenza consci e inconscia. Un genitore tossico non riesce, dunque ad essere responsivo, nei termini in cui non sviluppa quell’intersoggettività caratterizzata dalla capacità di utilizzare le proprie espressioni emotive per regolare l’interazione affettiva con il bambino. In questa dinamica assume particolare importanza la reciprocità della relazione, la capacità cioè del genitore di condividere lo stato emotivo del bambino in termini di disponibilità e di sintonizzazione emotiva. Studi in merito hanno supportato l’idea della presenza di alcune connessioni esistenti tra i percorsi relazionali dei pazienti, la trasmissione intergenerazionale e lo sviluppo di una psicopatologia prevalentemente connessa alla tossicodipendenza. Si tratta quindi di una vera e propria diagnosi transgenerazionale che integra la storia familiare dei genitori nell’eziologia dei loro esiti psicopatologici e, conseguentemente, dei rischi di trasmissione del danno ai loro figli. Nei suoi studi Cirillo ipotizza che quello che segnala la tossicodipendenza è la presenza nelle tre generazioni (tossicodipendente, genitori, nonni) di carenze non riconosciute come tali e queste carenze rischiano di riproporsi nei figli dei tossicodipendenti. L’aspetto problematico non è tanto la trasmissione della carenza quanto piuttosto la trasmissione del misconoscimento della carenza stessa. C’è la negazione di una connessione tra il comportamento tossicomanico e una serie di sofferenze riconosciute come tali. Uno strumento utilizzato per indagare le rappresentazioni mentali materne è l’Intervista per le Rappresentazioni Materne in Gravidanza basata sul Differenziale semantico di Ammaniti. Tale strumento consente di rilevare informazioni sul processo rappresentativo quando un soggetto risponde ad uno stimolo, rispettivamente alle caratteristiche individuali del bambino (atteso), alle caratteristiche individuali della madre del bambino e alle caratteristiche individuali del padre del bambino. Da diverse osservazioni cliniche è emersa una difficoltà della donna tossicomane ad accedere alla regressione fisiologica della gravidanza: “un processo benefico con cui la donna si sintonizza con il suo bambino e ciò permette a quest’ultimo di esprimere i bisogni in modo da essere capito”. Il bambino entra così in comunicazione profonda con la madre che lo porta dentro di sé nell’utero poi nelle braccia, in un modo privilegiato e singolare”. Olivenstein afferma che gli individui tossicodipendenti spesso arrivano alla fase adolescenziale senza aver superato la cosiddetta “fase dello specchio”: l’assenza di consapevolezza da parte della madre, dei bisogni del bambino stesso, impedisce la definizione del processo di soggettivazione e di individuazione di quest’ultimo; lo specchio è infranto e l’identità del bambino si verrà a costituire come una sorta di patchwork di frammenti identitari e proiezioni materne. Diventa necessario, quindi, un progressivo coinvolgimento della madre nella tutela della propria salute e di quella del proprio bambino e quindi una responsabilizzazione legata ad una reale motivazione per mettersi nelle condizioni migliori per prendersi cura del proprio bambino.

E’ stato dimostrato infatti che dopo il sesto mese le modalità di relazione madre-neonato possono diventare del tutto normali nel caso in cui ci siano le risorse necessarie. Ecco allora il bisogno di sviluppare una competenza genitoriale che garantisca una “care” al figlio adeguata alla fase evolutiva, allo sviluppo di processi e capacità che supportino il bambino nel processo di attraversamento della crisi che caratterizza in quel momento il suo percorso evolutivo. Parliamo di una competenza genitoriale allora che si ridefinisca e si orienti non solo e non più in considerazione dei compiti evolutivi che caratterizzano la fase evolutiva normativa del figlio (infanzia, età scolare, preadolescenza e adolescenza), ma anche e soprattutto dei nuovi compiti volutivi composti da una crisi evolutiva. L’intervento clinico con famiglie tossicodipendenti dovrebbe essere fondato su percorsi di counseling e da una psicoterapia strategica breve applicata alle dipendenze patologiche. Attraverso la psicoterapia il genitore, infatti, riesce ad individuare le proprie inadeguatezze e a produrre un cambiamento preceduto dalla presa di consapevolezza che il bambino fa parte del suo spazio e del suo tempo, quindi della sua vita.

Dott. ssa Gabriella Papadia

gabriellapapadia@gmail.com

Per Approfondire:

  • Neonato in overdose e segni di bruciature fermata la madre tossicodipendente. Il piccolo Samuele, di 18 mesi, è in Rianimazione all’ospedale Di Cristina a Palermo. Ha ematomi sul viso e ustioni sulle manine. I medici: “Allibiti da tale violenza”.

      http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/12/04/news/coca_nel_sangue_e_bruciature_su_un_bimbo-26056174/

  • “La fotografa russa Irina Popova ha realizzato questo servizio fotografico che ha scatenato molte polemiche. Per alcune settimane ha vissuto a casa di Lila, Pasha e la loro bimba di due anni Anfisa. Lila e pasha sono due giovani tossicodipendenti che Irina ha conosciuto per caso per le strade di San Pietroburgo una notte del 2008. Con loro, completamente ubriachi, c’era anche la piccina addormentata nel passeggino. Durante la convivenza Irina ha immortalato alcune scene di vita che danno l’idea di disordine e abbandono in cui ha vissuto Anfisa”.

      http://www.bonsai.tv/articolo/la-vita-di-una-bimba-e-dei-suoi-genitori-tossicodipendenti-in-russia-foto-shock/72559/

Ammaniti, Pazzagli, Speranza, Vimercati, Sanseverino (1997). Attaccamento e sistemi regolativi nelle tossicodipendenze, 355-372; in “Tra gestori e figli la tossicodipendenza”, Masson, Milano 1997 (a cura di G.I. Vizziello, P. Stocco).

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Cirillo S., Di Biasio P. (1989), La famiglia maltrattante. Diagnosi e terapia. Raffaello Cortina, Milano.

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http://www.cesdop.it/public/download/relazione%202013%20sintesi.pdf.

http://davidscaramozzino.jimdo.com/2013/06/27/figli-di-tossicodipendenti-competenze-genitoriali-del-tossicodipendente-psicopatologia-dell-et%C3%A0-evolutiva-del-bambino-ipotesi-d-intervento-strategico-nel-ser/

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