Gocce di veleno

La violenza indicibile

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“Se liberi la luna, che è nascosta in te, essa illuminerà cielo e terra, e la sua luce caccerà le ombre dall’universo. Se tu capissi questa cosa soltanto allora capirai tutte le cose”.  

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All’interno della nostra società, caratterizzata da grandi sviluppi nel mondo della scienza e della tecnologia, che sembrano poter assicurare uno sviluppo “illuminato” dell’essere umano, permangono senza soluzione di continuità problemi che si ripercuotono sulle relazioni sociali e sulle traiettorie di sviluppo degli individui. Il tema della violenza, negli ultimi decenni, è diventato uno degli argomenti più discussi e affrontati dall’opinione pubblica. La violenza di genere è un fenomeno molto difficile da contrastare, perché si annida negli interstizi della società, spesso sfuggenti e insospettabili, manifestandosi per lo più silenziosamente nella vita quotidiana e riuscendo a rappresentarsi come un evento accidentale persino nella percezione delle stesse vittime. Gli ostacoli che limitano oggi, come in passato, la libertà della donna sono rappresentati da stereotipi di natura culturale, in grado di relegare quest’ultima in una posizione di inferiorità e dipendenza, in un contesto di vera e propria prevaricazione maschile. I pregiudizi e gli stereotipi di genere costituiscono la matrice della violenza contro le donne, favorendo la concretizzazione dell’aggressività maschile in violenza agita fuori e dentro le mura domestiche. Subire violenza da figure significative, soprattutto nelle relazioni di fiducia e in modo cronico, ha un forte potenziale traumatico che mina e disorganizza l’assetto globale della vittima ampliando le sue preesistenti fragilità sia sul piano biologico che su quello psicologico.

Dall’infanzia la donna è preparata e sensibilizzata a quei modelli operativi interni (MOI) - rappresentazioni mentali che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi da parte dell’individuo, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale - che antepongono l’interesse dell’altro (il tu) all’interesse personale (l’io) e a capovolgere il primato della cura di sé alla cura degli altri. La donna nella sua vita sperimenta, attraverso il lavoro di cura, la sua dipendenza dall’uomo come unilaterale, come se la relazione con il partner fosse per lei legata a bisogni primari di sopravvivenza sociale e psichica. Così la dipendenza, l’affidamento al partner, costituisce uno stile comportamentale che si acquisisce con il favore dei modelli sociali, che danno maggior valore al maschile; essa si costruisce in una pratica della relazione di coppia in cui si riducono progressivamente i supporti personali e i punti di riferimento esterni, in cui si rinuncia con estrema facilità ai progetti e obiettivi di realizzazione personale per raggiungere l’unità di coppia. Questo comportamento impoverisce la donna, la rende più vulnerabile ed esposta agli eventi esterni negativi; la espone maggiormente alla necessità di avere qualcuno che si occupi di lei non solo dal punto di vista affettivo, ma anche da un punto di vista economico e sociale. Il costrutto della dipendenza attributo alle finalità proprie del lavoro di cura chiarisce i motivi per cui una donna è tendenzialmente tollerante verso la violenza familiare.

L’esperienza traumatica della violenza si realizza in genere quando la donna, che si discosta dai ruoli tradizionalmente accettati – inscritti nella memoria storica di comunità e gruppi come idea di normalità - viene riportata, in modo più o meno violento, all’interno dei binari di comportamento che il partner ritiene giusto. Il ruolo femminile entra così nella formazione della risposta adattiva alla violenza: la donna entra in un circuito in cui è in relazione con la persona violenta, più non riconosce la violenza, più ha difficoltà a sottrarsi ad essa. L’intrappolamento in una relazione violenta è graduale e può essere descritto come un processo di progressivo adattamento attraverso il quale le donne modellano il proprio comportamento in una direzione di crescente accondiscendenza, remissività, sottomissione in quanto queste modalità sono funzionali a prevenire le esplosioni di rabbia del partner. È difficile trovare nelle donne un desiderio di vendetta nei confronti dell’autore dei maltrattamenti, piuttosto il sentimento che emerge sembra essere legato all’esigenza di far cessare la violenza e spesso di sganciarsi da chi la agisce. La donna si percepisce impotente, priva di senso e di valore e spesso se ne assume la responsabilità e la colpa. Il senso di controllo, di continuità con il sé e di connessione con gli altri viene attaccato in modo massiccio, impedendole una partecipazione al mondo esterno, spesso vissuto come indistinto e nebuloso. L’isolamento e la perdita di autonomia così come la stima di sé e del controllo sulla propria vita, accentuano le difficoltà nel chiedere aiuto. L’interruzione di una relazione violenta non è riconducibile ad un evento unico e improvviso ma costituisce un processo che matura nel tempo e che magari è accelerato da un evento particolarmente cruento o insostenibile sul piano psicologico. Il processo che porta a ciò implica fasi di rifiuto, a volte di negazione, di auto- colpevolizzazione e di sofferenza prima che un riconoscimento pieno della violenza permetta alla donna di maturare una consapevolezza della propria situazione. Le fasi della guarigione da una violenza includono la costruzione di un saldo senso di sicurezza, la ricostruzione della storia del trauma ed il ripristino dei legami con la comunità. Attraverso l’incontro terapeuta- vittima è possibile determinare un mutamento dell’intera esperienza della violenza, in modo tale che il vissuto ad essa collegato possa essere inserito in un quadro di esperienze logiche in grado di offrire alla persona il senso compiuto delle esperienze vissute.

Umberto Galimberti nel suo lavoro “Le cose dell’amore” (2004) parla di “l’affermazione di sé nell’annullamento dell’altro”. Egli aggiunge “Sembra non esistere passione senza che questo sentimento sfoci nell’immedesimazione con l’altro, con conseguente perdita o smarrimento della propria identità, oppure nel possesso della persona amata, con la tendenza ad escluderla dal mondo […].

 

Per approfondire:

E. Reale, Maltrattamento e violenza sulle donne – La risposta dei servizi sanitari, Vol. I, Milano; Franco Angeli, 2011

E. Reale, Maltrattamento e violenza sulle donne – Criteri, metodi e strumenti per l’intervento clinico, Vol. II, Milano, Franco Angeli, 2011