Harlow e Bowlby

Esperimenti e teorie sul vero amore

Un forte scossone alla teoria che il legame del bambino con la madre (la diade) derivi dal fatto che sia lei a fornire il nutrimento, è stato dato negli anni ’50 da una serie di ricerche (riassunte in Bowlby, 1969) dirette da Harry Harlow, un Primatologo Americano, sulle conseguenze della deprivazione di cure materne in piccole scimmie “rhesus”. In un esperimento, le piccoline venivano allevate in una gabbia, in cui erano collocate due “madri” surrogate, cioè due pupazzi con il corpo formato da un cilindro di filo metallico e una testa stilizzata. Uno dei due pupazzi era ricoperto da un rivestimento di tessuto a spugna, che offriva un morbido contatto, mentre l’altro, di dura rete metallica, fungeva da supporto al biberon. Le scimmiette passavano la maggior parte del loro tempo aggrappate al simulacro rivestito di panno, avvicinandosi all’altro solo al momento di mangiare. La tendenza a cercare vicinanza e contatto sembra perciò indipendente dalla nutrizione e dalle soddisfazioni fisiologiche che ne derivano.

Per Approfondire:

 

  • Schaffer – Psicologia dello Sviluppo – Raffaello Cortina Editore, 2009.

  • Berti Bombi - Corso di Psicologia dello Sviluppo – Il Mulino Strumenti, 2005.

  • Zygmut Bauman – Intervista sull’Identità – Bari, Laterza, 2009.

  • John Bowlby – Una base sicura – Raffaello Cortina Editore, 1989.

 

 

Queste ricerche hanno anche dimostrato che la possibilità di avvicinarsi alla “madre” ricoperta dal panno morbido, attenuava la paura delle scimmie, quando nella gabbia veniva inserito un oggetto sconosciuto o spaventoso. Se questa era presente, le scimmiette in un primo momento si aggrappavano a lei, ma poi, rincuorate, si avvicinavano all’oggetto e lo esaminavano. Se invece c’era solo la madre metallica, le scimmiette rimanevano bloccate dalla paura, senza avvicinarsi né ad essa né all’oggetto misterioso.

Gli studi sulle scimmie antropomorfe diretti da Harlow negli anni ’50 e ’60 hanno quindi messo in evidenza in questi animali (i più vicini a noi, nella scala zoologica) una “tendenza piuttosto innata” a cercare il contatto con un oggetto “morbido” e “affettuoso”, piuttosto che con quello che fornisce cibo.

Questi esperimenti scientifici hanno dimostrato praticamente come, nelle relazioni di cura, abbia più valore e valenza il “calore umano ed affettivo”, rispetto per esempio ad un prendersi cura solo dei bisogni fisici e fisiologici.

Tutto ciò risulta essere emblematico e, vivendo nella nostra epoca, “l’epoca della fretta e delle corse”, del rimanere un po’ in superficie, l’epoca dei “selfie e degli smartphone”, è molto ma molto attuale.

Con questo, vorrei sottolineare l’importanza, riportando anche il pensiero e lavoro del grande sociologo Zygmut Bauman, di come sia importantissimo vivere le relazioni ed i rapporti con le persone della nostra vita a 360° e con quegli occhi della spensieratezza e tenerezza infinite, “eternamente bambine”, che potrebbe contraddistinguere ognuno di noi, ogni persona umana adulta e matura.

In parallelo, voglio ricordare come, esaminando diverse ricerche sugli animali, confrontandole con dati clinici e osservativi su bambini, John Bowlby è giunto alla conclusione che esistesse un sistema comportamentale, indipendente da quelli del sesso e dell’alimentazione, rivolto al mantenimento della vicinanza con uno o più individui particolari e speciali. Fu così, che egli ideò la Teoria dell’Attaccamento, che considera la propensione a stringere relazioni emotive intime con particolari individui, come una componente di base della natura umana, già presente in forma germinale nel neonato e che permane nella vita adulta e durante l’età senile. Nella prima e seconda infanzia i legami sono con i genitori (o i caregivers), che vengono ricercati perché diano protezione, conforto e sostegno. Durante un’adolescenza sana e nella vita adulta, questi legami persistono e, vengono ad aggiungersi nuovi legami, solitamente di natura eterosessuale. Sebbene il cibo e l’attrattiva sessuale, svolgano un ruolo importante nelle relazioni di attaccamento, il rapporto esiste di per sé e svolge una funzione chiave per la sopravvivenza e la vita e cioè una funzione di “protezione”.

Nella teoria dell’attaccamento perciò i legami emotivi intimi non vengono considerati né subordinati né derivati dal cibo e dal sesso. Né si ritiene che sia infantile desiderare conforto e sostegno nelle avversità…

Invece, la capacità di stringere legami emotivi ed intimi con altre persone importanti, talvolta nel ruolo di chi chiede le cure e talvolta nel ruolo di chi le fornisce, è considerata una delle caratteristiche principali di un funzionamento efficace della personalità e della salute mentale. (Bowlby, 1988; trad.it. 1989)

Concludendo, è proprio grazie a J.Bowlby ed a H.Harlow ed alle loro ricerche che molti studiosi ricavarono la dimostrazione di questi fatti assai rilevanti; di quanto le motivazioni emotive e di attaccamento abbiano grande rilievo nel determinare il comportamento dei “cuccioli”.

 

 

Dott. Antonella Viggiano

 

Psicologa dello Sviluppo 

iscritta Albo Psicologi regione Basilicata n.660