Hate Speech

Le parole fanno più male delle botte

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<<…voglio che si sappia la mia storia, perché qui in giro non ci sarò solo io a soffrire… le parole fanno più male delle botte >>.

Carolina ha solo 14 anni e una serata, fra amici, con qualche bicchiere in più, la conduce al centro di un incubo: prima le molestie, poi le riprese, la diffusione di un video e i disperati tentativi di sopravvivere alle conseguenti valanghe d’odio.  In poco tempo, viene invasa da giudizi carichi di violenza e stereotipi misogini e discriminatori. Gli Hate Speech, i cosiddetti discorsi d’odio, hanno il potere di distruggere. Carolina, come tant*, non ce la fa; sceglie un salto nel vuoto per interrompere quel dolore.

Le sue ultime parole sono dirette ai suoi coetanei e a un mondo adulto da risvegliare, forse ancora troppo distratto o assonnato per vedere e per agire.

<<le parole fanno più male delle botte>> scrive e il dolore colpisce tutti.

Anche l’opinione pubblica, tanto che a livello nazionale qualcosa si smuove.

In Italia viene emanata la prima legge d’Europa sul cyberbullismo a tutela dei minori, introducendo meccanismi diretti a prevenire e contrastare il fenomeno e a coordinare le iniziative di prevenzione e di contrasto, con l’obiettivo di responsabilizzare le istituzioni coinvolte, in primis scuola e famiglia.

A Carolina viene dedicata la legge n.71 del 2017. Un intervento tardivo, ma un riconoscimento dovuto a lei e alla sua famiglia che ancora oggi si batte per aiutare i minori a parlare e ad identificare la violenza come violenza, anche quando non si vede e non si tocca.

 

Il tema degli Hate Speech è molto ampio, va oltre il cyberbullismo, va oltre l’adolescenza, potendo potenzialmente colpire chiunque.

Le parole hanno un peso. Lo ricordiamo in teoria, ma non è raro sentire dare fiato alla bocca, colpire o offendere per una rabbia compressa e mai elaborata o esprimere un giudizio affrettato sui social.

Le parole hanno un peso e ce ne accorgiamo spesso troppo tardi, spesso dopo averle pronunciate o scritte.

Viviamo in una società che, nelle sue versioni live e online, incentiva il pensiero veloce. Daniel Khaneman definisce il pensiero veloce come un pensiero inconsapevole, istantaneo, poco faticoso e mosso dall’impulsività. Si attiva nel traffico, ad esempio: se l’automobilista davanti a noi gira improvvisamente senza freccia, pensiamo velocemente sia un incapace e diamo fiato alla bocca urlandogli dal finestrino “imbecille!”. Non sappiamo niente di lui, ma siamo pronti al giudizio facile, mossi da veloci valutazioni e emozioni. Facciamo pochi danni nel traffico, ma se rapportassimo  questa attitudine alle relazioni?

Al contrario, il pensiero lento  richiede concentrazione, attenzione, fatica e cura ed è quel che ci serve nei rapporti umani, è sinonimo di rispetto e utilizzo adeguato di competenze empatiche.

Abbiamo il compito di pensare sicuramente abbastanza a lungo da avere cura delle parole che scegliamo di usare.

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire” - Alda Merini

 

Le parole possono diventare pietre, incitamento all’odio e a volte crimine (V. Lingiardi).

Gli Hate Speech sono parole che hanno l’obiettivo di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sociale.  Vengono identificate in ogni forma di espressione discriminante per sesso, razza, etnia, nazionalità, religione, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, condizioni sociali ed economiche. Chi più ne ha, più ne metta. C’é sempre un qualcosa da discriminare.

I discorsi d’odio, dunque, sono l’espressione di un pregiudizio basato su uno stereotipo culturale, sociale e/o religioso (per un maggiore approfondimento “Stereotipi e Pregiudizi- Una rosa se non si chiamasse rosa”), a cui l’odiatore accede, discriminando come riflesso della paura di essere accomunato al diverso.

L’odio è espressione di un bisogno di riconoscersi superiori alla vittima, è la violenta risposta alla paura di perdere parti identitarie e grandiose di sé, un movimento che suona come un “mors tua, vita mea” che viene spiegato ampiamente dalla teoria del capro espiatorio di R. Girard (per un maggiore approfondimento “La società in crisi- Alla ricerca di una capro espiatorio” e  “Odio Online- Gli haters e l’impensabilità dell’altro”)

 

Gli haters di oggi trovano il loro habitat naturale nel mondo online.

I social network facilitano l’espressione del pensiero veloce, permettono a chiunque di esprimere opinioni, anche a chi nella vita reale non avrebbe pubblico e offrono larga diffusione e permanenza nel tempo ai messaggi d’odio.

La dimensione online, inoltre, crea l’illusione di un virtuale non-reale. La superficialità e la mancanza di cultura digitale, permettono agli haters di rapportarsi al web come una zona franca (un far-web) in cui non esistono regole e si rimane impuniti anche perpetrando comportamenti violenti. Questa falsa percezione dell’online contribuisce a far saltare i freni inibitori e a trasformare la libertà di pensiero in libertà di insulto.  Certo, la libertà di espressione e di informazione è un diritto che va tutelato, ma non può mai sovrastare la libertà altrui e la dignità umana.

La mia libertà finisce dove comincia la vostra” - Martin Luther King

Le parole, come ci insegna Carolina, hanno un peso. Il mondo online, fungendo da megafono, ne amplifica il significato e le rende maggiormente pericolose quando veicolano messaggi discriminatori, di odio e disumanità.

 

Come si contrastano i discorsi d’odio online?

Sono piante velenose difficili da estirpare, ma nel nostro piccolo possiamo intervenire offrendo delle contronarrazioni, diffondendo, cioè, online parole alternative all’odio, messaggi positivi e opposti agli haters. Le contronarrazioni affrontano e attaccano l’odio online senza limitare la libertà di espressione degli utenti e fornendo un punto di vista alternativo. Evidenziano le incoerenze e sottintesi che il messaggio d’odio veicola, non sono mai violente, supportano le vittime e i valori anti-discriminatori. Nel web ricevono molti più consensi dei messaggi d’odio e rappresentano una lotta pacifica e valida alla discriminazione.

Non è il web che odia. Sono le persone.

Le legioni di imbecilli (U. Eco).

I Webeti (E. Mentana).

Perciò, il più valido contrasto all’odio è l’educazione.

L’odio non nasce nell’online, ma cresce in famiglia, a scuola e attraverso gli input malsani forniti dalla società. Oggi la società necessita di interventi di educazione emotiva, morale e digitale, non solo sui minori.

Spesso si parte dalla scuola perché il futuro lo vogliamo immaginare sempre migliore del presente. Ma bisogna mettersi tutti al più presto in discussione, oggi, e ribaltare stereotipi e pregiudizi culturali dietro i quali per troppo tempo ci siamo nascosti, a volte anche inconsapevolmente.

Non possiamo aspettarci che sia sempre qualcun altro, un giorno, a rendere il mondo un posto migliore.

Il cambiamento può partire da noi e il buon esempio può essere anche la maggior risorsa educativa per il futuro.

Sperimentiamo il pensiero lento prima di parlare.

Una parola può distruggere ed è estremamente ingiusto continui a essere così.

Dott.ssa Emanuela Gamba

Psicologa, Psicoterapeuta e Psico-Oncologa

Riceve su appuntamento a Roma, tel. (+39) 389.2404480

mail. emanuela.gamba@libero.it 

 

 

 

Per Approfondire

- Ziccardi G. (2016) “L’odio Online”. Raffaello Cortina Editore

- Grandi M. (2017) "Far Web" , Rizzoli

- Naganna C, Sreejith A., (2018) Hate speech review in the context of online social networks. Aggression and Violent Behavior.

- Gini G, Pozzoli T, (2011) "Gli interventi anti-bullismo", Carocci