I mille frammenti dello specchio

L'universo celato dietro un DCA

La prima volta che ho sentito parlare di anoressia, il più “famoso” tra i disturbi del comportamento alimentare, l’ho collegato in maniera automatica alla pressione culturale relativa alla magrezza. Indubbiamente, infatti, è dilagante nella società occidentale il mito della magrezza e come essa sia divenuta ormai sinonimo di bellezza. Diverse ricerche, infatti, hanno messo in evidenza  come l’indice di massa corporea richiesto alle modelle in concorsi di bellezza come miss America si sia abbassato di circa 2 punti dagli anni 50 agli anni 2000. Tuttavia è decisamente riduttivo e limitante sia per fini di ricerca che curativi, ridurre un dca a meri fattori culturali; questi devono essere considerati solo come uno dei tanti fattori di rischio che sono alle spalle di questi disturbi.

Mi piace usare questa metafora: il dca è la punta dell’iceberg. Sotto lo spettro dell’ acqua c’è tutto il fulcro del disturbo che è strettamente connesso all’individualità del paziente, alla sua storia. In altre parole, apparentemente, vediamo le stesse manifestazioni cliniche, le stesse punte dell’iceberg ma queste celano dei meccanismi ogni volta diversi. Lo specchio non è mai univoco ma spezzettato in mille piccoli frammenti che ogni volta raccontano qualcosa di diverso.

 Per questo parlare solo di pressione culturale, di canoni di bellezza è limitante, riduttivo e pressochè inutile ai fini della comprensione del disturbo che è essenzialmente idiografico, tessuto sul singolo.

Immaginiamo noi stessi davanti ad un problema di qualsiasi natura o di fronte ad una situazione stressante; ogni lettore potrà immaginarsene uno e parallelamente pensare ad una reazione o ad una strategia che normalmente mette in atto per affrontarlo. C’ è chi scappa, chi lo affronta, chi si rilassa on una corsa, chi ascolta la musica o ancora chi chiama una persona cara per avere un consiglio. Bene il DCA per molti è una soluzione, una strategia disponibile, facilmente accessibile per rispondere ad una soluzione stressante. Questa visione della patologia può sembrare assurda, soprattutto se paragonata alla prima; ovvero a quel semi clichè che vede l’anoressia come essenzialmente legata a fattori culturali. Ma se andiamo avanti con la riflessione possiamo vedere che in realtà il ragionamento fila, i pezzi del puzzle si incastrano tra di loro.

Pensiamo, infatti ad una ragazzina adolescente che vive in una famiglia piuttosto complessa; non ci sono scambi comunicativi efficaci, non ci sono confini tra i membri o se ci sono non sono netti e definiti, i ruoli si scambiano, gli spazi personali non sono rispettati. L’identità della ragazza tende ad affievolirsi lasciando il posto ad un’identità generica e diffusa che rispecchia il caos familiare. Il problema che si insinua piano piano nella mente della ragazza è “devo recuperare la mia identità, mi devo distinguere” e la domanda successiva “Come faccio? Che mezzi ho a disposizione?”. Ecco che il dca è pronto ad offrirsi come soluzione al dilemma. Usando uno stile alimentare diverso (che spesso equivale ad una restrizione) si pensa di riuscire a trovare un varco nella galleria degli strati familiari indifferenziati. Ecco che i pezzettini del puzzle combaciano. Questo è solo uno degli esempi che mettono in relazione il dca alle dinamiche familiari (per approfondire si consiglia la lettura di Minuchin) che rappresentano gli esempi più calzanti di come questo tipo di patologia venga usata come mezzo per affrontare problemi di ampia portata esistenziale. In questo senso il dca è assimilabile ad una forma di dipendenza; come molte droghe, infatti, rappresentano una soluzione facile, immediata, piacevole e salvifica a fratture profonde, a spirali di dolore, di cui a lungo andare è difficile fare a meno. Questo è vero soprattutto nella prima fase; nell’anoressia nervosa questa è chiamata Honey moon (luna di miele). Questa è la fase più difficile, in cui si concentrano tutte le resistenze ai possibili trattamenti; è la fase dell’onnipotenza, il controllo sul senso della fame è al massimo e chili che si perdono rafforzano questa sensazione così piacevole.

 Queste riflessioni devono far riflettere su come questa patologia si tesse sul vissuto dei pazienti, collimando perfettamente con i suoi vissuti come appunto un pezzetto di puzzle.

«La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa». Questa frase di Amelie Nothomb, splendida nella sua sordida essenza malinconica, racchiude in poche righe tutte le precedenti considerazioni. Il libro si chiama Biografia della fame e oltre all’affascinante verve letteraria della scrittrice belga ci mostra la complessità di un vissuto che trovava senso solo con un malato rapporto con il cibo. È una storia in cui le mille sfaccettature esistenziali che vedono la scrittrice sballottata nelle più disparate parti del mondo, sono legate dal filo sottile rappresentato appunto da un’alimentazione patologica.

Le considerazioni affrontate non vogliono essere fini a se stesse, ma essere un invito per gli addetti ai lavori e non, a immergersi sotto l’acqua e vedere che c’è sotto prima di soffermarsi sulla punta dell’iceberg.
 

Dott.ssa Chiara Moriglia

Psicologa

Per approfondire:

 

Minuchin, 1978, Famiglie psicosomatiche

 

Amelie Nothomb, Biografia della fame

 

Linee Guida regionali per la diagnosi e il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare