I nuovi "falsi" maestri

Tra amartofobia ed apparenza

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“Non c’è più spazio per il maestro. Non parlo solo dei grandi maestri, ma persino dei piccoli maestri, quello di scuola ad esempio.

Quando io andavo a scuola, quello che mi insegnava a leggere e a scrivere era un maestro, un personaggio che ha influenzato tutta la mia vita. Si è rotto il meccanismo che creava dei modelli. Oggi ognuno è il medico di se stesso, tutti hanno visto alla televisione qualcosa, o hanno sentito dire, tutti sono cuochi, sono architetti, tutti sono tutto e nessuno rispetta più niente.”

(Tiziano Terzani)

 

Pochi giorni fa osservavo il mio nipotino, che in un vivaio passava curioso da una pianta all’altra, toccandole e annusandole, non curante delle altre persone e degli ostacoli che c’erano tra l’una e l’altra. Vedendolo così libero e felice di curiosare, mi sono gustato con emozione il momento e in cuor mio gli ho augurato nel crescere di mantenere la forza ed il coraggio di rischiare, senza sentire l’obbligo di uniformarsi agli altri.

 

Già perchè sempre più stiamo creando una società dove dobbiamo essere tutti uniformati. Indossare tutti gli stessi vestiti, ascoltare tutti la stessa musica, avere gli stessi stili di vita per paura di essere giudicati dagli “altri”.

Quella che si sta strutturando è una società amartofobica. L’amartofobia è la paura morbosa di sbagliare. La paura del giudizio della società ci blocca e spesso non ci permette di fare scelte che potenzialmente sarebbero più congeniali al nostro essere. Anche se un qualcosa ci attira o ci piace, preferiamo evitare il rischio di essere additati come diversi dalla massa e quindi ci uniformiamo ed iniziamo a far parte noi stessi di quell’accumulo di identità “uguali”.

La sicurezza di avere un posto nella società “uniformata” scalza via ogni altra prospettiva. Il sociologo e filosofo polacco, Zygmunt Bauman, nella sua “modernità liquida” dice:

 

“La mancanza di punti di riferimento, di ogni conforto esistenziale dalle attività e dalle relazioni sociali vissute, fa emergere negli abitanti della società liquida una costante esigenza di sicurezza. Il futuro e il progresso che fino a poche decenni fa erano guardati con fiducia ora sono attesi con ansia. Il nuovo è temuto, il diverso osteggiato, colui che può minacciare il nostro status combattuto, perché è sufficiente un attimo per scivolare in basso nella scala sociale. In queste condizioni l’industria del binomio paura-sicurezza prolifera, in ogni campo, autoalimentandosi con una propria inerzia, a scapito del binomio diritti-libertà. Si moltiplicano i sistemi di videosorveglianza, recinzioni e muri, armi da fuoco, forze di polizia di stato e private. Tutte strategie di marketing, praticamente per ogni prodotto, promettono sicurezza e tranquillità. L’offerta politica si adegua: “Legge e ordine” sono, insieme al miraggio di una tranquillità economica fatta di possibilità di acquisto, i principali attrattori di consenso. Ma per tutte queste merci – e anche la proposta politica ormai lo è -, la conquista non è mai definitiva: nella modernità liquida quello che si può ottenere è solo il simulacro di ciò che si cerca.”

Questa crisi societaria è alimentata dalla continua nascita di nuovi “falsi” maestri. Cantanti, attori o ancor più gli attualissimi influencer vengono presi dai più giovani, ma non solo, come modelli di vita. Così si innesca il meccanismo – se lo fa\lo indossa lei\lui, allora è OK e lo devo fare\indossare anche io – e la comunità di adepti della società uniformata, aumenta. Ogni ambito della vita viene controllato dall’apparenza. Dobbiamo apparire belli e felici altrimenti verremmo respinti dalla società. Questo comporta inevitabilmente che la maggior parte delle persone siano frustrate. Si perchè questi nuovi maestri hanno dietro una struttura di non realtà. Ore e ore di trucco e parrucco, di prove luci, di inquadrature ad hoc. Tutto questo è spettacolo, intrattenimento, non vita reale.

Si badi bene; non si sta dicendo che il problema sia l’intrattenimento o il mondo social, ma il fatto che tutto questo poi venga percepito come l’unico modo per vivere la vita.

A tal proposito ricordo con piacere un post pubblicato dalla conduttrice radiofonica e televisiva Andrea Delogu.

Pubblicando una foto dietro le quinte che la ritraeva mentre indossava una pancera, scriveva: “Vi prego di credermi, quello che vedete in tv non è la realtà, è una realtà filtrata, con ore di trucco e parrucco, con vestiti cuciti alla perfezione addosso e con escamotage per compattare il tutto: calze velate (non ve ne siete mai accorti quindi non fate le facce schifate) pancere, reggiseni pushup e sopratutto luci giustissime”

 

Ma c’è un modo per tentare di invertire questa tendenza all’uniformità?

 

Se una possibilità c’è, è quella di investire nell’educazione. Oggi più che mai la scuola deve avere un ruolo predominante nel creare capacità critica nei futuri adulti.

Riprendendo ancora Bauman “ci vuole coraggio, il coraggio di opporsi a tutti i livelli, di mettersi di traverso, di denunciare anche a rischio di perdere ciò che si ha caro. Come fa papa Francesco. Come ha fatto Vaclav Havel, drammaturgo e poeta Ceco, che riuscì a opporsi da solo al regime comunista cecoslovacco, avendo solo tre armi: il coraggio, appunto, la speranza e la tenacia.”

 

“Trionfare è imparare a fallire. Fallire è solo cambiare strada.”

(Alejandro Jodorowsky)


 

Ritrovare il coraggio di rischiare. Capire che il fallimento non deve avere necessariamente un’accezione negativa, anzi, di frequente rispecchia quell’insegnamento necessario per arrivare al nostro obiettivo. Spesso invece l’errore, da momento di crescita, diventa testimonianza di incapacità.


“Se il modo in cui ogni essere umano approccia all’errore è determinante per la sua capacità di apprendere, significa che abituare un bambino a vedere nel fallimento una possibilità di crescita, piuttosto che una semplice mortificazione, è fondamentale per il suo futuro. Lodarne l’impegno è, invece, un’azione utile a fargli sviluppare una mentalità aperta, capace di accogliere ed affrontare le sfide.”

A scuola come nelle case bisognerebbe dare più importanza alla sostanza, anzichè alla forma; all’esempio, anzichè al giudizio; all’ascolto, anzichè al mero passaggio di informazioni. Con il tempo, passo dopo passo sarà possibile ritrovare maestri del quotidiano e della vita reale. Per dirlo con le parole di Tiziano Terzani:

“a volte anche una sola parola, un gesto, possono bastare a far cambiare direzione a una vita e tanti, tanti, specie fra i giovani cercano quest’occasione.”

Per Approfondire:

 

Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002. 

Federcia Morrone - Regaliamoci la pace, conversazioni con Tiziano Terzani, Nuovi Mondi, 2002

Tiziano Terzani - Un ultimo giro di giostra, TEA, 2004

 

Alessandro Ricci – Educare allo sbaglio, ovvero sbagliando si impara www.alessandro-ricci.it

 

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