L'identità religiosa ai tempi della globalizzazione

"Io sono e Io non sono"

Opera di Nikolai Roerich

Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro” F. Nietzsche

Oggigiorno l’integrazione religiosa, insieme alla libertà di culto sono delle importanti sfide da affrontare con tutti i mezzi possibili e disponibili per tutte quelle comunità che si reputano “moderne”. Le riflessioni politiche attuali sembrano concordare su questo punto di vista, stimolate in tal senso dai numerosi fatti di cronaca accorsi negli ultimi anni e tristemente noti a tutti noi (ad esempio gli attacchi terroristici rivendicati da gruppi fondamentalistici religiosi). Nel complesso i pensatori che si occupano dello studio di questi fenomeni sembrano sottolineare l’importanza giocata dal senso di identità di queste persone come motivatori di tali accadimenti spesso drammatici. Infatti, il credo religioso e la cultura religiosa sono una parte centrale dell’identità di ognuno di noi, indipendentemente da quali credenze si tende ad inseguire. Ognuno di noi tende per l’appunto a identificarsi a queste variabili culturali, anche detti valori, che diventano parte integrante del nostro modo di essere. Questo processo immaginario è importante, per quanto ne sappiamo universale e gioca un ruolo chiave nello strutturarsi della personalità dell’individuo. Da quando esiste l’uomo, esistono delle figure e delle rappresentazioni ritenute superiori alle quali esso si rivolge, ad esempio l’anno in cui ci troviamo (il nostro orientamento temporale) è scandito a partire da un riferimento religioso. Questo processo di identificazione a delle credenze religiose avviene anche nelle persone che si definiscono atee, in questo caso il punto di riferimento sarà altro, ma il processo psichico che si struttura è perlomeno simile.

La psicologia clinica concorda nel ritenere il senso di identità della persona (ad esempio quando diciamo “io sono qualcosa”) come un nucleo centrale della personalità. Diversi studiosi in tal senso hanno descritto delle problematiche, alterazioni e psicopatologie associate ad un senso di identità che crea problemi e che potremmo definire - in linea con la letteratura scientifica - frammentario. Ad esempio, si potrebbe ipotizzare che molti dei terroristi che compiono questi atti estremi di matrice religiosa sembrano ricercare, attraverso quell’atto stesso, come se fosse una preghiera, una coesione del loro senso identitario che spesso risulta essere invece al contrario di difficile definizione, frammentato e in conflitto tra le diverse parti.  Rispetto agli attentati avvenuti in Europa, spesso le persone che li hanno agiti sono figli o nipoti di emigrati dal loro paese diversi anni prima, nati e cresciuti nel paese in cui hanno colpito, parzialmente stranieri nella terra di adozione dei propri genitori o nonni e anche forestieri rispetto alla terra di provenienza parentale. In lotta dunque, tra due rappresentazioni identitarie che nei casi più drammatici risultano essere in un conflitto contraddittorio reciproco senza un possibile dialogo: uno tende ad annullare o buttare fuori l’altro. Possiamo dunque identificare in quell’atto estremo un tentativo disperato di dar coesione e significato al proprio senso identitario mostrandolo probabilmente in tutta la sua frammentazione e distruzione interna.

Da questo punto di vista, un possibile intervento che vada nella direzione di una integrazione religiosa potrebbe essere quello di favorire la condivisione tra i membri della collettività delle somiglianze che le varie religioni, intese nei termini del loro credo, ma anche delle iconografie, delle storie e dei miti, fatti di persone umane o divine, presentano. In questo modo, si andrebbe ad evidenziare innanzitutto che l’esperienza religiosa è un aspetto ontologico e trasversale all’essere umano indipendentemente dalla provenienza geografica e culturale. Si andrebbe dunque a sottolineare il fatto che da quando esiste l’essere umano esistono delle divinità che presentano delle caratteristiche peculiari, e alcune di queste caratteristiche (storie, personaggi ecc.) si ripetono anche in culture che non si sono toccate tra di loro. Questo programma di studio delle religioni si potrebbe intraprendere fin dalle scuole primarie, per permettere ai bambini di familiarizzare con delle culture diverse da quella che vivono e riconoscere alcune radici dimenticate. O altrimenti potrebbero essere i genitori competenti a narrare ai propri figli storie, fiabe e leggende di altre religioni, magari prendendo dei libri consigliati da persone con un altro credo religioso. Da questo punto di vista cominciamo ad avere il vantaggio di vivere in contesti multiculturali.

Questo modo di procedere andrebbe a sviluppare un dialogo che come tale crea per l’appunto delle connessioni, tuttavia potrebbe essere anche un rischio per i dogmi e le categorie di pensiero delle diverse religioni. Infatti, molto del funzionamento religioso, come l’identità in generale, si basa su una scissione originaria che potremmo definire “io sono” e “io non sono”. Ogni processo di identificazione funziona in questi termini. Nelle religioni questo processo inoltre viene rafforzato dalla appartenenza ad un gruppo sociale che tende ad accentuare i tratti caratteristici condivisi nel gruppo e le differenze con coloro che non appartengono al gruppo. L’ “io non sono” infatti, tende ad essere percepito come un qualcosa che non mi appartiene con il rischio che, se l’identità della persona non devesse essere ben strutturata e flessibile, potrebbe percepire una minaccia di annientamento quando metaforicamente si trova in questa zona “negativa” (“io non sono”).

Dunque, la costruzione di un ponte tra le diverse religioni con la possibilità di scambiarsi racconti, miti e leggende potrebbe essere percepito, più o meno consciamente, come una minaccia alla sopravvivenza di un determinato credo religioso, con il timore, ad esempio, che le nostre divinità possano fare la fine di quelle dei Pantheon greco-romano, o altrimenti che le chiese perdano il loro potere sui fedeli.  Oggi, se ci pensiamo bene, forse come frutto della globalizzazione, probabilmente queste tendenze sono già in atto.

Ritengo che da questo vertice di osservazione, si possa inoltre comprendere meglio perché il messaggio di Gesù così come lo conosciamo dal Nuovo Testamento e da altre fonti abbia fatto scalpore ai tempi. Innanzitutto, dobbiamo pensare che a quei tempi il divino veniva visto come una realtà, dalla quale ad esempio rifuggire per il rischio di punizioni reali, come una carestia o la manifestazione di ambienti climatici avversi, oppure da ricercare per assicurare la fertilità delle donne e la nascita di figli in abbondanza.

Inoltre, dobbiamo immaginare un uomo che predicava il fatto che Dio, l’unico Dio esistente, si stesse facendo uomo, si stesse umanizzando per venire ad “abitare in mezzo a noi”. Se si legge il Nuovo Testamento, colpisce indubbiamente la centralità delle spiegazioni a volte anche enigmatiche che Gesù dava sul passaggio dalla buona teoria - il buon parlare potremmo dire – ad una buona pratica. Il passaggio da pensieri e credenze tramandate che prendono la forma di una legge, alle azioni e ai comportamenti ad esse connesse. Questo livello potremmo chiamarlo “pragmatico”. Dunque, la filosofia di Gesù, si è impegnata a mostrare il passaggio da una buona teoria ad una pratica che è fatta di tutt’altro materiale (cit: "e il verbo si fece carne").

Per inciso la complessità di questo passaggio da un livello teorico ad uno pratico la conosciamo bene noi psicoterapeuti che iniziamo la professione.

Questo processo e insegnamento pragmatico è stato percepito dal mondo dell’epoca indubbiamente come una minaccia, basti pensare infatti alla fine stessa di Gesù. E cos’è che è stato percepito minacciosamente? Perché Gesù è stato crocifisso e ucciso? Una risposta possibile e condivisa da diversi studiosi è che la sua predicazione fosse una minaccia per le autorità religiose e imperiali dell’epoca (ricordiamoci l’etichetta apportata in maniera sarcastica sulla croce: “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”). Probabilmente giova ricordare che Gesù, basandoci sulle testimonianze romane dell’epoca, veniva considerato un predicatore che voleva introdurre una riforma nella religione ebraica tramite un movimento non violento, e questo lo distingueva dai numerosi altri movimenti della religione ebraica del tempo.

Il credo cattolico inoltre evidenzia il fatto che egli sia “morto per i peccati dell’umanità”.  La domanda che sorge spontanea è: di che cosa è peccatrice l’umanità intera? La risposta a questa domanda probabilmente ci porterebbe lontani, anche se uscirebbe dal contesto tematico di questo articolo. Tuttavia, in conclusione, vorrei azzardare una risposta. Infatti, ho l’impressione che la minaccia rappresentata dal messaggio cristiano, e il peccato umano universale da redimere, sia proprio questa tendenza che noi esseri umani abbiamo a identificarci con dei pensieri di tipo categoriali (ricordiamoci il “io sono” e “io non sono” a cui si faceva rifermento in precedenza) che rischiano di finire in un rigido dogmatismo che si associa a delle scelte coerenti ad essi. Questa tipologia di pensiero è tipica del credo religioso. Gesù infatti è stato ucciso per giustizia, seguendo le burocrazie dell’epoca. Per questo motivo è stato citato in apertura l’aforisma di Nietzsche che, a mio modo di vedere, ha rappresentato al meglio questo discorso, ricordiamoci in tal senso la famosa “morte di Dio”.

Per Approfondire:

- per il tema dell’identità consiglio Kernberg, O. F., & Stefani, S. (2010). Disturbi gravi della personalità. Bollati Boringhieri. O. Kernberg “Disturbi Gravi di Personalità”.

- alcune riflessioni politiche su Fachinelli, E., & Borso, D. (2016). Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989).

- per delle riflessioni storiche sulla figura di Gesù su youtube “Gesù è esistito” con Alessandro Barbero.

 

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