Il bullismo. Una piaga per la nostra società

Un malessere sociale fortemente diffuso che lascia cicatrici indelebili

 

“Il nichilismo – Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di questo ospite e guardarlo bene in faccia.”

                                                                                                                                                                        Martin Heidegger

 

Ci problemi che rimangono nascosti nella società e nella comunità continuando a produrre vittime che usano il silenzio come impotente difesa. Ma è proprio questo silenzio a rendere possibile il perpetuarsi del problema. Il bullismo non sfugge a questa regola. Da decenni s’insinua in tutti gli ambienti comunitari e consente a dei “potenti impotenti” di vittimizzare i più vulnerabili, utilizzando la più meschina delle strategie: la prevaricazione.

Una delle prime definizioni sul bullismo fu quella fornita dal ricercatore svedese Dan Olweus il quale iniziò a interessarsi del tema già dagli anni settanta. Secondo Olweus “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente, nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”.

Dal punto di vista comportamentale il bullismo s’interpreta come una serie di atti di aggressione, consapevoli e volontari, che hanno una durata persistente nel tempo e sono agiti da uno o più soggetti ai danni di una o più persone (Sullivan, 2000). È un fenomeno molto grave perché coinvolge ragazzi in età scolare e avviene solitamente in luoghi d’aggregazione tra giovani, privilegiando soprattutto l’ambito scolastico. Da sempre il bullismo condanna l’elemento che è portatore di una differenza, non intendendo la diversità come risorsa ma come elemento da stigmatizzare e di cui ribadire l’estraneità al comune bisogno di normalità e normalizzazione. Si configura come un “gioco crudele”, un abuso di potere che presenta le caratteristiche d’intenzionalità o volontarietà del bullo di mettere in atto comportamenti fisici o verbali con lo scopo di offendere l’altro o arrecargli disagio, di ripetitività nel tempo di comportamenti di prepotenza e di relazione asimmetrica fra le persone coinvolte. Tradizionalmente la ricerca ha raggruppato i fenomeni di bullismo all’interno di due principali categorie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto (o relazionale). Alla prima categoria appartengono tutte le forme di prevaricazione in cui la vittima subisce prepotenze dirette sia di tipo fisico, attraverso percosse e minacce, sia attraverso atti finalizzati a rendere caricaturale e grottesco qualunque comportamento, atteggiamento o modo di porsi. Sotto l’etichetta di bullismo indiretto (o relazionale) vengono invece raggruppate prepotenza e imposizioni basate su forme di controllo sociale, in cui il bullo gestisce le relazioni del gruppo, in modo che la vittima venga progressivamente isolata o divenga capro espiatorio di qualunque situazione problematica, sino a minarne l’autostima e la serenità interiore.

Il bullismo si basa su una rigida e ripetitiva differenziazione dei ruoli tra chi esercita il ruolo di prepotenza e prevaricazione (bullo e gregari) da chi ne subisce gli effetti; in questo senso la vittima non ha spazio per sperimentarsi in un ruolo differente in quanto rappresentato anche a livello fantasmatico, all’interno della cognizione del bullo e dei rispettivi gregari, come elemento fastidioso che deve essere sottomesso. Ciò è frutto delle intenzionalità pianificate dal bullo e del suo orientamento aggressivo finalizzato alla creazione e al mantenimento di un rango di predominanza all’interno del gruppo.

Fino a poco tempo fa si era concordi nel ritenere che il bullismo fosse un terribile gioco di coppia che interessava in modi pressoché esclusivi due individui: il bullo e la vittima. Oggi si considera come espressione di una socializzazione disadattante che coinvolge, al proprio interno e con ruoli diversi, un considerevole numero di soggetti (bullo, aiutante, sostenitore, vittima, difensore, esterno), con funzioni e caratteristiche proprie.

Ciò che permette al bullismo di insorgere è l’incompetenza emozionale mostrata da tutti i soggetti coinvolti, tale incompetenza produce, infatti, difficoltà a sintonizzarsi empaticamente con gli altri e a comprendere le emozioni proprie e altrui.

Galimberti (2007) nel suo saggio sul Nichilismo dei giovani riflette sulla condizione di preadolescenti e adolescenti di oggi, più soli e impreparati alla vita, rispetto alle generazioni precedenti, perché privi di strumenti per riconoscere le sfaccettature delle emozioni e per attuare comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, indispensabili per comprendere e risolvere i conflitti. Di fronte agli atti di bullismo, tutta la società è chiamata a interrogarsi sul fenomeno con la responsabilità di educare alla relazione. Il bullismo, infatti, è un problema relazionale che richiede soluzioni nella relazione stessa.

La conoscenza e la gestione dei vissuti emotivi sono determinanti per l’equilibrio ed il benessere psicofisico dei ragazzi. Prendere coscienza del proprio stato interiore permette di conoscere meglio se stessi, perché si ha l’opportunità di entrare in contatto con la parte più intima di sé. Il fenomeno del bullismo necessita di essere compreso in tutti i suoi aspetti. La condivisione di aspetti valoriali e normativi risulta essere un fattore di protezione fondamentale che influisce sugli aspetti relazionali tra i ragazzi. Occorre il supporto di un ambiente adulto attento e consapevole che riesca a far emergere le qualità di ognuno come risorse per il gruppo. Un gruppo senza un adulto che svolga la funzione normativa di contenimento, che unisca in sé la funzione materna (affettiva) e la funzione paterna (normativa), sarà un gruppo in balìa di angosce. La costruzione di un senso di appartenenza e di distinzione tra un dentro e un fuori, acquisisce una funzione contenitrice che permette alle angosce che emergono di essere pensate e non evacuate attraverso un agito. Il gruppo allora può diventare il migliore alleato e una fonte di apprendimento e di cambiamento.

 

Cerca di accettarti così come sei. Non cambiare mai per piacere agli altri. Chi ti ama accarezzerà le tue insicurezze. Chi vorrà starti accanto si accoccolerà alle piaghe della tua anima. Sii te stesso sempre. Fatti un dono vero, resta come sei”.

                                                                                                                                                                                    Alda Merini

Per approfondire

Buccoliero E., Maggi M. Bullismo. Bullismi. Le prepotenze in adolescenza dall’analisi dei casi agli strumenti d’intervento. Franco Angeli 2018

Civita A. Il bullismo come fenomeno sociale. Uno studio tra devianza e disagio minorile. Franco Angeli 2006

Gallina M. A. Dentro il bullismo. Contributi e proposte socio- educative per la scuola. Franco Angeli 2016

 

 

 

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