Il disegno infantile
Fotografie di un mondo interno

Nei bambini, l’esplorazione e la valutazione di eventuali disagi, conflitti, traumi o disturbi esistenti, necessita da parte del clinico di tutta una serie di accorgimenti speciali vista la particolare categoria di soggetti con cui sta rapportandosi. Non a caso, il colloquio in età evolutiva – a dispetto di ciò che avviene per l’adulto -  punterà anzitutto sull’osservazione diretta del bambino e, nella fattispecie, ciò si compirà attraverso l’osservazione ludica, specie se il bambino è molto piccolo; questa scelta è per l’appunto giustificata dalla tenera età del bambino, per cui, più piccolo sarà e meno si potrà contare sulla comunicazione verbale dei suoi vissuti intrapsichici. Con ciò si spiegherebbe perché, trattandosi di bambini, la ricerca degli strumenti più adeguati da impiegare nella psicodiagnosi avvenga all’interno delle attività predilette dai piccoli: e quale migliore attività, se non quella del gioco?  (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Il ruolo del gioco nello sviluppo – Da 0 a 99 anni” della rivista di Ottobre 2015).

Fra quelle più svariate, il disegno infantile spicca forse fra le attività ludiche che meglio si prestano al compito e che posseggono e condensano la maggiore e più autentica espressione del bambino nella sua globalità. Nel disegno, il piccolo inserisce spontaneamente ed inconsapevolmente ogni aspetto più intimo di sé, ivi inclusi quelli che farebbe più fatica a descrivere o svelare in un modo più diretto. E’ un po’ come se, dentro al disegno, il bambino si mostrasse per intero, con verità e immediatezza, assai più di ciò che farebbe attraverso l’impiego del solo linguaggio verbale: se quest’ultimo (già fra i 6-7 anni) perde quella sua capacità di riflettere il mondo interno del bambino - causa l’educazione genitoriale impartita e le norme sociali acquisite che ne hanno in qualche modo ristretto la spontaneità - di contro, nel linguaggio grafico, le tracce lanciate e lasciate di sé all’adulto arrivano più dirette, senza il filtro selettivo del linguaggio.

 

Nel disegno non c’è difesa o sovrastruttura che permetta al bambino di arginare certi contenuti, per cui l’accurata osservazione di quelle produzioni, ne permette un disvelamento puro e privo di censure: tensioni emotive, ansie, angosce primitive, fobie, frustrazioni, desideri, sentimenti di odio, gelosia, aggressività, impotenza, sono tutti lì addensati. Poiché capace di favorire spontaneamente il meccanismo difensivo della proiezione (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “I meccanismi di difesa – Quei garanti della sopravvivenza” della rivista di Febbraio 2015), il disegno viene pertanto inserito fra i cosiddetti test grafici proiettivi (anche detti test carta – matita), così da permettere una valutazione psicodiagnostica nell’età evolutiva: partendo da una condizione standardizzata e che sia il più possibile neutra, il bambino proietta naturalmente sul foglio la sua realtà psichica e le fantasie di cui essa è intrisa. Il disegno libero differisce dal test grafico proiettivo per la presenza, in quest’ultimo, di una consegna che viene effettuata dal clinico al bambino (ad esempio “disegna un albero da frutta”, nel test dell’albero di Koch).

 

Divertito, distratto e pienamente assorto dalla produzione del disegno, il bambino ripropone così sul foglio il complesso di dinamiche inconsce che lo connotano, che possono essere qui abbondantemente individuate grazie all’impiego di uno strumento ludico e non intrusivo. Pertanto, la scelta del disegno come strumento d’elezione nella psicoterapia infantile, si spiega grazie alla semplice modalità d’accesso che ha per il bambino, che fornisce così al clinico un vera e propria riproposizione di sé in forma grafica, in cui il materiale proiettivo si fa vivido e consistente e permette di essere re –impiegato ed ulteriormente approfondito in terapia col bambino attraverso il gioco, o per mezzo di altri disegni - prodotti dal clinico in risposta al bambino -  ed in specie verbalizzandone i contenuti a colloquio. La prima forma grafico – espressiva del bambino è lo scarabocchio. Questa traccia primordiale lasciata sul foglio dall’infante compare già fra i 2-3 anni e per quanto possano sembrare apparentemente privi di senso, quei segni sono in realtà la prima “impronta” lasciata dal bambino nel mondo.

 

Normalmente a 3 anni il bambino dovrebbe essere in grado di disegnare un cerchio: diversamente, il suo processo maturativo sarebbe rallentato (entro questa età il bambino deve saper stare in piedi, camminare, avere il controllo motorio e visuo – percettivo ed un pensiero organizzato): tuttavia fino ai 3 anni i bambini sono molto normati, nel senso che i principali criteri di riferimento sono di tipo fisiologico – ad esempio, è presente il controllo sfinterico - ; dopo i 3 anni (3-5 anni e mezzo circa) si è nel pieno degli automatismi e della perseverazione.

In questa fase, nel disegno, non c’è una differenziazione vera e propria fra maschile e femminile, nel senso che ad esempio quattro personaggi sono disegnati in modo identico. E’ solo con l’età scolare (6 anni) che si passa ad un altro livello, quello dell’elaborazione: ora, il disegno non solo è “riconoscibile”, ma anche differenziato. E’ adesso che il bambino permette il riconoscimento delle figure grazie ad un suo stile personale ed inoltre egli è uscito dalla fase elaborativo – fantastica per entrare in quella riflessiva, così che il piccolo acquisisce una maggiore attendibilità rispetto a ciò che dice: è come se fosse entrato in una seconda infanzia. Dopo i 6 anni, il bambino deve essere in grado di elaborare le informazioni e conferirgli un senso proprio, finalmente differenziato.

 

Ebbene, i test carta – matita permettono una valutazione approfondita di molteplici aree dello sviluppo del bambino. Attraverso l’analisi formale - strutturale del grafismo è possibile intanto valutare lo sviluppo della sfera intellettiva e l’evoluzione raggiunta dallo schema corporeo e dell’immagine di sé. A seguire, l’analisi dei contenuti consente l’emersione dei vissuti soggettivi del bambino rispetto ai rapporti interpersonali e alle situazioni che inducono stress; mette a fuoco le sue risorse e le capacità adattive e di contro individua quali siano le aree di sua maggiore vulnerabilità. Il modo in cui si sono integrati mondo interno e mondo esterno è perciò tutto contenuto nella produzione grafica finale del bambino.

 

Fra tutti i test grafici proiettivi troviamo il disegno dell’albero di Koch, il disegno della figura umana, il disegno della famiglia, il disegno della casa, il disegno del bambino sotto la pioggia. Posto che il colloquio clinico resta lo strumento psicodiagnostico per eccellenza, mi preme altresì sottolineare come, senza prescindere dal colloquio, l’uso di un singolo test grafico proiettivo non sia di per sé necessario e sufficiente a far diagnosi e che per avere una visione d’insieme che sia il più ampia possibile sarebbe bene impiegare più disegni, così da poter confrontare e semmai incrociare il complesso degli elementi emersi. Ma quali sono gli aspetti formali cui prestare maggiormente attenzione nel disegno?

 

La posizione del foglio: questa scelta è di per sé indicativa di un rapporto significativo con la figura materna (se si sceglie di disegnare in orizzontale) o col padre (se si sceglie di farlo in verticale). La collocazione nello spazio: dobbiamo immaginare il foglio da disegno idealmente suddiviso in più parti: il bambino potrebbe tendere a disegnare più nella zona alta del foglio, connessa all’idealizzazione e al mondo della fantasia e della leggerezza, ovvero in quella più bassa, legata invece ad una dimensione più concreta e pessimistica. L’attaccamento al passato e alla regressione è presente nella tendenza a disegnare sul lato sinistro del foglio (lato materno), mentre l’orientamento e la fiducia verso il futuro si ha occupando il lato destro (lato paterno); chi colloca il disegno al centro denota tendenzialmente sicurezza, indipendenza ed egocentrismo.

 

La sequenza, vale a dire l’ordine che il bambino segue per produrre il disegno; le dimensioni, posto che la tendenza a disegnare figure più grandi è inversamente proporzionale all’età del bambino, che – normalmente - dopo i 6 anni -  dovrebbe aver abbandonato la sua fisiologica posizione onnipotente e con essa la costante richiesta di centralità; di contro, laddove si riscontrasse oltre i sei anni, ciò potrebbe indicare immaturità, aggressività, narcisismo; la pressione del tratto, che indica la quantità d’energia impiegata dal bambino nella produzione grafica: la pressione è l’elemento grafico più costante di un soggetto, poiché è connesso all’energia psichica costituzionale di cui quello è dotato: ne identifica lo stile personale; i tratti (lunghi, corti, dritti, curvi), e poi ancora la scelta dei colori impiegati e le cancellature, che rivestono un’importanza assoluta in quanto indicative del rifiuto del soggetto/oggetto che si è prodotto e comparso sul foglio; i dettagli, la simmetria e il movimento.

 

Da questi cenni brevissimi e appena introduttivi ai test grafici proiettivi si evince come di fatto il bambino sia presente in tutto il disegno: l’attribuzione delle proprie paure, emozioni, dei desideri e dei pensieri ai personaggi che animano ogni suo disegno, permette al piccolo l’espressione più lieve di un conflitto diversamente ingestibile per la sua psiche in divenire

Per Approfondire:

 

Koch K. Il reattivo dell’albero (1993) Giunti O. S. Firenze

 

Mackover K. Il disegno della figura umana (1985) O. S. Firenze