Il grande equivoco della bruttezza

La lezione di Frankestein

 

 

Come posso spiegare le mie sensazioni di fronte a questa catastrofe […] Le membra erano proporzionate e avevo scelto i lineamenti più belli . Belli ! Buon Dio ! […] la bellezza del sogno era svanita, e un orrore e un disgusto soffocanti mi opprimevano il cuore.

                                                                                                                                                  (Shelley, 1818, pp. 69-70)

 

 

 

Nel Giugno 1816, sulle Alpi svizzere, una giovane donna che allora aveva soltanto 19 anni formulò l’idea per una storia che sarebbe divenuta un classico della letteratura: Frankestein. Questo, come segnalato dal sottotitolo della medesima opera, è il racconto di un “Prometeo moderno”. La storia è nota: in seguito alla morte della madre, Frankestein lascia la casa per frequentare gli studi universitari, dove sviluppa l’idea di creare un nuovo essere usando le parti di cadaveri che raccoglie scoperchiando le tombe. Questa creatura che prende vita con un elettroshock, crea una crisi diretta nel “genitore-creatore” che messo di fronte al “pasticcio” creato finisce con il rifiutare quanto generato. L’ enorme sagoma, abbandonata dalle sue potenziali radici e respinta continuamente da coloro che incontra a causa del suo inguardabile aspetto fisico, comincia a dare la caccia a Frankestein per costringerlo ad assumersi le responsabilità di quanto fatto.

Molte sono state le interpretazioni sul romanzo, specie quelle relative ai poteri dell’ambizione scientifica, alle sue implicazioni morali. Come si potrà intuire, la potenza e la distruttività della scena nascondono molte più informazioni ed elaborazioni possibili, soprattutto per il pensiero psicoanalitico. Uno dei tratti più evidenti è sicuramente quello relativo alle proiezioni genitoriali nel corpo del bambino. L’aspetto centrale, diretto e manifesto di tale “mostro” è l’insieme delle componenti fisiche disarmoniche: la creatura all’inizio della sua storia non è affatto cattiva, ma semplicemente “brutta”. Questo lascerebbe presupporre il destino segnato del bambino, privo dello sguardo amorevole del caregiver. Qualcuno potrebbe suggerire come “ciò che diventa brutto lo è in quanto non è stato desiderato” …insieme alle proiezioni e deprivazioni che stimolerebbero l’invidia e la violenza su colui che è destinato ad essere cattivo (oltre che brutto). L’orribile presenza creata da un capriccio della scienza, in realtà rifletterebbe tratti di assoluta tenerezza: non grugnisce né claudica ma riesce a parlare e a farlo…con sentimento. Ci si è chiesti spesso il motivo per cui il pubblico, almeno apparentemente, preferisse l’immagine più spaventosa ed emotivamente meno complicata della creatura-mostro che si muove nella nebbia, mani e braccia distese di fronte a sé, in cerca della futura vittima. Nessun rispetto verso il dolore sentito ( e dimenticato dall’Altro) e l’odio nel percepirsi così brutta e non amata. Altre interpretazioni sono più commoventi e soverchianti: la figura iconica delle braccia protese in avanti - sostiene Karloff – evoca gesti scoordinati di un bambino che desidera essere preso in braccio, mentre la nebbia che attraversa, inseguendo Frankestein, richiamerebbe lo stato interno di “nebbia”. Poiché il desiderio della creatura di essere desiderata dal suo “autore biologico” viene ripetutamente frustrato, mentre gli altri fuggono terrorizzati o l’ attaccano, le braccia protese in avanti, desiderose, assumono il significato del gesto orribile che conduce all’assassinio, al finale strangolamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ la nascita considerata come “catastrofe”, dove il nuovo nato non viene mai toccato o tenuto in braccio, ma si configura solo come il recipiente, il contenitore di uno sguardo di orrore e disgusto. Compare così anche il terribile narcisismo di Frankestein, dettato dai classici vettori dell’idealizzazione e della svalutazione a cui si assiste: ciò che è stato concepito può anche fungere da appendice di cui ci si potrà liberare. I meccanismi di identificazione proiettiva, così forti e presenti, spiegherebbero anche la ragione per cui, nell’immaginario popolare il nome di Frankestein spesso evochi non tanto il giovane scienziato quanto la sua “opera”; per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo "Le proiezioni dei genitori sui figli - Dillo con parole mie".  L’oltraggio dell’uomo non è, dunque, quello di aver creato un mostro, ma la sua incapacità di donargli amore; lo sguardo ricco d’affetto che accoglie normalmente il bambino alla vita fuori dall’utero, coincide precisamente con il rifiuto del “bambino mostruoso”. La caratterizzazione della creatura, si scoprirà poi, attinge pesantemente all’esperienza personale di Shelley ed ai suoi tentativi di ottenere l’attenzione e l’approvazione paterna, congiuntamente al rifiuto da sopportare.

Oltre ciò bisognerebbe ricordare dell’eredità che il bello ci ha lasciato nei secoli: se per Lombroso tratti marcati e disarmonici nel viso e nel corpo potevano essere predittivi di una futura criminalità, Leonardo da Vinci ha fornito innumerevoli prove dell’ideale di perfezione corporea. In Italia, ad esempio, il Rinascimento ha saputo mischiare, in modo forse irreplicabile, l’umano al divino, l’altalenante equilibrio terreno al paradisiaco.

Viene dunque da chiedersi quale sia la “funzione” del brutto…Negli anni, a partire dalle teorie evoluzionistiche, si è appreso come il brutto sia qualcosa da cui prendere le distanze, un qualcosa di estraneo al nostro Sé, un sintomo di differenziazione, disintegrazione, disarmonia, un qualcosa che non dovrebbe contaminarci e che dovremmo controllare. Qualsiasi cosa esso rappresenti, coinciderà con una intenzione specifica: prenderne le distanze. Eppure una spiegazione possibile deriverebbe proprio dalla radice del verbo latino “monstrare”, ovvero avvertire o mostrare: se ciò che è mostruoso è dunque brutto, noi  potremo esteriorizzarlo per segnarlo come “altro”, così da non sentirci connessi, legati ad esso per paura che ci minacci, che ci riveli ciò che appartiene a noi ma che non vorremmo comunque vedere ( o “riconoscere”). In questo senso, come riporta Hagman “l’oggetto brutto è sentito sia inquietantemente familiare sia assolutamente estraneo”.

Concludendo, si potrebbe suggerire come siamo portati a distogliere lo sguardo da ciò che viene percepito come “brutto” perché ciò è proprio quello che “non può essere risolto”: minaccia la nostra esperienza di interezza, di armonia e fusione con il resto del creato. L’esperienza di bellezza, infatti, non può essere totale, permanente o il prodotto di una immodificabile creazione onnipotente; tutto ciò lascerà il posto alla disintegrazione, all’insufficienza che attacca la nostra soggettività. Fare i conti con ciò, senza rifugiarsi nella bugiarda promessa di una bellezza eterna, significa maturare, crescere, oltrepassare le nostre paure e persistere nell’esercizio più complesso di sempre: vivere.

 

 

 

Per Approfondire: 

 

A. Lemma, Sotto la pelle. Psicoanalisi delle modificazioni corporee, Ed. Cortina, 2011

D. Anzieu, L’Io Pelle, Ed. Cortina, 2017

A. Lowen, Il linguaggio del corpo, Ed. Feltrinelli, 2013

U. Eco, Storia della bruttezza, Ed. Bompiani, 2018

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