Il pos e la psicoterapia 

invasione del campo analitico?

 


 

 

 

 

“Dottoressa oggi lo ha portato il pos?” La mia risposta, laconica, è stata “No.” 

Con la nuova legge finanziaria le prestazioni sanitarie devono essere pagate in modo tracciabile. Per tale ragione nello spazio della terapia è entrato questo oggetto, il cui acronimo rappresenta le parole anglosassoni Point Of Sale, punto di vendita, che rischia di tramutare il campo analitico in un non-luogo di consumo. Vale la pena recuperare la definizione di “non luogo” di Marc Augé, dal suo libro “Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité” del 1992, per designare le strutture necessarie alla circolazione delle persone e degli oggetti, come centri commerciali, aeroporti, e mezzi di trasporto. Si tratta di zone in cui gli individui si incrociano senza entrare in relazione gli uni con gli altri, per consumare o andare altrove. Luogi senza tempo, né storia o cultura relazionale, in cui si è destinati ad essere soltanto clienti. Elementi di passaggio senza identità.

L’ingresso di un oggetto di consumo, con il suo carico di simboli e significati, entra drammaticamente nel campo analitico. Nessun oggetto è neutro, ma portatore di significati e relazioni. Ma cosa vuol dire “campo analitico”? Claudio Neri, psicoanalista e gruppoanalista, lo ha definito come segue: “il campo corrisponde ad un sistema di trasformazioni, che si organizza secondo leggi proprie ed indipendentemente dalla natura delle sorgenti che lo hanno generato. Sebbene non sia direttamente osservabile, la sua esistenza può essere dedotta dai suoi effetti sui corpi; perché un campo si costituisca, devono essere presenti almeno due corpi. Qualsiasi evento perturbatore relativo ad un oggetto del campo influenza tutti gli altri oggetti presenti, ai quali si trasmette attraverso le modificazioni del campo e non direttamente.” Prendendo questa definizione appare evidente che nessun oggetto possa essere portato nel campo analitico senza portare con sé un sistema di significati e di forze con le quali tutti gli altri oggetti necessariamente interagiranno.
 

Che cosa può rappresentare il pos all’interno dello spazio clinico? Come terapeuta mi interrogo costantemente sul problema. Il denaro, con il quale viene pagata la seduta, ha un significato simbolico e relazionale, legato alla capacità del paziente di riconoscere il lavoro fatto dal terapeuta e di provare gratitudine, e da parte del terapeuta la capacità di tollerare il controtransfert che si accompagna ai sentimenti del paziente relativamente al saldo delle sedute, con la mole di significati intrapsichici e relazionali legati alla regola del pagamento. Le regole del setting creano significati e generano movimenti, che possono scaturire in agiti, che trovano senso, se analizzati all’interno del campo analitico. La “dimenticanza”da parte del paziente, del denaro per la seduta, il giorno del saldo a fine mese, ad esempio, non è un elemento neutro, quotidiano, qualunque, come di fronte al fornaio o alla tintoria, ma rappresenta qualcosa che andrà interpretato all’interno della relazione terapeutica e nel campo in cui essa ha luogo.

 

In tal senso e in tale contesto quindi quali significati porta con sé il pos? Che senso ha avuto il mio agito di dimenticare il pos? Che cosa può rappresentare il pos per il paziente? È importante promuovere ed elaborare un pensiero su questi elementi che possono sembrare “neutri”, quotidiani. Delle non – azioni, parafrasando Augé. Da queste osservazioni iniziali posso partire proprio dal mio controtransfert rispetto all’oggetto pos. L’ho avvertito come una spersonalizzazione del rapporto, una macchina che media la relazione tra me e il paziente, che nasconde “il vil denaro” e può rendere “virtuale” la regola del pagamento, portando forse il paziente ad avere la sensazione di non pagare davvero le sedute.

 

Eppure faccio giornalmente ricorso ad altre macchine nel mio lavoro clinico, come un computer collegato a internet per le sedute on line. Anche in quel caso il computer e internet diventano parte del campo analitico, comportando modifiche al campo e nuovi significati e scenari che vanno sempre tenuti presenti nella relazione clinica. Il pos dovrà trovare un significato e una collocazione all’interno della stanza di analisi, e per farlo dovrà essere smascherato, dovrà essere messo al centro della scena. Nella seduta successiva al mio agito di aver dimenticato il pos, quello strumento non neutro, è stato portato all’interno del colloquio clinico. Io e il paziente ne abbiamo esplorato significati reciproci e risonanze. Per il paziente evocava controlli da parte dello Stato, del fisco, persecutorietà e angoscia. Da qui ha probabilmente avuto origine il mio agito di dimenticarlo per non alimentare quell’angoscia, perché sono entrata in risonanza con questa emozione. L’angoscia per l’invasione del campo.

Ogni elemento che entra a far parte del nostro campo analitico è portatore di senso e relazione. È inutile condurre battaglie per tenere fuori gli elementi della realtà dallo spazio clinico, ma è doveroso per un terapeuta pensarli e non commettere mai l’errore di crederli neutrali e inerti.

 

 

 

 

 

 Dott.ssa Valeria Colasanti 

Psicologa Psicoterapeuta 

 

Riceve su appuntamento a Roma

(+39) 348 8197748 

alfastudiopsicologia@gmail.com

 

 

 

 

 

 

Per Approfondire:

 

NERI, C. (1995-2004), Gruppo, Roma: Borla

AUGÉ M. (1992), Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité: Le Seuil

  

 

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