L'invidia: un'emozione inconfessabile

Il bisogno di distruggere la felicità dell'altro

“Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l’ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in sé stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante”.

Z. Bauman

 

L’invidia è un’emozione sociale molto comune, altamente stigmatizzata nella nostra cultura. Può essere definita come “un’emozione spiacevole, spesso penosa, caratterizzata da sensi di inferiorità, ostilità e risentimento, che ha origine dalla presa di coscienza che prova un soggetto quando teme che un altro possegga qualcosa di desiderabile. Il significato del termine rimanda in modo diretto agli aspetti distruttivi di questa emozione, che si traducono nel desiderio non solo di eguagliare colui che è più fortunato, ma anche di danneggiarlo e deprivarlo di quello che ha. È possibile riscontrare una forte componente di ambivalenza: al desiderio smisurato di possedere ciò di cui si percepisce la mancanza si contrappone quello di distruggere metaforicamente ciò che l’altro possiede o rappresenta.

Il sentimento di invidia trova spesso posto nelle fiabe: pensiamo alla regina di Biancaneve che chiede al guardaboschi il cuore della fanciulla come prova della sua reale morte o alla Bella Addormentata nel Bosco che è vittima di un incantesimo che, nelle intenzioni della strega invidiosa, dovrebbe portarla a non risvegliarsi più. È importante sottolineare quanto anche l’arte riesca a rappresentare egregiamente le caratteristiche più salienti di tale emozione. La rappresentazione più feroce e forse più perfetta è quella che fornisce Giotto nella Cappella degli Scrovegni. L’opera raffigura una donna anziana che nella mano sinistra stinge un sacchetto di denaro che rappresenta il materialismo estremo mentre la mano destra, con le dita a forma di artiglio, è protesa ad afferrare simbolicamente la brama di potere incontrastato. Le orecchie grandi fanno riferimento all’impetuosità nel cercare il pettegolezzo per spargerlo senza ritegno e senza considerare le conseguenze dannose mentre dalla bocca spunta un serpente e le entra negli occhi accecandone lo sguardo. Infine, la fiamma viva e ardente rappresenta un chiaro riferimento all’invidioso che, tentando di eliminare le qualità e i beni dell’altro con la vana speranza di innalzare sé stesso, finisce con l’autodanneggiarsi, diventando egli stesso la causa della propria frustrazione.

Dal punto di vista psicologico, l’invidia affonda le sue radici nelle fasi precoci della propria esistenza, nel rapporto con le figure di attaccamento, nell’ambiente familiare che è luogo elitario per l’assorbimento e l’apprendimento dei valori e della gestione dei sentimenti che pervadono la vita relazionale. Il bambino, infatti, apprende e costituisce il proprio mondo interno ed esterno sulla base di ciò che ha “respirato” in famiglia e riproduce poi all’esterno ciò che gli è stato insegnato. Pertanto la famiglia dovrebbe permettere l’esperienza e l’espressione di sé, il confronto tra i suoi componenti, e di fronte ad atteggiamenti impulsivi, le figure adulte devono saper tradurre le forti emozioni con parole chiare, sottolineando gli aspetti buoni, affinché possa esserci una positiva evoluzione. Se per qualsiasi motivo, il genitore non riesce in questa funzione contenitiva e strutturante, si potranno creare delle disarmonie evolutive e nell’età adulta, non avendo imparato a gestire i sentimenti rancorosi e di astio verso gli altri, sarà difficile imparare a capire le motivazioni profonde che spingono ad enfatizzare queste emozioni. Ascoltare e affrontare il sentimento dell’invidia è di grande importanza perché se non incanalato diviene una potente minaccia per l’individuo e per la società. Le maggiori sofferenze individuali e i più grandi disastri sociali avvengono sempre sull’onda di sentimenti distruttivi e sui mancati valori morali. Troppo spesso queste persone non ritengono di essere afflitte da questo male, poiché il meccanismo da esse adottato è quello della proiezione, meccanismo di difesa con cui il soggetto reagisce a eccitazioni interne spiacevoli da cui non può fuggire, negandole come proprie e attribuendole a cose o persone esterne. L’impulso distruttivo nasce dal bisogno di far cessare la pressione che l’altro esercita in quanto oggetto di invidia, non perché abbia fatto un torto, ma perché, con la semplice presenza, ricorda le mancanze rendendole ancora più dolorose. Questa distruzione può avvenire tramite il rifiuto, la svalutazione, il disprezzo, i pettegolezzi, le maldicenze, la critica, i tentativi di screditare l’altro. La persona invidiosa perde la capacità di valutare realisticamente sé stesso e l’altro. Dunque, l’essenza dell’invidia non è il desiderio di qualcosa di concreto ma l’insopportabilità di una mancanza.

L’invidioso è intrappolato in uno stato di impotenza e solitudine, nega il valore del mondo perché non può riconoscerlo, disprezza ciò che potrebbe arricchirlo. Il rifiuto e la svalutazione sono i mezzi che possiede per difendersi dalla sensazione di disvalore, ma questi meccanismi difensivi, che, inizialmente danno un momentaneo sollievo, in seguito aggravano il problema, perché bloccano i processi psichici e non permettono all'individuo di percepire ed elaborare i vissuti profondi di inadeguatezza, vuoto, sfiducia.

Il percorso psicologico deve quindi fondarsi sulla presa di coscienza del senso di inferiorità che porta ad attribuire ad altri i sentimenti negativi e ciò perché non si accetta che possano essere insiti nella propria persona. Poter uscire da questo stato di sudditanza interna per entrare nell'interiorità, affinché questa possa divenire cosciente del male che affligge sé stessa, sarebbe l’unica vera via trasformativa.

 

 

 “E, dopo di lui, ecco la maligna Invidia a cavallo di un lupo famelico, e continuava a masticare coi suoi denti ulcerati un rospo velenoso, così che tutto il veleno gli schizzava dalla bocca; ma tra sé si mangiava anche lo stomaco alla vista della fortuna dei suoi vicini, e ne era sempre più triste; perché per lei era la morte ogni qualvolta vedeva il bene, e piangeva, che non aveva nessun’altra ragione di pianto, ma se sentiva del male di qualcuno, allora si illuminava di una brillante felicità”.

Spenser, La regina delle fate [Spielman 1994]

Per Approfondire:

Benini E., Malombra G. Le fiabe per… affrontare gelosia e invidia. Un aiuto per grandi e piccini. Le comete Franco Angeli, 2014

Liverano D. A., Piermartini B. Il trattamento dell’invidia nel paziente narcisista. Un modello di lavoro. Franco Angeli 2020

Fonte immagine :wikipedia

 

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