La banalità del male

Chi sono i buoni?

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“Non è cambiato niente e niente cambierà. Se continuiamo a correre. La polvere  negli occhi. Fermiamoci a pensare” F. Motta

Karl Jaspers, psichiatra e filosofo tedesco del Novecento, nel suo ultimo libro “La bomba atomica e il destino dell'uomo” riflette sulle possibili conseguenze che le ultime elezioni possono avere sull'uomo e sul rischio nucleare che incombe su di lui a seguito della vittoria di Trump.

E noi, che pensavamo di trovarci finalmente in un'epoca evoluta, matura e consapevole...

Egli afferma come ci si può aspettare di tutto da chi è al potere e che non possiamo sottovalutare gli uomini che hanno in mano le redini del nostro paese i quali agiscono non seguendo una morale ma aldilà di freni etici. Il disprezzo verso chi è “diverso”, l'odio, l'indifferenza verso quei paesi che “non sono i nostri”e l'assenza di una morale possono convergere in una combinazione fatale per l'umanità.

Alla luce di ciò ce ne stiamo sicuri nel nostro piccolo mondo in una illusione di tranquillità che paralizza la nostra libertà di scelta non solo politica, ma di esistenza.

Anche se non odiamo, siamo indifferenti. Ma l'odio non è un sentimento e non è quella cosa opposta all'amore. L'indifferenza lo è.

L'odio è il punto in cui convergono più elementi secondo la “teoria della struttura triangolare dell'odio” di Sternberg per cui esso è formato da tre caratteristiche: intimità (negata), passione e impegno. A seconda di come le tre componenti si combinano tra di loro emergono diverse forme di odio. Ad esempio i pregiudizi razziali nascono dall'attivazione della negazione dell'intimità da cui deriva il cosidetto “odio freddo”; dall' “odio caldo” pieno di rabbia, paranoia e paura, gli altri vengono percepiti come dannosi, pericolosi dunque da far fuori. L' “odio gelido”, infine conduce ad una percezione dell'altro come inferiore dunque non degno di far parte della nostra stessa comunità e responsabile di essere il portatore del male, secondo il meccanismo che si basa sul bisogno di odiare qualcuno per sentirsi superiore e salvaguardare la propria autostima e la percezione che si ha di sé come essersi speciali, grandiosi e anche vittime se vogliamo.

L'odio dunque non è un'emozione ma un atteggiamento cognitivo che rafforza il “noi” e indebolisce il “loro”.

Parlo di noi e loro perché l'odio non solo divide ma unisce allo stesso tempo (i componenti che fanno parte di uno stesso gruppo sociale).

Si rimanda all'articolo “La società in crisi-alla ricerca di un capro espiatorio” della rivista di febbraio 2018 de Il Sigaro di Freud.

Le persone sono spinte dal bisogni di percepirsi positivamente e si confrontano con chi secondo loro è inferiore per un'esaltazione più delle differenze tra gli abitanti dello stesso paese che sulle similitudini per una tendenza a credersi migliori come risultato di una manipolazione sistematica e automatica sulle informazioni che riguardano il sistema sociale a cui apparteniamo.

La chiesa, la televisione, la scuola ci mandano incessantemente messaggi sull'esistenza dicotomica tra il bene e il male nella convinzione che siamo in grado di distinguere l'uno dall'altro quando in realtà siamo tutti potenzialmente pericolosi e che torturatori e criminali, secondo diversi studi, risultato essere spaventosamente normali. Abbiamo bisogno di sentirci al sicuro nella convinzione che non siamo in grado di fare del male a nessuno ma spesso e inevitabilmente obbediamo ad un sistema che ci allontana dalla possibilità di sviluppare un pensiero creativo e del tutto nostro.

Il punto è che posti in determinate situazioni gli individui sono spinti ad agire in un modo che razionalmente sembra impossibile.

Un'allieva di Karl Jaspers e Martin Heiddegger nonché inviata del “New Yorker”, Hannah Arendt, filosofa tedesca, ha elaborato un lavoro di reportage svolto a Gerusalemme e pubblicato nel libro “La banalità del male”. Il libro è la testimonianza del processo di Adolf Eichmann, responsabile della deportazione degli ebrei ai campi di concentramento. Egli fu arrestato a Buenos Aires nel 1960 dove si trovava sotto falso nome.

Il trattato è rimasto nella storia per lo stupore del pubblico che ha assistito al processo e di coloro che sono stati in seguito documentati del fatto.

Eichmann mostrò lucidità e dignità quando prese coscienza che sarebbe stato impiccato. Nelle sue due ultime ore di vita egli chiese una bottiglia di vino rosso con fare pacato e a testa alta, nonostante le sue mani fossero legati dietro la schiena. La Arendt lo descrive come “completamente padrone di sé anzi, completamente se stesso”. Eppure la personalità di Eichmann non risultò sadica, al contrario, era un uomo pacato e con relazioni sociali soddisfacenti. Quello a cui tutti, in quel momento, avevano assistito era l'inimmaginabile e spaventosa banalità del male. Per giustificarsi della gravità delle sue azioni, non riconosciuta tra l'altro, egli rispose in maniera quasi ossessiva che doveva obbedire a degli ordini e dunque doveva eseguire i compiti assegnatogli.

È così che il conformismo e il pensare che "tanto fanno tutti così" diviene fondamentale e conveniente. Esso porta l'individuo a svuotare di significato emotivo la sofferenza altrui e a far coincidere il bene con quel concetto condivisibile da tutti e che risiede nel concetto di giusto che ha preso forma nella nostra mente e che deriva dalla voce del popolo.

Questo orientamento di pensiero può spiegare la perdita del senso del dovere rispetto alla nostra società e rispetto al mondo in generale che ci permette di affidarci ai nostri capi a cui possiamo scaricare le nostre responsabilità e se loro sono corrotti siamo giustificati ad esserlo anche noi per salvaguardare il nostro piccolo. Il bene personale va a sostituire il bene comune attraverso un meccanismo di deresponsabilizzazione che porta all'indifferenza verso ciò che accade al di fuori di noi. A questo punto il dolore altrui diviene astratto e tenuto sistematicamente a distanza affinché esso possa essere meno reale dimenticando, immersi nella nostra quotidianità e concentrati sui nostri bisogni e interessi, che stiamo sfuggendo da persone che come noi percepiscono, pensano, sentono, soffrono.

Il potere situazionale è di primaria importanza e avere l'umiltà di ammettere che tutti siamo inesorabilmente esposti ad esso, a prescindere dalla leggendaria dicotomia buoni/cattivi, rappresenta un primo passo verso la riflessioni sulle nostre condotte e sulle conseguenze che esse possono avere o non avere sull'altro. Perché spesso siamo cattivi anche quando pensiamo di non esserlo pensando di essere buoni e “benpensanti”.

Non si tratta di essere buoni o cattivi ma di interrogarsi su di sé, sulle cose e sulle implicazioni morali, per riflettere sulla propria persona ed evitare di agire inconsapevolmente.

 

“Il male divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. Wystan Hugh Auden

 

 

Dott.ssa Ilaria Pellegrini

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Per approfondire:

 

“La banalità del male” Hannah Arendt

 

“La psicologia dell'odio” Robert J. Sternberg

 

“Psicologia del male” Piero Bocchiaro

 

“L'effetto lucifero. Cattivi si diventa?” Philip Zimbardo

 

“La bomba atomica e il destino dell'uomo” Karl Jaspers