La Paura

Come "sentiamo" i pericoli

Trovo sempre complesso parlare di emozioni, dare una forma concreta ad un “sentire”.

 

Mi piace definirlo “sentire” e non “provare”, perché le emozioni nascono dalla percezione di uno stimolo esterno ma vengono sentite dentro, prendendo vita in un corpo che ne sperimenta gli effetti. L’emozione è un’esperienza totalizzante, lunga perlopiù qualche attimo soltanto che, attraverso il “sentire” sul corpo, acquista una sua unicità.

La paura è tra le prime emozioni sentite nella vita (emozioni primarie),  compare nei primi mesi di vita perché non ha bisogno di attribuzione di significato.  È un intenso momento emotivo che si attiva ogni qual volta si entra in contatto con uno stimolo dannoso (o potenzialmente tale) , ovvero quando si percepisce il rischio di una minaccia alla propria incolumità. La situazione paurosa può essere rappresentata da un pericolo presente e reale, ma anche da un potenziale pericolo evocato da ricordi o fantasie.

L’emozione di paura nel contatto con il pericolo invade il corpo e attiva una risposta fisica (accelerazione del battito cardiaco e di tutte le principali funzioni fisiologiche) che spinge l’individuo all’azione. Le reazioni di risposta al pericolo sono una difesa  istintuale che l’individuo mette in atto per proteggersi; possono principalmente essere riconosciute in azioni di attacco, fuga o congelamento.

La risposta di difesa più comune è la fuga. Basti pensare alle immagini diffuse sempre più dai mass media dove la percezione di presunti o reali attacchi terroristici genera l’immediata reazione di fuga dei malcapitati, spesso tradotta in corse spasmodiche senza meta, con il solo scopo di essere più lontani possibile dal pericolo.

Secondo Goleman, invece, ogni individuo reagisce alla paura sempre con un’iniziale fase di congelamento: il corpo si immobilizza anche solo per qualche secondo, per preparasi all’azione e scegliere una strategia il più possibile vincente per salvarsi. La scelta della strategia, come il “sentire”, ha a che fare con le caratteristiche di personalità e il mondo interno dell’individuo.

 

È necessario sottolineare le differenze fra paura ed altri vissuti ad essa associati; per far ciò mi appello al padre della psicoanalisi. Freud in “Al di là del principio di piacere” definisce la paura come un’emozione attivata dal contatto con ogni oggetto che generi timore.  

L’angoscia rappresenta lo stato di attesa e di preparazione ad un pericolo futuro presunto. Ha maggiormente a che fare con le paure di natura esistenziale; la paura della morte, ad esempio, genera una profonda angoscia comune che ha origine nella consapevolezza della mortalità umana e di un pericolo (una fine) sicuro, ma imprevedibile. Le fantasie, le risorse psichiche e le esperienze di vita alimentano e smorzano i livelli di tale angoscia e permettono di individuare e sperimentare individualmente strategie per tollerarla.

 

Vi è un labile confine fra paura, angoscia e fobia.

La fobia è una paura irrazionale di un oggetto o di una situazione apparentemente non pericolosa che acquista il valore di una potenziale minaccia nell’immaginario dell’individuo. Si struttura nell’infanzia quando la paura irrazionale invade l’io del bambino ed ostacola la sua esplorazione e le capacità adattive. Può essere transitoria e tipica di una fase di sviluppo o cronicizzarsi divenendo simbolo di quadri psicopatologici più complessi con reazioni eccessive di evitamento/fuga o congelamento di fronte all’evento fobico e vissuti di angoscia. Che pericolo possono essere dei ragni, degli uccelli (per maggiori approfondimenti si rimanda all’articolo La fobia degli uccelli- la paura della paura dell’imprevedibilità) o dei pomodori?  La fobia si distingue dalla paura perché non  scompare al confronto con una realtà rassicurante (la non pericolosità dell’evento) e perché appartiene alle fantasie, pur avendo contatti con esperienze traumatiche passate.

 

La paura è un’esperienza comune di base, provata dagli uomini come dagli animali.

La sua presenza caratterizza ogni fase di sviluppo del bambino ed ogni età possiede la sua paura.

Il neonato è impaurito dai rumori forti e del dolore fisico, mentre il bambino nella prima infanzia ha paura dei temporali e del buio: inizialmente le paure vengono evocate solo  da sensazioni fisiche.

Dai quattro anni fino alla fine dell’infanzia, il bambino  sperimenta paure che possono essere rappresentate e che hanno contenuti interpersonali , come la paura di essere abbandonato, la paura dell’uomo nero, dei mostri, dei fantasmi,  del dottore, dei ladri, degli animali, della scuola.. In adolescenza viene coinvolta perlopiù la sfera sociale, ambito che l’adolescente fa fatica a controllare, sviluppando paure come quella di fare una brutta figura ad un’interrogazione.

Crescendo le paure diventano sempre più elaborate e diminuiscono: per effetto della conoscenza, maggiori sono le informazioni sulla realtà che abbiamo, minore la paura che proviamo.

 

Non  smetteremo, però, mai di provare paura perché è un’emozione funzionale, predispone all’azione, attiva, spinge a sperimentare i propri confini, i propri limiti, a crescere. È un’emozione indispensabile per lo sviluppo, ma può bloccare, isolare, rinchiudere, e far perdere fiducia negli ideali e nella alterità.

Si fa fatica, in questi casi, a  verbalizzare di aver paura e molto spesso ad accedere ad uno spazio di psicoterapia. Ciò è auspicabile e quando possibile, anche nella stanza di analisi si può scegliere di non raccontare la propria paura. Le parole, però, servono relativamente: la psicoterapia è un lavoro sul “sentire”: “sentire” le proprie emozioni e “sentire” le emozioni dell’altro. La paura che blocca viene “sentita” dal terapeuta sul corpo e rimandata al paziente… e non c’è niente di più terapeutico del riuscire a “sentire” attraverso l’altro le proprie emozioni.

 

 

  

Per Approfondire:

  • Goleman D., 2011, Intelligenza Emotiva, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

  • Freud S., 1986, Al di là del principio di piacere, Ed.Bollati Boringhieri