La psicoterapia durante la pandemia

La relazione che vive 

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Roma, 8 marzo 2021

 

Esattamente un anno fa, tutto è cambiato.

L’8 marzo 2020, il giorno dedicato ai diritti delle donne, è stato annunciato il lockdown nazionale che ha costretto la maggior parte degli italiani a vivere in casa per 3 mesi. Non esistevano zone colorate, l’Italia era un’unica macchia nera.

Le reazioni individuali e sociali alla chiusura, alla minaccia verso la vita e la normalità sono state molteplici. Abbiamo reagito mettendo in gioco personali strategie difensive: abbiamo scelto la fuga, attraverso l’evasione alle regole, abbiamo scelto l’attacco, agendo la rabbia contro le istituzioni e proteggendoci in teorie complottiste che di logico non avevano nulla; ma ci siamo rifugiati anche in difese primordiali/animali di immobilizzazione come il congelamento (es. insonnia e attacchi di panico) o il collasso ( es. ipersonnia, ipoattivazione, stanchezza, mancanza di motivazione all’azione).

Oggi "festeggiamo" il compleanno del COVID-19 nelle nostre vite, ricordando il cambiamento.

È storia. Una storia che conosciamo sulla nostra pelle, che un anno fa è diventata realtà di paura, incertezza, rabbia, incomprensioni, costrizioni, bollettini sui contagi, appuntamenti su Skype, boccate d’aria col cane, smartworking, DAD e spesa a domicilio.

Una storia che stiamo continuando a scrivere, senza sapere dove ci porterà.

La pandemia è entrata in tutti i nostri contesti relazionali.

Anche nella relazione terapeutica, ponendo paziente e terapeuta nella medesima situazione traumatica condivisibile, ovvero in un senso comune di impotenza e vulnerabilità.

Nessuno, neanche un solido terapeuta, è immune al virus.

Nessuno è salvo dal rischio di contagio.

La pandemia fa entrare nel campo di cura, bruscamente e senza una scelta terapeutica, anche la fragilità del terapeuta, favorendo la dimensione del rispecchiamento nell’altro, ma rischiando di compromettere la funzionale asimmetria relazionale.

La vulnerabilità del terapeuta può essere una risorsa in grado di stimolare un cambiamento nel paziente, permettendogli di dare voce ai propri bisogni di fallibilità, aiutandolo a creare nuovi significati alle sue fragilità e permettendogli di preoccuparsi e prendersi cura dell’altro.

Il “come sta?” , frase storicamente riservata al terapeuta a inizio seduta, durante il lockdown inizia a essere pronunciata anche dai pazienti, attivando un comune terreno di condivisione emotiva, preoccupazione e cura. 

La relazione si spinge verso una dimensione di cura reciproca

La vulnerabilità del terapeuta può essere una risorsa, ma anche un rischio quando il rispecchiamento agisce il desiderio d’intimità del paziente. Il pericolo può insidiarsi nella spinta a ridurre le distanze, muovendo la relazione verso la simmetria, in un sistema che funziona solo se basato sulla asimmetria dei ruoli. L’accesso alla psicoterapia online come unica possibilità durante il lockdown e come dimensione consigliata ancora oggi, può produrre, nel paziente, la convinzione di un accesso all’altro più confidenziale, se non intimo.

Il nostro sforzo da terapeuti in epoca pandemica è tutelare la nostra intimità e, di conseguenza, l’asimmetria nella relazione terapeutica. La nostra sopravvivenza passa anche attraverso il costante monitoraggio di un supervisore e dei gruppi di supervisione che aiutano a prendere coscienza della propria vulnerabilità, a vedere come entra in campo nelle relazioni terapeutiche e nelle dinamiche di cura e a capire come usarla mantenendo chiaro l’obiettivo del benessere del paziente.

Essere attenti al sé terapeuta, inoltre permette di accogliere la propria vulnerabilità e non dare adito alle aspettative irrealistiche del paziente; ci permette quindi di combattere anche le nostre spinte onnipotenti verso un ruolo, quello di salvatori, che non ci compete.

La psicoterapia è essenzialmente un processo relazionale.

Con il tempo valuteremo gli effetti reali della pandemia nella relazione terapeutica, quanto i cambiamenti di setting con gli obbligati passaggi alla dimensione online, alle mascherine che coprono il non verbale, ai vetri di protezione, alle distanze, al freddo delle stanze con le finestre aperte.. abbiano influito sui percorsi di cura.

L’esperienza dell’ultimo anno ci ha permesso, però, di rafforzare una convinzione: è la relazione tra paziente e terapeuta che agisce sul percorso di cura, più di qualunque altra dimensione.

La cura è sempre la relazione.

Una relazione che vive, nonostante tutto.

Dott.ssa Emanuela Gamba 

Psicologa, Psicoterapeuta e Esperta in Psico-oncologia

Riceve su appuntamento a Roma- zona Prati

tel. (+39) 389.2404480

mail. emanuela.gamba@libero.it

Per Approfondire:

Gabbard, G.O. (2010). "Le psicoterapie. Teorie e modelli d’intervento." Milano: Raffaello Cortina Editore

Petrini P, Zucconi A. (2009)"La relazione che cura" Alpes Italia 

Borgna E. (2017)  "L'ascolto Gentile" Einaudi
 

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