La storia del re folle

Andare o restare è una nostra scelta

 

Un potente stregone, con l'intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell'acqua, sarebbe diventato matto.

Il mattino seguente l'intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l'acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle.

Quando gli abitanti del regno appresero il testo del decreto, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando si recarono al castello chiedendo l'abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: - Andiamo alla fonte, e beviamo quell'acqua. In tal modo saremo uguali a loro -. E così fecero: il re e la regina bevvero l'acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare?

La calma regnò nuovamente nel paese, anche se i suoi abitanti si comportavano in maniera del tutto diversa dai loro vicini. E così il re poté governare sino alla fine dei suoi giorni.

Per approfondire

 

Veronika decide di morire, Paulo Coelho. Bompiani 1998

 

Stato di crisi, Z. Bauman, C. Bordoni. Einaudi 2014

 

 

 

    

Questa storia è tratta dal libro “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho. La favola ci narra di un popolo che, bevendo dell’acqua contaminata da uno stregone, impazzisce. Il sovrano, con la sua regina, restano sani. La follia degli abitanti del regno però porta il re e la sua consorte ad essere additati come pazzi, costringendoli a lasciare il regno o bere l’acqua con la pozione magica.

Il primo quesito che la fiaba, a mio avviso, propone è il seguente: chi decide quando siamo diventati pazzi?

La storia, molto semplicemente, ci da un suggerimento, ovvero una persona viene riconosciuta come pazza nel momento in cui la pensa diversamente rispetto agli altri. Il re, nella fiaba, è l’unico a non aver bevuto dalla fonte contaminata, tuttavia si ritrova ad essere accusato di non capire più il suo popolo e dire cose senza senso. Nella vita quotidiana ci capita spesso di trovarci in situazioni simili, a lavoro, con gli amici, in famiglia o in una relazione sentimentale, se la pensiamo diversamente rispetto a chi è intorno a noi, finiamo con l’essere giudicati negativamente, vivendo una sensazione spiacevole d’isolamento ed emarginazione. In questi casi qual è il problema di fondo? Nella fiaba, così nella vita di tutti i giorni, il fattore discriminante è la comunicazione. Nella storia l’incomprensione nasce nel momento in cui il re smette di parlare lo stesso linguaggio del suo popolo. Quando non si riesce più a parlare un lingua comune è facile che insorgano problematiche di esclusione e messa al bando. Se non comunico come il contesto che mi circonda molto probabilmente sarò additato come il problema da risolvere o eliminare.

Questo ragionamento porta al secondo quesito che la storia ci mostra: in una situazione del genere bisogna andare o restare?

Il re della fiaba decide, mettendo da parte la propria personalità, di bere dal pozzo magico diventando folle come i suoi sudditi. Una scelta molto più complessa di come appaia. Cosa fare davanti una situazione simile? Mettere da parte le proprie idee per farsi accettare dagli altri oppure perseverare nelle proprie convinzioni rischiando di essere esclusi?

Viviamo in una società liquida, come diceva Bauman, dove tutto, dalle relazioni ai propri bisogni, è in continuo cambiamento, dove è difficile riconoscere i propri confini. Una società che ci pone davanti a infinite opportunità che stimolano infiniti desideri e aspirazioni che, spesso, possono portare a un nulla di fatto. Davanti a tutto questo possiamo irrigidirci sulle nostre convinzioni allontanando le possibilità del cambiamento, oppure rassegnarci a quello che il contesto vuole da noi, per sentirci parte di un mondo che ci accetta, a patto che vengano messe da parte le nostre idee (per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo L'indifferenza che uccide - Conformismo e deresponsabilizzazione sociale). Il quesito ci pone davanti a una scelta che, in ogni caso, sarò dolorosa, ma pur sempre una scelta.

La fiaba, in fin dei conti, vuole suggerirci proprio questo. Siamo noi i protagonisti e gli attori della nostra vita. Siamo noi, e non gli altri, i personaggi da interrogare per prendere la decisione migliore. Sta a noi scegliere se perseguire i nostri desideri e bisogni, rischiando il dolore della frustrazione, oppure deliberatamente metterci un po’ da parte per accogliere serenamente le idee degli altri. In ambedue i casi si tratta di una nostra responsabilità, una scelta che se fatta in armonia con quello che siamo non potrà mai essere sbagliata in nessun caso.

Siamo noi a decidere se bere dal pozzo magico, restando re nella follia, o andarcene lasciando il nostro regno.

 

 

"La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza" - Gregory Bateson -

 

 

 

 

 

 

Dott. Luca Notarianni

 

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