La storia dell'aquila che si crede un pollo

Accettarsi è cambiare

 

“Un uomo trovò un uovo d’aquila e lo mise nel nido di una chioccia. L’uovo si schiuse contemporaneamente a quelle della covata, e l’aquilotto crebbe insieme ai pulcini. Per tutta la vita l’aquila fece quel che facevano i polli del cortile, pensando di essere uno di loro.

Frugava il terreno in cerca di vermi e insetti, chiocciava e schiamazzava, scuoteva le ali alzandosi da terra di qualche decimetro. Trascorsero gli anni, e l’aquila divenne molto vecchia. Un giorno vide sopra di sé, nel cielo sgombro di nubi, uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante, in mezzo alle forti correnti d’aria, muovendo appena le robuste ali dorate.

La vecchia aquila alzò lo sguardo, stupita: “Chi è quello?”, chiese. “E’ l’aquila, il re degli uccelli” rispose il suo vicino. “Appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli.”

E così l’aquila visse e morì come un pollo, perché pensava di essere tale.”

 

Questa favola è stata scritta da Anthony de Mello che è stato un gesuita, scrittore e psicoterapeuta indiano. Tutta la sua opera da intellettuale gira sostanzialmente intorno ai concetti di risveglio e consapevolezza come strumenti per raggiungere la tanto agognata felicità che, secondo l’autore, può essere colta attraverso il lavoro fatto su se stessi e non tramite oggetti, stimoli e conquiste esterne a noi.

Anche in questa favola sembrano emergere piuttosto chiaramente le idee e i pensieri di de Mello sulla vita e su come dovremmo affrontarla. Nella storia l’aquila nascendo in mezzo ai polli e crescendo nel loro habitat pensa, di conseguenza, di essere essa stessa un pollo. Si comporta esattamente come loro, assume i loro atteggiamenti, si nutre dello stesso cibo, trascorre il proprio tempo come gli altri piumati, nonostante l’evidente differenza estetica che però non sembra minimamente influenzare la situazione. Soltanto una volta vecchia, l’aquila nota l’esistenza di un altro volatile in grado di fare cose che lei, apparentemente, non ha mai potuto fare, ma, invitata dall’amico, non sembra curarsene più di tanto e, accettando la sua condizione, prosegue la sua vita pensando di essere un pollo.

Tutto questo è un invito a riflettere sulla propria situazione, su chi siamo in un determinato momento e se siamo in equilibrio rispetto a quello che riusciamo a fare e quello che vorremmo fare, ovvero tra le nostre potenzialità e i nostri desideri. Quanto spesso ci ritroviamo incastrati in condizioni che non sembrano rispettare le nostre aspettative? Quante volte accettiamo in silenzio un lavoro, una relazione, un comportamento, credendo di non poter ottenere di meglio? Quante volte sentiamo di avere delle capacità e dei talenti inespressi che non stiamo impiegando come vorremmo o come dovremmo?

Tutte le volte che ci sentiamo così, tendenzialmente, ci stiamo comportando come il pollo della favola. Un po’ una sorta di non voler guardare in faccia la realtà perché ci spaventa troppo, perché è più difficile da affrontare, perché ci costringerebbe ad uscire dalla nostra comfort zone. Quello che viene descritto nella storia, infatti, è l’abitudine a restare fermi nel proprio ruolo, quello che ci è stato attribuito in un certo momento della nostra vita. L’aquila, anche quando vede un suo simile volare libero nel cielo, preferisce prestare ascolto alle parole del suo amico piuttosto che porsi delle domande sulla propria natura. Cambiare, provare a volare più in alto dei pochi centimetri a cui si era abituata per tutta la vita, sarebbe risultato troppo faticoso e troppo pericoloso.

La domanda sulla quale l’autore ci invita a riflettere dovrebbe essere la seguente: Noi sappiamo chi siamo? Siamo consapevoli della nostra natura e di quello che abbiamo dentro?

Per l’autore, infatti, il cambiamento che permetterebbe all’aquila di spiccare finalmente il volo, dovrebbe passare attraverso la consapevolezza di ciò che è, in una sorta di risveglio da un lungo letargo che stimoli l’abbandono della propria condizione quotidiana (per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo L’angoscia del cambiamento – immergersi dell’indefinito).

Spesso, però, sembra più facile a dirsi che a farsi. Non è facile uscire da una situazione lavorativa che ci fa sentire oppressi, piuttosto che da una relazione sentimentale che  apaticamente ci svuota anziché riempirci di energie. Per farlo, prima ancora di capire chi siamo, dovremmo riconoscere che quella determinata situazione ci provoca disagio. Per dirla semplice: se siamo abituati a girarci sempre dall’altra parte sarà difficile iniziare a voltarci verso noi stessi.

Secondo la mia opinione questa favola nasconde un altro significato che può emergere se si cambia un po’ il punto di vista nel leggerla, per dirla meglio se si guarda oltre quello che si legge.

Invece di soffermarsi sul binomio aquila-pollo si può fare un passo indietro. Cosa c’è prima? Entrambi partono da un uovo. Prima di diventare volatili sono, in pratica, la stessa cosa, sarà poi l’esperienza, il contesto e come affronteranno i problemi a far di loro un aquila o un pollo.

Questo, sostanzialmente, è quello che ci capita quando iniziamo qualcosa di nuovo, che sia un attività o una relazione, ovvero siamo qualcosa che deve fare ancora esperienza, che deve mettersi in gioco, che deve ancora evolversi. Siamo praticamente per metà aquile e per metà polli; potenzialmente siamo noi a decidere se andare in una direzione o in un’altra, oppure rimanere così. Questa dinamica non è presente solo nelle fasi iniziali di un periodo, ma è in continuo mutamento, si può sempre cambiare fermandosi a chiederselo. Iniziare una storia sentimentale non vuol dire accettarla in tutto, vuol dire continuare a chiedersi se ci fa stare bene oppure no e di conseguenza accettarla oppure provare a modificarla; ritrovarsi in un lavoro che non ci rende né felici né infelici non vuol dire non doversi domandare se fa al caso nostro oppure no. In poche parole per scoprire se possiamo fare di più, se abbiamo più talenti, se possiamo essere più felici, non bisogna per forza star male o ritrovarci in una crisi. Dovremmo sviluppare l’abitudine di domandarci se in quell’istante, anche se pensiamo di stare bene, stiamo realmente facendo quello che desideriamo e, di conseguenza, accettarlo. Spesso, infatti, quello di cui abbiamo bisogno corrisponde esattamente a quello che abbiamo in quel momento e rischiamo di perderlo soltanto perché pensiamo di trovare di meglio.

Riprendendo la favola, l’aquila guarda verso il cielo il suo simile volare libero e compie una scelta, quella di continuare la sua vita da pollo.

La storia suggerisce che non è sempre il cambiamento a portarci la felicità, ma anche l’accettazione di quello che siamo in quel momento, anche se forse potremmo fare meglio qualcos’altro, anche se potremmo desiderare altro, come l’aquila che, anche se potrebbe spiccare il volo, preferisce rimanere un pollo.

 

"Molte persone non sono felici, perché impongono condizioni alla propria felicità." - Anthony de Mello -

 

 

 

Per approfondire:

 

Anthony de Mello (1995), Messaggio per un aquila che si crede pollo, Pickwick.