La teoria emotiva dell'obesità
Alla ricerca di un equilibrio tra pieni e vuoti

Il tema dell’obesità è stato trattato diverse volte nella nostra rivista (per approfondimenti si rimanda agli articoli "Dipendenza da cibo- il legame tra nutrimento ed emozione" nel mese di febbraio 2015, “Obesità – L’imbottitura dell’anima” nel mese di settembre 2015). Questo perché nei diversi disturbi riguardanti l’alimentazione, sebbene abbiano un’eziologia multifattoriale, la componente psicologica è sempre presente. Per prima cosa sarebbe utile fare una distinzione tra obesità esogena ed endogena. Quando parliamo di obesità endogena parliamo di un disturbo causato da una patologia organica, come può essere ad esempio un problema alla tiroide o una patologia medica di altro tipo. L’obesità esogena al contrario è un disturbo del comportamento alimentare che ha all’origine un’anomalia nel modo in cui è avvertita la fame, a causa di un apprendimento percettivo errato. In entrambi i casi, però, sia che la componente psicologica sia la causa, sia che costituisca una conseguenza del disturbo, è sempre presente. È per tale motivo che con il tempo sono state formulate diverse teorie sull’argomento. Quella che mi piacerebbe approfondire oggi è la teoria emotiva dell’obesità.

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Questa teoria è stata proposta dallo psicologo americano Stanley Schachter. Schachter sostiene che le persone obese, oltre ad essere attirate da stimoli esterni più dei non obesi, mangino di più anche in risposta a stimoli emotivi come ansia, paura, depressione e noia. La teoria emotiva si basa proprio sul fatto che alcune persone interpretano la sensazione emotiva come un senso di vuoto simile alla fame, dove il cibo viene usato come sostituto della gratificazione emotiva. Ovviamente più che il problema della quantità di cibo che mangia una persona obesa, vi è il problema della qualità, infatti i cibi prediletti sono quasi sempre carboidrati e grassi. In una cultura ossessionata dalla magrezza, in cui i prototipi da prendere come esempio sono il calciatore e la modella, la persona obesa è sottoposta ad un continuo stato di pressione e vergogna, che può condurre ad un abbassamento dell’autostima e una errata percezione dell’immagine di sé. I sentimenti derivanti da queste condizioni conducono la persona a ricercare una facile gratificazione. E quale può essere se non il cibo? E qui il cerchio si chiude, a meno ché non maturi una motivazione al cambiamento e si cominci a seguire un trattamento adeguato.

È stato dimostrato che l’atteggiamento nei confronti dell’alimentazione è influenzato dalle caratteristiche di personalità, in particolare dai tratti di depressione e schizofrenia. I soggetti con valori elevati su queste scale hanno infatti un atteggiamento disturbato nei confronti del cibo, e tendenzialmente patologico. Anche se non sono la causa, si può ragionevolmente affermare che gli aspetti psicopatologici abbiano un ruolo importante nel determinare l’atteggiamento dei soggetti obesi nei confronti del cibo e dell’alimentazione. Depressione, impulsività, basso livello di autostima, caratteristiche di opposizione e critica nei confronti del pensiero comune e delle norme sociali, sono tutte componenti che nei vari studi sono state largamente dimostrate essere presenti nei tratti di personalità di molti pazienti obesi. Questo dato è importante per il lavoro dello psicologo in un contesto d’equipe ai fini di un lavoro terapeutico.

Il rapporto tra cibo ed emozione è un rapporto che nasce e cresce insieme a noi. A cominciare dalla vita intrauterina per poi prendere forma nella prima infanzia attraverso il contatto con il seno materno, accompagnandoci per il resto della nostra esistenza. A maggior ragione questo rapporto può essere influenzato dalle figure genitoriali. Se il caregiver non è in grado di fornire al bambino un giusto rapporto tra fame e gratificazione emotiva, quest’ultimo può fraintendere le sue sensazioni fisiche e imparare ad abusare del cibo per calmare le tensioni e sopportare le difficoltà interpersonali. La risposta dei genitori ai bisogni del figlio è di fondamentale importanza in questo caso. Il neonato impara a distinguere attraverso l’esperienza i diversi motivi di una sensazione di malessere (fame, sete, sonno, bisogno di contatto, ecc.). Se la risposta che il genitore dà al bambino è sempre la stessa per qualsiasi segnale di malessere (ovvero il cibo), il bambino imparerà a rispondere con l’assunzione di cibo a ogni futura esperienza di disagio.

Il cibo non serve solo a nutrirsi, ma attorno ad esso si struttura il mondo relazionale del bambino. Pensateci, il cibo è il primo mezzo di rapporto interpersonale attraverso il quale il bambino riceve cura, amore e protezione. Per questo assume il valore simbolico di amore. Se la madre è in grado di cogliere i reali bisogni del figlio, riuscirà a soddisfarne le reali richieste di fame e così il bambino riuscirà a strutturarsi un proprio ciclo di fame/sazietà. Viceversa se la madre utilizza il cibo come meccanismo consolatorio, come premio o punizione, il bambino crescerà con un’organizzazione alimentare confusa e con la tendenza a rispondere con il cibo a qualsiasi stato di disagio o frustrazione.

 

Dott. Andrea Rossetti

 

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Per Approfondire:

 

 

Molinari, Castelnuovo, a cura di; Clinica psicologica dell'obesità; Springer, 2012, Milano