L'indifferenza che uccide

Conformismo e deresponsabilizzazione sociale

 

 

deresponsabilizzazióne s. f.Comportamento diffuso nella società contemporanea che porta a evitare l’assunzione di responsabilità e a tutelare solo la propria convenienza e il proprio interesse come se fossero un diritto, senza tener conto di un bene collettivo.

 

 

Oggi come domani, al Nord come al Sud, per un motivo o per un altro, diviene fin troppo frequente ascoltare casi di violenza o vere e proprie tragedie in cui la vittima non avrebbe potuto difendersi…da sola. Si ricostruiscono le dinamiche dell’accaduto, le possibili cause, i fattori in gioco e ci si chiede spesso se quanto avvenuto potesse essere evitato, cambiando un finale tragico in qualcosa “a lieto fine”, più tollerabile e meno angosciante. Superate le prime premesse, gli automatici e legittimi interrogativi, si finisce per chiedersi se “sulla scena del crimine” vi fosse qualcuno in grado di poter fornire aiuto e se sì, perché la presenza di questo o questi non abbia in alcun modo influito. Un famoso caso esplicativo, ancora oggi studiato dalla psicologia sociale, riguarda la storia di una giovane donna, Kitty Genovese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo fenomeno, in modo teorico ma drammaticamente pratico, rifletteva come le persone sarebbero meno propense ad aiutare, intervenendo personalmente, in presenza di altri. Quanto osservato e studiato dalla psicologia sociale, appare in netta contraddizione con quanto il senso comune insegna o suggerisce. Dovrebbe esserci, semplicemente, una maggiore probabilità di trovare nella folla anime pronte ad aiutare… Considerate tali premesse e ricerche, ciò che colpisce e che merita primaria attenzione richiama il come si arrivi all’esito di un tale “inaspettato” fenomeno. L’evidenza secondo cui le persone parrebbero essere come “sincronizzate” su di una medesima interpretazione dell’evento, mettendo in mostra un’unica risposta comportamentale, avrebbe condotto alcuni studiosi ad ipotizzare la presenza di un “inconscio collettivo” (Jung, Trasformazioni e simboli della libido, 1912). Questo, per la sua stessa natura di patrimonio ereditario di possibilità rappresentative, verrebbe accolto con facilità perché comune a tutti gli uomini e guiderebbe la psiche collettiva ad operare in un certo modo. Altre ipotesi riguarderebbero invece le funzioni cerebrali derivanti da porzioni specifiche del cervello, come amigdala, ippocampo e setto ( sistema limbico), deputate alla interpretazione delle informazioni sensoriali tradotte poi in risposte emotive specifiche.

In ogni caso, si potrebbe fare riferimento ad un primo aspetto, l’evidenza secondo cui molti stati di emergenza inizierebbero con modalità piuttosto ambigue: “L’uomo barcollante sta male o è semplicemente ubriaco? La donna è minacciata da uno sconosciuto o sta discutendo con il marito?”.

Un modo comune di affrontare tali dubbi consisterebbe nel posporre l’azione, agire quindi come se non vi fosse nulla di strano e guardarsi attorno per vedere come reagiscono gli altri. Quello che probabilmente si vedrà, sono altre persone che, per le stesse motivazioni, stanno agendo anche loro come se non ci fosse nulla di strano. Cosa comporta tutto ciò?  Sicuramente la peggior condizione per la potenziale vittima: tenuto conto che le persone manifestano espressioni superficiali rispetto a condizioni ambigue, tentando di rimanere calme, queste svilupperebbero una forma di “ignoranza collettiva”.  In modo molto pratico ognuno nel gruppo trae in inganno gli altri, ridefinendo la situazione come una non-emergenza. 

Tanto basterebbe per spiegare, ad esempio, il caso di Kitty Genovese? Purtroppo no, poiché vi sono altri fattori e fenomeni in corso presenti sulla scena. Quel che appare cruciale nel caso menzionato, sarebbe da ricondurre alla cosiddetta “diffusione della responsabilità”. Quando ciascuno è consapevole che sono presenti molti altri ad osservare, l’onere della responsabilità non ricade solo su di lui; ognuno può pensare “A questo punto qualcun’ altro deve aver fatto qualcosa, interverrà qualcun’ altro, non necessariamente io”.  Viene dunque a mancare quel senso di responsabilità che il singolo individuo potrebbe avere, perché la tendenza all’azione di soccorso verrà frenata e diluita dalla presenza di altri spettatori. Il vissuto emotivo ed il conflitto tra l’iniziativa personale e la paura delle possibili conseguenze, dovrebbe invitare le persone a conoscere le proprie emozioni (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo La Paura. Come sentiamo i pericoli).

Dovrebbe essere ora più chiaro come questi particolari meccanismi di influenza sociale, dettati da un netto conformismo, siano alla base di vicende tristemente note. La psicologia sociale trattando temi di relazione tra gruppi e di individui attraverso i gruppi, ci permette di apprezzare il valore del singolo nello specchio del collettivo, dell’ambiente, della società. Intervenire in determinate situazioni può essere un modo concreto e salvifico di rappresentare la propria unicità, in un mondo contraddittorio che esalta l’eroe ma ne frena la spinta. Forse, in alcuni casi, per essere “eroi” basterebbe essere solo se stessi.

 

 

 

 

 

Dott. Gianluca Rossini

Psicologo presso Frosinone

(+39)3495040350

rossini.gianluca@outlook.it

 

 

   Per approfondire:

 

  •   Elliot Aronson, Timothy D. Wilson (2013) “Psicologia sociale”

  •  Atkinson & Hilgard’s (2017) “Introduzione alla psicologia”

  •  C.G.Jung (1927) “La struttura della psiche”

  •  Alberto Moravia (1929) “Gli indifferenti”

 

 

Nel lontano 1964 Kitty fu aggredita davanti al suo appartamento di New York alle 3 del mattino. Due settimane dopo, nella prima pagina del New York Times comparve un articolo intitolato “37 persone hanno assistito all’omicidio e non hanno chiamato la polizia: l’apatia di fronte all’aggressore sconvolge l’ispettore”. L’articolo proseguiva specificando come per più di mezz’ora 38 testimoni osservarono Kitty mentre veniva inseguita e poi aggredita dall’assassino, ma nessuno chiamò la polizia durante l’aggressione, e soltanto uno chiamò quando ormai era morta. La questione sembrava incomprensibile per l’intera popolazione americana, spingendo gli psicologi del tempo a studiare le cause di ciò che venne poi chiamato “effetto degli astanti”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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