L'Io Migrante

L'esperienza triadica del trauma oltrefrontiera

E poi c'è questo di fianco

che ha chiuso gli occhi e non li apre più

E' da due giorni che dorme, che pare non respiri

Non ho mai visto nessuno dormire così tanto

Ho chiesto a mamma e ha detto che era proprio stanco … boh


 

Tre giorni fa ne hanno buttati una ventina in mare

Mamma dice che volevano nuotare

Io li sentivo gridare e non sembravano allegri

Ma almeno adesso ho un po' di spazio per i piedi…

(“Stiamo tutti bene” Mirkoeilcane)

 

 

 

Laplanche e Pontalis descrivono il trauma come «un evento della vita della persona caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto nel rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica…Il trauma è caratterizzato da un afflusso di eccitazione (arousal) che è eccessivo rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua capacità di dominare ed elaborare psichicamente queste eccitazioni». Questo è ciò che viene, almeno nella moderna visione occidentale, ritenuto valido circa l’idea ed il significato di trauma. La storia recente ha però dipinto nuovi scenari in cui oltre alle guerre, i fenomeni della migrazione hanno assunto un ruolo centrale, nei termini di urgenza e gravità della situazione. Questo “nomade” giunto in Italia spesso è un fantasma, superstite dei luoghi dell’inferno, con l’orrore negli occhi, i lutti nel corpo e nel cuore, i ricordi di profumi, di preghiere in famiglia, la promessa di poter frequentare una scuola, ma ora è “senza memoria e senza desiderio” per citare Bion. Spogliato della sua infanzia tra zii aguzzini e matrimoni combinati, l’assassinio di familiari e amici, torture, violenze fisiche e sessuali in qualche cella di una prigione libica, non sa nemmeno cosa resta della sua famiglia in quello che fu il suo villaggio. Vorrebbe tanto “lasciarsi andare”, dimenticarsi di se stesso prima che siano gli altri a farlo, chiedere a quel Dio in cui crede ancora di portalo con sé e di poter espiare la “colpa del sopravvissuto”, premio immeritato e forse inutile. Ogni migrante è diverso e, per fortuna verrebbe da dire, non tutti subiscono questi traumi, sebbene anche condizioni di minore entità comportino un distacco ed un tentativo di “ricostruire”. Sin troppe storie però mostrano orrori simili, la “forzatura” dell’abbandono è la risposta traumatica figlia di un istinto di sopravvivenza. Cos’è allora il trauma in questo senso? Il trauma è per l’immigrato il nemico tanto riconoscibile quanto presente. Il trauma migratorio possiede molteplici declinazioni, la sua complessità non si esaurisce certo nel momento drammatico dello “sbarco” nel paese ospite, si tratta in realtà di un ‘processo’ ramificato e pluristratificato capace di distendersi nel tempo, attraverso le generazioni, e di espandersi nello spazio, coinvolgendo le comunità di partenza e di arrivo. Questo “vivere nel trauma” rappresenta quindi una costante dell’ esistenza traumatica, che tiene conto di tre processi distinti (trauma premigratorio, migratorio e post-migratorio), che definiscono ciò che Santone e Gnolfo (2008) hanno chiamato “Trauma prolungato multidimensionale”. Questa dicitura tiene conto, a livello concettuale, storico e statistico, della molteplicità degli avvenimenti traumatizzanti che accompagnano l’intera esperienza di vita dei migranti forzati. Considerando la complessità del fenomeno, si vuole rendere più intuibile e comprensibile tale processo schematizzandolo. Le fasi che compongono questo complesso processo potrebbero rappresentare delle risposte a due quesiti principali:

-Quali fasi quindi costituiscono questo particolare trauma?

-A quale sequenza di eventi è sottoposto il migrante?

1) TRAUMI PREMIGRATORI: Chi riesce a sopravvivere ad una guerra, ad un disastro ambientale, ad un’epidemia, ad una persecuzione o una tortura, spesso non ha altra scelta se non quella della fuga, spesso improvvisa. Gli eventi traumatici originari inducono, quindi, una migrazione che in assenza di queste condizioni non ci sarebbe stata. Sottrarsi dalla morte ha, tuttavia, un caro prezzo: spesso ciò prevede la rottura dei legami familiari, una genitorialità bruscamente interrotta, la perdita di una posizione economica o di un ruolo sociale o di una casa quando non anche la perdita di persone care. Questi lutti possono, paradossalmente, generare "sensi di colpa" per non aver saputo resistere e o mettere in salvo i propri cari o ciò che resta della famiglia...

2) TRAUMI MIGRATORI: La fuga ed il viaggio rappresentano un ulteriore ostacolo traumatico. Questi due eventi possono essere descritti dalle vittime, come ancor più pesanti ed intollerabili rispetto allo stesso trauma premigratorio. Si potrebbe pensare che fuggire da quei luoghi e viaggiare verso terre più sicure, possa essere un primo segnale "di pace", ma ci sono precisi motivi per cui si verifica il contrario. Due aspetti da considerare: da un lato la fuga è spesso improvvisata, disperata, con una forte perdita di controllo nel soggetto, la più totale incertezza circa il percorso e la destinazione finale, dall'altro il transito in Paesi come la Libia o la Turchia può rivelarsi pericolosissimo o fatale, sottoponendo il migrante a detenzioni brutali, violenze ed abusi di ogni tipo, schiavitù.

3) TRAUMI POST-MIGRATORI: Successivo alle esperienze traumatiche di fuga e viaggio, i migranti forzati giungono in un Paese che non hanno scelto, che non è il loro, con usanze e cultura differenti che possono generare uno "stress acculturativo", quando queste persone hanno esaurito ogni strategia di coping ipotizzabile. La prospettiva diviene ancor più debilitante considerati i tempi del riconoscimento sul territorio ospitante; la protezione internazionale richiede tempi lunghi e non fornisce garanzie nel breve termine. In questi termini anche il più banale diritto d'asilo diventa un trauma post-migratorio.

Si potrà intuire facilmente come ciò comporti un carico importante di conseguenze a livello sintomatologico per il futuro paziente, oltre ad un’attenzione particolare che il clinico non potrà non considerare nel suo agire terapico. A prescindere dall’orientamento teorico e dalle tecniche applicate, lo scopo della terapia a sostegno delle persone vittime di violenze estreme è di aiutarle a passare da una situazione in cui sono condizionate e ossessionate dalle “idee parassite” dal passato a una situazione in cui si sentono attive, autonome e capaci di far fronte alle situazioni del presente. Perché tale risultato possa essere raggiunto, afferma Biondi, è importante che i trattamenti terapeutici abbiano due ingredienti fondamentali: espressione di emozioni e risposte affettive collegate al trauma, ripristino delle capacità di contatto e fiducia. Potrà capitare spesso, nel lavoro con i migranti, che questi associno la figura del clinico a quella di altre figure con ruoli e funzioni analoghe tipiche della loro cultura, come il fkih marocchino, il guaritore coranico somalo, il pastore nigeriano etc. Il lavoro con queste persone appare delicatissimo ma possibile, laddove il professionista, all’interno dell’equipe multidisciplinare e culturale, operi un “decentramento” della sua figura a favore del paziente, riconoscendo allo stesso il potere della “competenza culturale”, ovvero la narrazione consapevole della propria storia. Riprendendo Sironi “ attraverso il paziente, il terapeuta è dunque costretto ad agire su una terza persona invisibile: il torturatore interno interiorizzato”. La migrazione richiede, dunque, un incessante lavoro di lutto delle origini, che non si può mai compiere definitivamente, perché questo equivarrebbe a sottrarre definitivamente ai propri antenati la loro stessa discendenza, è per questo che anche il ‘processo’ traumatico che la accompagna non può mai essere davvero ‘elaborato’, dal momento che quella ‘ferita congelata’ è spesso l’unico segno residuo del legame ad una memoria altrimenti inattingibile.

Per i migranti, dunque, non si tratta tanto di sopravvivere al trauma quanto di continuare a sopravvivere nel trauma.

 

 

 

 

 

 

Dott. Gianluca Rossini

Psicologo

Riceve su appuntamento a Frosinone

rossini.gianluca@outlook.it

 

 

 

Per approfondire

 

Beneduce R.(1998), Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, Angeli, Milano;

Dal Lago A. (1999), Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano;

Laplanche J. (2000), Il primato dell’Altro in psicoanalisi, La Biblioteca, Roma-Bari;

Nathan T. (1996), Principi di etnopsicanalisi, Bollati Boringhieri, Torino;

Mucci, C. ( 2008), Il dolore estremo. Il trauma da Freud alla Shoah;

Andrea Davolo, Tiziana Mancini (2017) “L’intervento psicologico con i migranti. Una prospettiva sistemico-dialogica”