L'ipocondriaco

Viaggiatore solitario

Spesso al pronto soccorso o dal medico di base si presentano pazienti che si sono già fatti una diagnosi per conto loro…e molto spesso con esito catastrofico. Un mal di stomaco può così diventare il sintomo di una malattia incurabile, senza pensare che la sera prima si è mangiato un fritto pesante. È frequente che ci si prenda gioco nelle corsie degli ospedali di queste persone, ma immaginatevi cosa vuol dire vivere in questo modo. L’ipocondriaco non è un malato immaginario, ma una persona che soffre e l’ipocondria non è una malattia, ma un mezzo di espressione. Come ben spiegato dall’articolo “Ipocondria- silenzi del corpo, rumori dell’anima” , le origini del pensiero ipocondriaco possono avere esordio nell’infanzia e in particolar modo nel rapporto tra il bambino e chi si prende cura di lui: una madre incapace di rispondere in maniera adeguata ai bisogni del figlio o anch’essa ipocondriaca può portare il bambino, nel corso degli anni, a dover badare a se stesso, rispondendo ai segnali del proprio corpo. Il corpo diventa così l’unico oggetto di ansie e preoccupazioni.

È proprio a causa dell’ansia che nasce l’ipocondria e quest’ultima contribuisce a sua volta ad alimentare l’ansia. Si può scoprire l’ipocondria dopo crisi d’ansia con manifestazioni fisiologiche come nell’attacco di panico: forte tachicardia, sudorazione fredda, vertigini, formicolii alle braccia e alle gambe, pallore, tremori, nausee e soprattutto la paura di stare per morire. Ognuno di questi sintomi potrebbe facilmente essere associato ad una grave malattia e infatti la prima volta che viene sperimentato l’attacco di panico, la reazione immediata è quella di farsi tutte le analisi mediche. A volte persino i tentativi di rassicurazione del medico non placano la preoccupazione, se non la convinzione di essere affetti da malattie gravi. Non vorrebbe sentire nulla, ma non può fare a meno di ascoltare, non appena si nomina una malattia, l’ipocondriaco focalizza tutta la sua attenzione. Vi sono però due tipi di ipocondriaco, o meglio, due atteggiamenti diversi di vivere la paura: quello che vive costantemente nella convinzione che da un momento all’altro si ammalerà, ma non effettua alcun esame medico perché ha troppa paura del risultato, e quello che al contrario si fa continuamente controllare passando la propria vita tra esami clinici e consulti medici. Tra quelli che vogliono avere la certezza di non essere malati si nota un eccesso di prevenzione, tra gli altri si ha un picco d’ansia quando suppongono che potrebbero aver preso una malattia. Quest’ultimi non sentono affatto il bisogno di verificare nulla. Anche se in entrambi i casi, l’ipocondriaco non può essere sicuro, o almeno non completamente, di essere sano, il dubbio lo perseguita costantemente.

Non si può parlare quindi di un unico tipo di ipocondria, né tantomeno definire l’ipocondriaco come il portatore di una malattia con una causa unica, curabile con un procedimento standard. Né si può risalire alla causa del disturbo semplicemente a partire dallo studio del sintomo… il sintomo in se non rivela nulla. In ogni situazione è necessario, attraverso il rapporto di fiducia che si stabilisce con il paziente e la relazione che si instaura con lui, ricomporre il percorso specifico che ha portato quella particolare persona a entrare nel mondo dell’ipocondria. Non si nasce ipocondriaci, lo si diventa. Allo stesso modo non si resta ipocondriaci per tutta la vita. Il modo di gestire tale disturbo cambia con il tempo e l’esperienza, lo si controlla, lo si addomestica e infine si può imparare a conviverci. Se la gestione dell’ipocondria evolve con il passare del tempo, non è automatico che l’ipocondriaco abbia voglia di uscirne, o meglio, che si sforzi di sbarazzarsene. L’ipocondriaco sarebbe contento di veder cessare le proprie crisi, ma pensa anche che se abbassasse la guardia gli potrebbe succedere senz’altro qualcosa.

 

 

Per approfondire:

 

De Lacoste G.D. (2009) “L’ipocondriaco” Roma: Castelvecchi ed. 

 

 

 

 

Dott. Andrea Rossetti

 

 

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