Narcisismo ed Empatia

Schizzo di un intreccio tossico

Per Approfondire:

 

 

Boella L., Sentire l’altro – Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006   

 

Gallese, V., Migone, P., Eagle, M. N. La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività e alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e scienze umane, 2006

 

Ci sono incastri, che per quanto all’esterno suonino come evidentemente malsani e improbabili - quando non addirittura e alla lunga destinati al collasso - per qualche strana ragione e nonostante tutto, “resistono”. Di qualunque natura essi siano – sentimentali, amicali, sessuali, solo per citarne alcuni - i rapporti in questione sono caratterizzati dall’essere francamente sbilanciati; per quanto l’immagine in sé possa forse risultare assai estrema, in realtà all’interno di relazioni così distruttive si configurano chiaramente due ruoli - distinti e complementari fra loro – e due attori:  un carnefice ed una vittima, la cui amalgama dà vita a dinamiche dai contorni perversi, che – in una escalation senza fine - alimentano un’atmosfera tossica di fondo. Si pensi ad esempio all’unione fra un narcisista ed un empatico. Il primo, come si è altrove ampiamente detto, non vede che se stesso: pensieri e bisogni sono tutti auto – riferiti, laddove l’altro è usato al solo scopo di darvi compiuto accoglimento. La storia di molti di loro, testimonia come assai spesso, in un tempo parecchio lontano - probabilmente già nella prima infanzia - ad un qualche livello debbano aver sperimentato su di sé dei sentimenti d’indegnità tali da aver procurato loro una ferita ben in profondità: a partenza da qui, si colloca la ricerca spasmodica e costante di approvazione e riconoscimento altrui. Gli occhi dell’altro, a sorreggere ed implementare un’autostima consistente solo in parvenza. E quale migliore contenitore da svuotare e saturare ciclicamente se non l’empatico? A conti fatti, nessun altro si presta meglio alle mire del primo (per un approfondimento, si rimanda agli articoli “Il narcisismo – L’arresto della capacità di amare”, “Vado al massimo – Il narcisismo ai nostri tempi” e “Proiezioni narcisistiche dei genitori sui figli – Dillo con parole mie”).

 

Facciamo qualche cenno alla nozione d’empatia. Il termine empatia – di derivazione greca: empatèia, da en (dentro) e pathos (sentimento) – significa letteralmente “sentire dentro”, a dimostrazione di quanto un soggetto empatico sia effettivamente capace di “mettersi nei panni dell’altro”, cogliendone così stati d’animo, pensieri, emozioni, che finiscono con l’esser letti come se appartenessero alla propria persona.

 

Nella pratica psicoterapeutica, il possesso di un ascolto empatico diviene uno strumento assolutamente indispensabile nella comprensione degli vissuti più intimi dei nostri pazienti; addirittura, quando la componente empatica si presenta come “eccessiva”, riuscire a captare il sentire dei pazienti può avvenire ad un livello talmente autentico e globale, da confonderci sull’effettiva appartenenza di quei vissuti eterogenei sperimentati, in un mix complesso fra dentro e fuori, fra il nostro e l’altrui. Volendo applicare il discorso ad un ambito più ampio, chiaro è che nelle relazioni interpersonali, tale abilità emotiva permette assai più facilmente di entrare in sintonia con l’altro, in cui il soggetto empatico riesce facilmente a calarsi, arrivando finanche a cogliere il senso più complesso e profondo delle parole di chi ha di fronte. Questa sorta di mimesi della mente dell’altro, trova una sua spiegazione anche a livello neurobiologico, mediata com’è dalla presenza dei cosiddetti neuroni specchio: grazie ad essi, l’espressione di emozioni, pensieri, sensazioni - come pure il compimento di un’azione nell’altro - determina proprio l’attivazione delle medesime aree cerebrali che si innescano quando quegli stessi vissuti sono esperiti in prima persona.

 

Va da sé, che – all’interno della relazione - vista la sua capacità di accogliere i vissuti dell’altro, l’empatico finirà con l’assorbirli nel tentativo compassionevole di sollevare il narcisista da questo peso: visto il sovraccarico psichico cui è costantemente esposto, il rischio che gli si profila è tuttavia quello di soccombere, salvo il caso in cui riesca ad arginare la potenza narcisistica distruttiva mettendo dei confini ben saldi fra i propri bisogni e quelli dell’altro. Mosso com’è dall’idea della cura – che regna sul fondo di ogni sua relazione – il soggetto empatico trascura un aspetto che non è certo di poco conto: la tendenza naturale del narcisista - all’interno di ogni sua interazione che si rispetti – a risucchiare ogni quanto energetico gli cada sotto tiro, prosciugando così psichicamente l’altra parte del rapporto.

 

Diremmo che è possibile osservare regolarmente questa dinamica pericolosa fra i due, che continua in una circolarità sterile e senza via d’uscita vista l’(inversa) incapacità d’indossare i panni altrui del narcisista: difatti, sfruttando la sua tendenza alla prevaricazione sull’altro nonché al controllo e alla manipolazione nelle relazioni, egli sposta il problema all’esterno, o meglio, sull’altro, de – responsabilizzandosi e arrivando addirittura ad attribuire le falle della comunicazione alla parte empatica; per tutta risposta, l’empatico, confuso dall’interazione perversa, finisce con l’assumere su di sé ogni incapacità o mancanza emotiva, in un atto auto – lesivo che lo sfinisce e lo svilisce.