Oncologia e sessualità femminile
Scoperchiare il vaso di Pandora

Waterhouse John William "Pandora" (1986)

Sono passati solo due anni da quando ho cominciato a lavorare con pazienti oncologici e ricordo molto bene che la prima volta ero molto preoccupato: avrei dovuto vedere una donna che aveva avuto un linfoma ed aveva appena terminato i cicli di chemioterapia. La domanda che mi continuava ad angosciare era “cosa mai potrò fare io per fornire un sostegno a questa persona?”. La domanda potrebbe essere valida per qualsiasi tipo di paziente, ma quando ti trovi di fronte a questo tipo di male ti senti realmente impotente. Sbagliavo. Non soltanto perché ero concentrato sul fatto che avrei dovuto fare o dire qualcosa che avrebbe fatto stare meglio l’altro, delirio di onnipotenza narcisistico dello psicologo alle prime armi, quanto per le aspettative che mi ero creato su ciò che avrebbe voluto la paziente dai nostri incontri. Quello che mi stupì fu che durante le sedute, la paziente parlava della malattia solo in parte, per il resto del tempo mi spiegava le sue preoccupazioni per la figlia che non voleva andare all’università, per il padre anziano con cui aveva rapporti conflittuali, per il marito che non la guardava più come una volta e soprattutto perché dopo la malattia non si sentiva più donna. Per me non era così ovvio che la malattia e queste problematiche fossero collegate. Ingenuamente mi domandavo come fosse possibile che questa signora, dopo aver rischiato la sua vita, subìto un intervento, passato mesi in ospedale e che si presentava con un foulard in testa per nascondere la caduta dei capelli e una mascherina sulla bocca per evitare il contagio di malattie viste le difese immunitarie basse, si preoccupasse di altro che non fosse la sua salute. Sbagliavo ancora.

Le reazioni psicologiche ad una diagnosi definitiva dipendono sicuramente da diversi fattori, come le conoscenze individuali riguardo la malattia, le proprie precedenti esperienze di parenti o conoscenti, i meccanismi di difesa che possono essere messi in atto (per un approfondimento vedere articolo “I meccanismi di difesa- quei garanti della sopravvivenza” nella rivista del mese di febbraio 2015) ed il supporto familiare e sociale a disposizione del paziente. In molti casi la comunicazione diagnostica di tale malattia innesca una esperienza post-traumatica da stress, con le caratteristiche cliniche e sintomatologiche di tale patologia, simile a quella di una catastrofe naturale che investa il singolo individuo. Per quanto riguarda la mia paziente è come se la malattia le avesse fatto rimettere in discussione problematiche della sua vita, alcune delle quali riguardanti la sua adolescenza, che lei stessa aveva accantonato o per meglio dire, usando le sue stesse parole, “chiuse in un cassetto”.

Prendiamo ad esempio le ripercussioni che la notizia di un tumore può avere sulla sessualità. Quest’ultima rappresenta un aspetto fondamentale nell’equilibrio psicofisico degli individui e rappresenta un aspetto essenziale della qualità di vita, sia nel contesto della intimità affettiva nelle relazioni, sia come fonte di gratificazione libidica. Il vissuto del sesso come emozione di tipo gratificante e vitale si contrappone al vissuto del cancro come portatore di sofferenza e morte: verrebbe naturale a chiunque in una fase diagnostica e terapeutica non porre attenzione alle problematiche sessuali, ampiamente relegate nello sfondo rispetto a problemi di sopravvivenza. La sessualità viene considerata un problema meno importante non soltanto rispetto alla sopravvivenza, ma anche ad altre dimensioni sociali come il ritorno a lavoro, l’espletamento di funzioni domestiche o il mantenimento più globale dei rapporti sociali. Tuttavia è piuttosto frequente nelle donne che hanno subito un operazione in seguito ad un cancro ginecologico o ad un carcinoma alla mammella, la problematica della sessualità e del non riuscire più a relazionarsi con la propria immagine corporea, sia per i reali cambiamenti somatici sia per vissuti emozionali proiettati sul corpo. Sul senso dell’integrità del sé, anche fisica, poggia anche l’autostima e la propria sicurezza corporea nei rapporti interpersonali: così può accadere che si generi il timore di provocare nel partner la stessa repulsione che si prova per il proprio corpo malato, che sovente si tiene coperto e nascosto e non si riesce a guardare neppure allo specchio. Altrettanto frequenti sono le patologie emozionali che inibiscono la sessualità: la perdita di desiderio, l’incapacità di provare piacere o le conseguenze psicologiche di un vissuto di infertilità sono strettamente legate ad uno stato depressivo o elevato stress.

Il supporto psicologico si è dimostrato utile nell’alleviare disturbi emozionali come l’ansia, stress e depressione, nell’aumentare il grado di conoscenza e consapevolezza costruttiva e nel favorire il recupero di una positiva immagine corporea, del funzionamento sociale e quindi di una migliore qualità della vita dei pazienti oncologici. È possibile fare molto analizzando i meccanismi di difesa, in particolare a riguardo della patologia in atto e delle sue conseguenze psicosociali e cercando di facilitare l’espressione delle emozioni. Dal canto mio posso dire di aver appreso tanto da questi pazienti e soprattutto visto la diversità del vissuto che ognuno di noi porta con sé, l’ovvio non fa parte di questo campo.

 

 



Dott. Andrea Rossetti

 

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Per approfondire:

 

 

Osservatorio nazionale sulla salute della donna “Donne e tumori” (2014) Franco Angeli Ed.

 

Marchioro G. “Dentro il dolore” (2007) Franco Angeli Ed.