Parlare lingue diverse

l’inconscio di chi parla una nuova lingua

conscio di chi parla una nuova lingua

 

 

 

 

Le origini del linguaggio sono strettamente legate alle prime esperienze sensoriali, nella dimensione del rapporto primario con la madre, a epoche della vita e a livelli del processo di sviluppo nei quali non si sono ancora organizzate le strutture di pensiero adeguate alla funzione del linguaggio. 

Già nei primissimi giorni della sua vita, il bambino comincia a distinguere il suono della voce materna per poi carpirne l’intonazione e il modo di pronunciare le parole fino ad utilizzarle lui stesso. Quindi impara a comunicare attraverso il linguaggio, il senso delle parole e i nessi tra parole e cose in una rete inestricabile di vissuti emotivi e percettivi, che il piccolo comincia a percepire grazie alla funzione dell’Io capace di simbolizzazione e di astrazione.

Il bambino apprende il linguaggio della madre nel periodo in cui potenzialmente è capace di interiorizzare la fonetica di lingue straniere ma a seguito di tale superamento l’individuo perde il potenziale irripetibile di imparare lingue diverse come se fossero entrambe o tutte affiancabili a quella materne dunque dotate della stessa importanza emotiva.

L’individuo potrà in seguito acquisire un nuovo linguaggio e comunicherà le stesse cose avendo la percezione di dirle per la prima volta, come se avessero una sfumatura di significato diverso. In questo faticoso ma divertente “gioco di parole”, l’individuo si diletta a dare significati nuovi a parole che traduce e che sente dall’altro il quale si rivolge ad egli con la nuova lingua. È altresì vero che, seppur inconsapevolmente, il cambio di lingua ci permette di sfuggire da conflitti originari.

Parlare un nuovo linguaggio significa dunque riscoprirsi ma anche allontanarsi da parti di sé recondite e pregresse, nell’illusione di rinascere ogni volta che ci cimentiamo nell’apprendimento di un nuovo linguaggio che va ad apportare delle modifiche alla nostra personalità in trasformazione. Si forma un mondo interno fatto di universi che condividono gli stessi spazi e in costante interconnessione tra di loro. Un’interconnessione sia interna che esterna, dunque che permette un distanziamento emozionale dalle parole della lingua primigenia, che conservano invece tutto il carico di vissuti emozionali, sensoriali legati alla corporeità, nell’ambito del rapporto originario madre-bambino. 

Si rinasce nella nuova lingua come opportunità di intraprendere un cammino evolutivo verso l’acquisizione di una nuova personalità al fine anche di proteggere la confusione della personalità originaria. La stessa confusione che apre le porte di mondi diversi cosicché possiamo essere dappertutto non per trovare sé stessi ma per essere sempre diversi.

 

 

“Portare dentro di sé come una cripta segreta quel linguaggio di un tempo che sbiadisce e non si decide a lasciarvi mai. Avete l’impressione che la nuova lingua sia la vostra resurrezione: nuova pelle, nuovo sesso. Così fra le lingue il vostro elemento è il silenzio.” (Julia Kristeva)

 

 

Alcuni individui possono presentare una molteplicità nella loro unità in cui i confini sono plastici e cangianti, presentando una complessità intrapsichica tipica di chi parla più lingue. Il bilinguismo o multilinguismo offre un’immagine di diversità nell’unità di un singolo individuo al cui interno vi sono mondi paralleli in quanto non sono solo le parole che appartengono a lingue dunque culture e luoghi diversi, ma i processi di introiezione potrebbero costituire dimensioni parallele. Chi parla più lingue è dotato di ricchezza e possiede tante valenze e tanti destini, ma anche smarrimento e perdita che, in una segreta alchimia tra sofferenza psichica e creatività, hanno abbandonato la lingua madre per scrivere e parlare in un’altra lingua. 

Spesso il destino di chi parla due o più lingue è tollerare la suddetta frammentazione dell’unità sia interpersonale che intrapsichica nell’arduo compito di comunicare con l’altro e con sé stessi.

La lingua madre è quella più significativa e carica emotivamente. È quella più familiare e capace di riconnettere l’individuo ad aspetti di sé primitivi e primordiali. Alla luce di ciò nei polilingui o poliglotti può essersi organizzato un sottoinsieme di lingue diverse rispetto a quella che utilizzano nel quotidiano e alcune parole possono arrivare facilmente alla coscienza mentre altre possono risalirvi più faticosamente in quanto rimangono più significative. 

Spesso accade che si scelga di pronunciare parole cariche emotivamente nella lingua acquisita piuttosto che nella lingua madre proprio per deprivare le parole pronunciate di significatività e per distanziarsi dal ricordo pregnante il quale appartiene alla storia dell’individuo nella terra d’origine.

Cambiando lingua spesso ci si allontana da un’area psichica intimamente legata a specifici suoni verbali e nomi particolari. È per questo motivo che i tentativi di traduzione spesso falsano il significato, sbiadiscono il colore e spengono la carica emotiva di una frase e/o concetto. 

Accanto al desiderio di comunicare con l’altro vi è la necessità di integrazione a scapito della scissione e frantumazione interna. Faticosamente si cerca di comunicare con l’altro allo scopo di capirsi ed essere compresi. Questo perché ogni individuo è dotato della propria complessità che va chiarificata e vissuta. Anche colui che parla una lingua sola è dotato di una “pluralità discorsiva” alla cui base vi sono multiple forme dialettali, modi di dire, intonazioni differenti che portano l’individuo a fare i conti con parti di sé diversificati, conflittuali e spesso scissi nel faticoso tentativo di agire con le idee più chiari possibili.

Per approfondire

 

"La babele dell'incosncio". J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri

 

"Stranieri a se stessi". J. Kristeva

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