Relazione fra Migrante e Operatore

La Confusione Come Sintomo 

(dalla “tenerezza” di Ferenczi all’amore “riparativo” del migrante)
 

 

"Confusione è parola inventata per indicare un ordine che non si capisce" -  Henry Miller
                                                               
 

 

 

Nel Settembre del 1932 lo psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi presentò al XII° Congresso Internazionale della Associazione Psicoanalitica, che si tenne a Wiesbaden, una relazione dal titolo: “Confusione delle lingue tra adulti e bambini (Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione).
In “Confusione delle lingue tra adulti e bambini” vengono affrontati argomenti che hanno irritato notevolmente gli psicoanalisti di allora. Oltre a rivalutare l’importanza traumatica della realtà esterna, e quindi ricollegarsi alle ipotesi inizialmente formulate da Freud, Ferenczi, attraverso una riflessione teorica centrata sulle proprie esperienze cliniche, analizza in una nuova prospettiva lo stesso complesso di Edipo. Il conflitto e le angosce edipiche possono infatti intensificarsi in seguito al comportamento seduttivo del genitore, in particolare quando questi fraintende le richieste affettive del proprio figlio. Parlando della relazione tra adulti e figli, Ferenczi distingue un “linguaggio della tenerezza” da un “linguaggio della passione”. Nei bambini tracce di amore oggettuale si manifestano solo come richieste di tenerezza. Possono manifestare nei confronti di un genitore atteggiamenti che ricordano la sessualità adulta, ma fondamentalmente sono espressione dei loro bisogni infantili. Nella realtà nessun bambino può fare a meno dei propri bisogni di tenerezza e sarebbe disposto a rinunciarvi per una risposta di amore adulto. I bambini giocano a prendere il posto di un genitore, ma solo nella fantasia, nel caso vengano scambiati realmente per adulti possono vivere un’esperienza angosciosa e disorientante.
                                                     
Nell’esperienza di lavoro con i migranti, si possono osservare dinamiche similari relative alla confusione tra affetto e ruolo esercitato dall’operatore-operatrice che, quasi quotidianamente, si relaziona e si occupa dell’accoglienza e del benessere di queste persone, ospiti di un Progetto.  Capita e non di rado che si possano riscontrare delle dinamiche di dipendenza dalla figura dell’operatore, una dipendenza legata al “rifornimento” di bisogni concreti e servizi, quanto alla soluzione di aspetti problematici che una figura qualificata permette di riconoscere e monitorare. Molti dei ragazzi che arrivano in Italia, sopravvissuti a storie di umiliazione, perdita, lutti o “unioni forzate”, malattie epidemiche o tentativi di omicidio, detenzione e violenze fisiche o sessuali, portano con sé uno stato di vulnerabilità che si può intravedere facilmente, ma non si può comprendere fino in fondo ed è estremamente difficile da valutare in breve tempo o “quantificare nei termini di danno percepito”. Tale vulnerabilità viene accolta, esplorata e riconosciuta, ponendo le basi per un percorso di sostegno o psicoterapico. La confusione che potrebbe generarsi nell’associazione tra “dottore della mente o della parola” e figure con ruoli similari appartenenti alla propria tradizione è comunque presente, ma non è ciò di cui si vuol trattare. La domanda da porsi, la cui risposta a volte genera confusione tra quanto svolto per lavoro e quanto più o meno sommessamente richiesto, potrebbe essere “Come viene considerata la ragazza che svolge il ruolo dell’operatrice per quel determinato ragazzo proveniente da quella determinata cultura”? In questo caso la potenza di un concetto come il transfert appare centrale, tanto nella dimensione teorica quanto in quella pratica. Nell’osservazione clinica, quotidiana e strutturata,  ci si interroga sui possibili scambi, fantasie e messaggi che vengono veicolati dall’agire reciproco di chi fornisce assistenza e chi ne riceve, traendone vantaggi e benefici. Provando ad analizzare le risposte transferali e controtransferali che sottendono al “grande fraintendimento”, alla “confusione” che governa la relazione quotidiana tra professionista ed ospite, va chiaramente considerata la natura arcaica ed etnico-culturale dello stesso fenomeno del transfert. Un fenomeno di questo tipo fa parte delle osservazioni e delle conoscenze umane dalla notte dei tempi e non c’è alcun bisogno della psicoanalisi per notare che il Tale ha ‘preso’ da sua madre o da suo padre questo o quel modo di fare oppure che sta ripetendo-seppur con altre persone - alcune modalità esistenziali tipiche degli oggetti primari (stessa incapacità di relazionarsi in modo meno aggressivo, stessa modalità di interpretazione dei messaggi, stessi pregiudizi o convinzioni erronee sul prossimo ) oppure delle sue relazioni con essi.

 

Secondo alcuni autori (ad es. Le Guen, 2008) il transfert è anzi essenzialmente un fenomeno affettivo, sicché “quando in psicoanalisi si parla di transfert, bisogna intendere il ‘transfert di sentimenti sulla persona del medico’” (Le Guen, p.1341). Tradotto nel mondo della integrazione multietnica e, di conseguenza, delle migrazioni, il migrante sembrerebbe rimuovere ciò che ha vissuto e che conosce (meccanismi difensivi attivati dal trauma) per riattivarlo intimamente in forme controtransferali, di cui solo a posteriori si renderebbe consapevole. È noto del resto che un transfert positivo apparente può celare un transfert negativo inconscio e, viceversa, che sentimenti (transferali) negativi nei riguardi dell’Altro possono servire a reprimere movimenti affettuosi teneri, avvertiti dall’Io del professionista-operatore come intollerabili (ad esempio anche da un punto di vista narcisistico).  Un secondo aspetto da considerare è quello culturale “di genere” che vede delle significative differenze nella concezione del sentimento, dell’affetto “riparativo”. Chi lavora nel contesto dei progetti d’accoglienza, forse avrà potuto osservare come l’operatrice, spesso nelle vesti di una giovane ragazza piena di entusiasmo, tenerezza ed operosità, assuma un ruolo che, agli occhi del giovane maliano, keniano, congolese, nigeriano, bengalese, non è sempre ben definito…Questo fraintendimento sembrerebbe scaturire dalla concezione dell’altro sesso in un modo culturalmente ben definito: in molte storie verbalizzate e trascritte in fase di colloquio la donna-moglie (o meglio le donne-mogli), oltre ad occuparsi dei figli, sono spesso coloro che forniscono e riforniscono i bisogni primari dell’uomo-marito, figura dominante.

 

Alcune associazioni e fantasie che vedono l’operatrice come potenziale scelta riparativa, considerato perso l’oggetto d’amore verso cui è possibile esercitare il diritto matrimoniale con discutibili vantaggi culturali, sembra molto più presente nell’uomo che tendenzialmente ha sempre avuto possibilità di scelta, rispetto alla donna che difficilmente associa alla figura dell’operatore un potenziale partner, tutelandosi e distanziandosi dall’immagine simbolica e corporea di chi rievoca il dominatore, il torturatore mai dimenticato pienamente. Al fine di comprendere meglio ciò di cui si sta parlando, proviamo ad immaginare insieme la scena: Una giovane ragazza, seppur a volte con una targhetta che ne identifica il ruolo oltre al nome, entra nell’appartamento in cui vivono piccoli gruppi di ragazzi, assicurando che il loro stato di salute sia adeguato, ascoltando le loro richieste, accompagnandoli presso ospedali, scuole, centri per l’impiego, il tutto con una bontà d’animo ed un rispetto verso cui molti di loro non sono stati abituati, nel loro statuto di vittime. Come accennato ciò può comportare dei fraintendimenti, una confusione tra quanto svolto quotidianamente per lavoro, per il ruolo che si svolge e ciò che il migrante, seguentemente ad un vissuto di perdita e di precarietà affettiva, può richiedere o ipotizzare, con il tentativo di “riparare”. Quanto detto può rappresentare dei singoli casi, forse non così frequenti, ma culturalmente significativi, perché comportano l’incontro ( e a volte lo “scontro”) tra culture differenti. Le conseguenze più evidenti di ciò, sotto forma di esempio, possono riguardare l’insistenza riguardo la vicinanza di tale operatrice anche nelle situazioni in cui il migrante dovrebbe mostrare una maggiore autonomia, oltre a messaggi e telefonate per informazioni di poco conto specialmente negli orari in cui l’operatrice non presta servizio nella struttura. Se quanto riportato potrebbe infastidire perché considerato come inutile forma di allarmismo o esagerazione, va considerato che queste manifestazioni della condotta rappresentano i primi segnali di un insistere, dipendente da fattori culturali e personologici, che diventa più aggressivo ed intrusivo.

 

Nessuno vieta che possano nascere relazioni sentimentali in cui l’affetto ed il rispetto reciproco fungano da collante e carburante tra persone di differente etnia, ma un lavoro reale con il migrante impone di considerare anche cosa accade quando un ragazzo, appartenente ad una cultura dove non è ammesso rifiuto da parte del corrispettivo femminile, riceve i primi segnali di distacco ed opposizione. Vissuti ansiogeni ed esperienze fobiche possono accompagnare il risveglio quotidiano del lavoratore, ben consapevole ormai delle intenzioni di quel ragazzo che confonde la persona con il ruolo svolto dalla stessa. Una serie di sintomi clinici, diversi ma visibili, paiono legare l’ospite del Progetto a quella sola figura professionale, forse entrambi consapevoli di come un reale convivere lavorativo non sia più possibile. L’insistenza primaria, a volte conclusasi tragicamente come stupro o violenza, non vuole qui significare o dipingere il soggetto ospite migrante come un mostro, generalizzando su un tema tanto delicato (eticamente ed etnicamente) quanto conosciuto in forme superficiali; comprendere come e perché possa verificarsi tale confusione tra ruolo, affetto e lavoro, permette di operare come psicologo in un contesto particolarissimo, cercando di tutelare e comprendere ogni persona, dando ascolto e voce alle differenti posizioni.  Ci si chiede quindi come poter prevenire tali situazioni o, più concretamente, risolverle.  Quando ciò avviene il primo aspetto da considerare sarebbe quello della colpa, concetto da non attribuire primariamente all’una o all’altra parte; se presi come coppia, come un duale da esplorare tra richiesta e rifiuto, dovranno essere analizzare le motivazioni di entrambi, facendo ricorso tanto agli aspetti culturali che ognuno porta con sé, tanto alle leggi presenti sul territorio ospitante che certificano cosa sia possibile fare e cosa non lo sia. Nella interazione con il migrante, lo stile dell’eloquio dovrà rispecchiare il destinatario del messaggio, non svalutando o semplificando un discorso che nasce come complesso. Elementi ed interpretazioni da proporre risulteranno utili se concrete, oltre ad elementi quali autenticità, sincerità e rispetto che restano imprescindibili per qualsiasi alleanza terapeutica.  Un etnopsicologo o un etnopsichiatra saprebbero spiegare molte delle ragioni che sottendono tali comportamenti, ma quello che parrebbe prioritario è la distinzione tra ruolo e persona, concetto che dovrà essere reinterpretato tanto dal migrante per una migliore integrazione futura, quanto dall’operatrice per non incorrere in rischi o in comportamenti ambigui (es. condotte sessualizzanti) che potrebbero inficiare sul lavoro svolto. 
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Per approfondire


 -   “Maschile e femminile. Il pensiero della differenza”,  Françoise Héritier (Autore), B. Fiore (Traduttore) 2002;
-  “L'imbroglio etnico in quattordici parole-chiave”,  René Gallissot (Autore), Mondher Kilani (Autore), Annamaria Rivera (Autore), D. Pozzi (Traduttore)2001;
- “Culture e mediazioni”,  Paola Villano (Autore), Bruno Riccio (Autore), 2008

 

 

 

 

 

Dott. Gianluca Rossini

 

Riceve su appuntamento a Frosinone

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