Se tu sei con me, io dormo serena

La funzione regolatrice materna

Da sempre teorie ambientaliste e innatiste si sono scontrate nel cercare di spiegare come si formi l’io del bambino, la sua struttura psichica, la sua personalità. Se da una parte abbiamo il concetto di tabula rasa dove l’esperienza e l’ambiente possono “scrivere” ciò che vogliono, dall’altra abbiamo la genetica che fa da padrona, imponendo fin dalla nascita strutture già preformate, come se il destino fosse già scritto. Come sempre la saggezza popolare ci viene in aiuto, permettendoci di svincolarci da questo acceso dibattito: “in medio stat virtus”, nessuna teoria è totalmente sbagliata, nessuna teoria ha interamente ragione. L’interazionismo ci suggerisce come il patrimonio genetico abbia una forte influenza sull’essere umano che diventerò, ma allo stesso modo un certo tipo di ambiente favorirà lo sviluppo di certe mie caratteristiche piuttosto che altre. A supporto di ciò nella ricerca scientifica in campo psicologico e non solo, numerosi e significativi sono gli studi sulle coppie di gemelli omozigoti adottivi che, condividendo quindi lo stesso patrimonio genetico, sviluppano caratteristiche di personalità, capacità, modalità differenti in relazione all’ambiente in cui sono vissuti.

Date queste premesse, l’obiettivo di questo articolo è cercare di comprendere come il bambino acquisisce e sviluppa alcune abitudini quotidiane, come ad esempio il mangiare o il dormire, o come dall’altra parte queste abitudini possano diventare disfunzionali.

Sappiamo come mangiare o dormire rientrino nella gamma dei bisogni fisiologici primari. Sappiamo quindi come il soddisfacimento di questi bisogni sia vitale per l’essere umano. Sappiamo anche come ogni essere umano declini in maniera differente e personalissimo queste abitudini. Sappiamo infine, grazie al filone di studi che rientrano nella cosiddetta infant research e più in generale grazie alla psicologia dello sviluppo, come l’acquisizione infantile di certe abitudini, influenzi l’essere umano anche nella sua età adulta.

A volte nel racconto di alcuni amici “adulti e vaccinati”, ci ritroviamo a sorridere di alcune abitudini che sembrano appartenere più ad un comportamento infantile che “da grandi”. Un amico di ben 1,95 di altezza con una bella massa muscolare che ad esempio si addormenta se e solo se abbracciato al cuscino. La donna in carriera che deve tenere un po’ il pollice appoggiato sulle labbra (“non ciuccio mica eh!”) prima di dormire, altrimenti il sonno tarda ad arrivare. La coinquilina universitaria che quando è ammalata mi chiede di farle “la mela grattugiata”, proprio come faceva la sua mamma, perché quella è l’unica cosa che riesce a digerire.

Sono tutti esempi (vi assicuro) presi dalla vita quotidiana, che ci fanno sorridere e in maniera lampante ed intuitiva ci rimandano alle abitudini infantili che riguardano le pratiche considerate.

Infatti, come probabilmente risulterà chiaro da tutti questi preamboli, non esiste un modo di mangiare uguale all’altro, così come non esiste un modo di dormire uguale all’altro. E potremo ovviamente applicare queste deduzioni a tutte le altre abitudini quotidiane.

Le routine madre-bambino si vanno a creare infatti da un susseguirsi di esperienze quotidianamente ripetute e condivise dalla diade, che, nel metterle in pratica, impara reciprocamente a conoscersi e ad aggiustarsi sull’altro. Ad esempio, una mamma che scopre che il bambino preferisce la ninna nanna cantata da lei a quella suonata dal giocattolo regalato, tenderà ad assecondare questo gusto del suo bambino. Allo stesso modo il bambino, non appena la mamma inizierà a cantare, ricorderà sensazioni positive dell’ultimo addormentamento post ninna nanna, e fin dalla prima nota inizierà a rilassarsi, addormentandosi quindi più velocemente.

Il tipo di sintonizzazione che si crea tra madre e bambino è una rara, probabilmente mai si riprodurrà in nessun rapporto, poiché implica una totale immedesimazione da parte della mamma nel bambino e una totale fiducia del bambino nei confronti della mamma.

È in questi continui scambi, continuamente ri-tarati sulla base dell’esperienza della relazione, che giorno dopo giorno va aumentando la fiducia reciproca. Il bambino infatti arriva a fidarsi a tal punto della madre, della sua capacità di prendersi cura di lui e di proteggerlo da ogni pericolo, da riuscire ad addormentarsi beatamente nel passeggino anche in un chiassosissimo ristorante il sabato sera.

Allo stesso modo del sonno, anche l’alimentazione viene regolata da questa sintonizzazione affettiva: ad esempio, un bambino che assume il latte da una mamma triste o arrabbiata, viene contaminato da queste emozioni, mettendo in atto il suo personalissimo modo di reagirvi. Potrebbe ad esempio espellere il latte appena assunto, oppure rifiutarlo al momento successivo di mangiare.

Ciò che questo articolo auspica di trasmettere al lettore è che la relazione madre-figlio (o relazione primaria di attaccamento; si rimanda all’articolo “L’importanza di legarsi" - Legame di Attaccamento della rivista di Marzo 2015 ) si fonda su una serie di abitudini più affettive che pratiche, in cui la diade si sintonizza, e dalle quali abitudini il bambino assume e sviluppa il suo personalissimo modo di approcciarsi alla quotidianità ma soprattutto alla vita relazionale. Inoltre, con il passare del tempo e la ripetizione necessaria di tali pratiche rituali, nel bambino queste andranno a diventare struttura non soltanto della sua vita, ma della sua psiche e della personalità che gradualmente andrà a svilupparsi. Così, attraverso una graduale introiezione della madre, delle sue modalità e della loro sintonizzazione emotivo-affettiva, il bambino conserverà sempre dentro di sé un elemento regolatore, che potrà utilizzare per essere “il genitore di se stesso” laddove necessario.

Chiaramente questo processo, così come tutti i processi che vanno a strutturare la psiche nei primi anni “sensibili”, laddove distorto, andrà a strutturare una modalità distorta di regolazione interna, o auto-regolazione. Il processo potrà essere reso reversibile solo laddove la persona diventerà consapevole della distorsione e deciderà di affrontarla. In sostanza: il cambiamento è sempre possibile, basta ammettere a se stessi di desiderarlo e attivarsi per poterlo mettere in atto. La consapevolezza e l’attivazione saranno esse stesse cambiamento!

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

 

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giulia.radi@hotmail.it

 

 

 

Per approfondire:

 

- Bowlby J. (1988) A secure base.

 

- Fonagy P., Gergely G., Jurist E., Target M. (2005) Affect regulation, Mentalization and the Development of the Self.