Sharenting e Covid-19

Genitori e figli online al tempo del Coronavirus

Padre e figlia sul computer

Questa emergenza sanitaria è già un’emergenza psicologica.

 

I risvolti psicologici di un’emergenza di tale portata, che porta il nome di Covid-19, non sono solo riscontrabili in psicopatologie come disturbi d’ansia, attacchi di panico, episodi depressivi o compulsivi (cibo, sport, social network) ma anche attraverso il quotidiano vivere delle nostre relazioni.

 

Quando momenti critici della nostra esistenza e di emergenza come quelli che stiamo attraversando, non vengono gestiti con le risorse adeguate, il rischio è di agire la confusione che stiamo attraversando. Cosa significa agire? Agire vuol dire attuare un comportamento senza pensarlo.

Un po’ quello che ci stiamo trovando a far in modo automatico in questi giorni: passare molte ore con i nostri smartphone, guardare tv o serie tv durante tutto il pomeriggio, giocare compulsivamente con i nostri telefoni. In questo periodo di isolamento, ci siamo imbattuti nelle nostre bacheche social in video sempre più frequenti di bambini, anche di 2-3 anni, sofferenti e in lacrime.

A riprenderli sono spesso i genitori o i loro parenti: il fenomeno è quello dello sharenting, che desta preoccupazione dal punta di vista clinico, psicologico e sociale.

È un fenomeno che esiste da qualche anno, ma che in questo periodo particolare, in cui le nostre relazioni sono mediate dai social network, è sempre più diffuso.

 

Sharenting è un neologismo inglese formato da due parole combinate: share che vuol dire condividere e parenting vuol dire genitorialità.

 

È triste osservare questo fenomeno diffondersi e vedere come i genitori si approcciano ai bisogni emotivi dei loro bambini.

Riprendere un bambino in un momento intimo e profondo, come quello della condivisione di un emozione, che sia tristezza-rabbia-paura-gioia e sorpresa, implica che non avvengano due funzioni principali che spettano all’adulto: il rispecchiamento dell’emozione e la loro convalida.

Quello che emerge è l’elaborazione dell’emozione in solitudine, nonostante i video poi diventino paradossalmente virali. Nei video osserviamo che i bambini guardano dietro la telecamera e non l’obiettivo, con un escalation di frustrazione in cui alle volte si avverte uno scambio di ruoli, in cui il bambino rimprovera il genitore, oppure chiede di esser lasciato da solo o, in altri casi ancora, fuggono dalla videocamera. Il bisogno del bambino è di esser visto, abbiamo invece sempre più bambini guardati man non visti. L’invito rivolto agli adulti è di attuare una consapevole riflessione di questo fenomeno, con lo scopo di poter effettuare una richiesta di aiuto per l’educazione alla gestione delle emozioni.

 

Dove finisce la responsabilità genitoriale e dove inizia il bisogno di colmare vuoti che vengono a crearsi in un periodo che ci sta mettendo a dura prova? Assumiamo un dato di fatto: quando riprendiamo e pubblichiamo i nostri bambini, questi non sono né consapevoli né consenzienti ad essere ripresi e condivisi. Poiché il fenomeno dei social network è esploso solo da qualche anno, non sono ancora chiari quali siano i risvolti sociali e psicologici di questa condivisone eccessiva, oversharing.

 

I dati che abbiamo parlano di disagio, ansia e imbarazzo provato dai figli in età adolescenziale, rispetto alla mole di foto e video condivisi dai propri genitori durante la loro vita.

Al di là della privacy, invitiamo gli adulti a tutelare l’identità, la formazione della personalità e del carattere di un bambino che passa anche attraverso queste azioni quotidiane. I bambini hanno bisogno di più autenticità e meno filtri. Invitiamo chiunque si riconoscesse in questo fenomeno a consultare professionisti del campo.

Segnaliamo la piattaforma online, “giornatapsicologiastudiaperti.it” messa a disposizione dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi per trovare il professionista più vicino.