Somatizzazione e Psicosomatica

Se solo si potesse pensare

Per approfondire:

 

Agresta F. " Problemi di psicosomatica clinica", Pescara: centro studi di psicologia e psicosomatica clinica, 2007

 

 

Vi è mai capitato in certi momenti di avere la sensazione di essere spettatori della vostra vita, di guardare la vostra vita dall’esterno, come lo scorrere della pellicola di un film? Vi è mai capitato di avere la consapevolezza di trovarvi in un momento-chiave della vostra vita, uno di quei momenti che vi ricorderete negli anni a venire, e sentirvi come estranei, incapaci di reagire tempestivamente all’evento che sta accadendo? È una sensazione di de-realizzazione che può durare un po’, perché la nostra mente necessita di un tempo che non corrisponde a quello esterno per processare l’evento, elaborarlo. In quei momenti, visti dall’esterno, potremmo risultare assenti, quasi inebetiti, altrove. È il risultato di un meccanismo di difesa (per un approfondimento, si rimanda all'articolo "I meccanismi di difesa - Quei garanti della sopravvivenza") messo in atto dalla nostra mente, che percepisce un potenziale pericolo nell’evento in corso e ne ritarda quindi la consapevolezza, come per permettere di prepararci a questa. La nostra mente è tuttavia un tutt’uno ben integrato e, non potendo spegnere a nostro piacimento un singolo interruttore, come quello della consapevolezza dell’evento in questione, subisce una sorta di black-out generale, con il risultato di un nostro “spegnimento”. Il nostro corpo però non può permettersi di interrompere il proprio funzionamento e si trova a rivestire un doppio ruolo: il proprio, e quello della mente, momentaneamente fuori uso. È così che il nostro corpo si sovraccarica ed ha delle reazioni anomale ed anormali, comunemente chiamate somatizzazioni.

Il meccanismo è semplice: la consapevolezza dell’evento porterebbe ad una reazione emotiva che non conosciamo, che ci spaventa, che temiamo di non essere in grado di sopportare, né controllare. Sappiamo che la paura dell’ignoto ed il timore di perdere il controllo sono dei campanelli d’allarme per l’essere umano (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Stereotipi e Pregiudizi – Una rosa se non si chiamasse rosa”). Per questo, inibiamo le emozioni conseguenti all’evento (per un approfondimento, si rimanda all'articolo "L'alessitimia - Quando il corpo mette in scena le emozioni"), che, non potendo arrivare alla consapevolezza e vedere quindi una decompressione, vengono espresse in un luogo aspecifico, non simbolico del corpo, in una maniera tale da portarci il massimo disagio nello svolgimento della nostra quotidianità. Come se la nostra mente ci stesse dicendo: “non vuoi ascoltarmi direttamente? Bene, farò di tutto perché tu possa non possa esimerti dal farlo, utilizzando altre vie”!

Questo è ciò che avviene nei casi in cui la funzione riflessiva o di mentalizzazione (la capacità di tenere in mente la propria ed altrui mente; per un approfondimento, si rimanda all'articolo "Lo sviluppo della mentalizzazione - Comprendere la mente") non risultino deficitarie: emicranie (per un approfondimento, si rimanda all'articolo "La cefalea psicosomatica - La logica che uccide"), gastriti (per un approfondimento, si rimanda all'articolo "La gastrite psicosomatica - Il dolore delle emozioni indigeribili"), coliti, cistiti, infezioni, irritazioni, sensibilizzazioni, risultato di un abbassamento delle difese immunitarie e della conseguente avanzata di virus e batteri altrimenti silenti ed annientabili. Il significato di questa sintomatologia è un’alterazione significativa della vita quotidiana, un disagio che non può più essere ignorato. Nel momento in cui ci regaliamo del tempo per stare ad ascoltare quello che la nostra mente, attraverso il nostro corpo, poco delicatamente cerca di comunicarci, normalmente il sintomo si acquieta, l’organo coinvolto torna al suo funzionamento fisiologico, lasciando spazio a tutto ciò che abbiamo violentemente evitato di provare e pensare, che spesso si rivela molto meno pericoloso del nostro timore.

 

Ma cosa accade nel momento in cui questo meccanismo di evitamento diventa una routine, o si va ad inserire su una vulnerabilità di base, come una carenza o mancanza di mentalizzazione, cioè una difficoltà o impossibilità di pensabilità delle emozioni?

In questa seconda condizione ci sono due possibili percorsi: da una parte il sintomo si ripete così tante volte da andare ad inficiare il funzionamento dell’organo stesso; dall’altra, la non pensabilità dell’emozione, che sottende una ferita in una fase precoce o un profondo trauma, quindi la mancanza o l’arresto della formazione delle strutture necessarie, porta ad uno spostamento primitivo della stessa sull’organo (simbolicamente significativo rispetto alla problematica emotiva), che viene quindi intaccato nel suo funzionamento. In entrambi i casi, l’organo subisce un’alterazione e “si ammala”. È quella che viene chiamata malattia psicosomatica.

Il processo di guarigione passerà dunque lungo un lungo percorso di cura, che prevede un lavoro di base sulle strutture del pensiero, per fortificarle, o addirittura permettere l’organizzazione delle stesse, liberando quindi l’organo del sovraccarico posto su esso. Solo a questo punto sarà possibile mettere in atto un programma di cura specifico.

 

Sintetizzando, la paura o l’impossibilità di pensare un’emozione portano ad uno spostamento della stessa sul corpo, ed a conseguenze differenti in relazione alla struttura mentale dell’individuo sulla quale questi meccanismi si insinuano. La capacità di pensare un pensiero discrimina la gravità della conseguenza che si potrà avere: in presenza della capacità di mentalizzazione si avrà un sintomo transitorio che si manifesterà in un organo aspecifico (somatizzazione); in assenza della capacità di mentalizzazione, l’organo, simbolico e specifico in relazione alla problematica emotiva in questione, si ammala (malattia psicosomatica).

I processi di guarigione da queste condizioni sono differenziati e commisurati alla gravità della sintomatologia, ma richiedono entrambi lo sviluppo di una capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, in maniera non filtrata o inibita, così da evitare un accumulo ed un’espressione delle stesse sul corpo.

 

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

 

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