Mi è capitato di trovarmi in situazioni traumatiche con soggetti che riuscivano più a ridere che a piangere. Ridere permette di sdrammatizzare, di stare in relazione all’altro senza sentirsi “pesanti” e quindi di credere di avere più possibilità di mantenere l’altro vicino alla giusta distanza. Piangere è un comportamento importante nell’uomo. Non tutti ne sono in grado. Riuscire a piangere vuol dire avere nella propria mente una rappresentazione dell’Altro accudente, sviluppata durante l’infanzia; questo Altro nella nostra mente deve essere in grado di comprendere i nostri stati affettivi e di rispondere prontamente ad essi. Le relazioni più intime durante l’infanzia hanno il potere di sviluppare in noi delle rappresentazioni mentali relativamente stabili che influenzano il nostro comportamento e le nostre aspettative su noi stessi e soprattutto su come si potrebbero comportare gli altri con noi in situazioni di difficoltà. I soggetti con vissuti di deprivazione affettiva infantile non hanno avuto figure di riferimento primarie disponibili a sintonizzarsi con i propri vissuti, per questo a volte hanno un rapporto con il pianto molto particolare. Da una parte possono sviluppare una forte disregolazione emotiva con conseguente pianto inconsolabile anche in corrispondenza di situazioni inopportune, dall’altra una difficoltà o una vera e propria impossibilità di piangere. Ci sono alcuni percorsi di terapia che prevedono la riscoperta delle emozioni legate al pianto e il riuscire a permettersi di piangere. Sul tema John Lennon scrisse una canzone “Mother”, mentre lavorava sulle sue emozioni legate alle sue esperienze di separazione e rifiuto affettivo durante l’infanzia, dove esprime forte e chiaro come fosse un urlo, o un pianto, il suo bisogno di bambino non corrisposto di avere una figura protettiva accanto.

 

Rientra nei quadri di distanziamento emotivo l’importanza di normalizzare gli eventi spiacevoli sminuendoli e di affiancare alla descrizione di vissuti negativi la presenza di aspetti positivi introducendo l’esperienza negativa che però poi si chiude positivamente impendendo all’emozione più spiacevole di avere uno spazio; per esempio: “mia madre mi ha insegnato molte cose quando se ne è andata via di casa lasciandoci avevo 9 anni ma sono diventata una persona molto forte, è stato un bene per me”. Rispetto all’autonomia è importante comprendere che vi è una difficoltà ad accettare la mancanza dell’altro, anche dell’Altro importante: il partner, l’amico intimo, il famigliare di riferimento. Non si è disposti a riconoscere che l’altro rappresenti qualcosa di talmente importante da risentire emotivamente dall’andamento di tale relazione. Chi è ha una relazione intima con soggetti distanzianti scopre che spesso in corrispondenza di eventi di vita negativi il modo migliore per dare un sostegno è quello di essere presenti nel rispetto della loro esigenza di sentirsi forti e indipendenti e quindi in grado di superare le avversità in autonomia sentendo di avere in mano il controllo. Inoltre, vi è spesso molta attenzione al “fare” piuttosto che alla condivisione emotiva quindi la disponibilità ad esserci nel fare viene spesso ben accolta. Ognuno di noi ha strategie per gestire le emozioni, soprattutto in corrispondenza di vissuti emotivi invalidanti. Il rispetto dei tentativi di difenderci parte dalla comprensione della fatica di adattarci a esperienze affettive fallimentari durante l’infanzia e alla incredibile capacità di trovare un modo (non sempre il migliore) di andare avanti.

 

 

 

 

Per approfondire

 

Libri:

 

Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Raffaello Cortina editore.

 

 

Onofri, A., & Dantonio, T. (2009). La terapia del lutto complicato. Interventi preventivi, psicoeducazione, prospettiva cognitivo-evoluzionista, approccio EMDR. Psicobiettivo.

 

 

Musica:

 

John Lennon, Mother, John Lennon/Plastic Ono Band, 1970.

 

 

 

 

 

 

 

Dott. ssa Clarissa Cavallina

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Sul distanziamento emotivo

Rido perchè è inutile piangere

Nelle situazioni ad alto impatto emotivo negativo come nelle separazioni (es.: la fine di una relazione amorosa, un lutto, un abbandono…) si mettono spesso in atto diverse strategie difensive per la gestione dell’attivazione emotiva. In parte queste strategie sono funzionali alla gestione del dolore quando vengono attivate parzialmente permettendo quindi anche l’avviamento di un processo di elaborazione del vissuto. Nei casi in cui invece le strategie difensive vengono attivate in modo talmente potente da impedire l’integrazione dell’esperienza traumatica nel sé si è di fronte ad esperienze di anestesia emotiva dove si investono molte energie per evitare l’esperienza del dolore che viene negato e nascosto in un angolo della nostra mente, a volte addirittura appare solo come noia, distacco dagli altri o stanchezza fisica. Infatti, non di rado questi individui riferiscono di non stare male ma di sentirsi solo più stanchi del solito. Questa modalità viene tipicamente usata dai soggetti con tendenza alla dissociazione (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Rimozione e dissociazione - Difese del nostro Io") e in alcuni casi dai soggetti con attaccamento distanziante (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Legame di attaccamento- L'importanza di legarsi”). Nei pattern di attaccamento distanziante la minimizzazione dell’esperienza emotiva negativa è una priorità nella quotidianità: vengono spese delle energie per far sì che le emozioni negative vengano minimizzate e quindi apparentemente tenute a bada pagando delle conseguenze di vario tipo come la manifestazione di un sintomo di ansia, di somatizzazione o un impatto negativo sulle relazioni più intime. Queste persone preferiscono non parlare dei vissuti negativi riferendo spesso di non ricordare molto dell’accaduto, nel tentativo (spesso inconsapevole) di chiudere al più presto un discorso sulle emozioni, oppure di non trovare sensato parlarne “raccontare di certe cose è solo una perdita di tempo secondo me”.

 

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