Sul lutto

Perdita e trasformazioni di luce

In cucina. Lei, che le chiedeva sempre di assaggiare la pasta per verificare se fosse finalmente al dente e se mancasse o meno di sale, eh che nel farlo, sorriso complice e sornione, le porgeva una manciata di spaghetti “sapurìti”, direttamente prelevati dal generoso pentolone del sabato col suo forchettone di legno, ormai consumato dal tempo. La felicità racchiusa in un rituale semplice. Probabilmente, uno dei ricordi più intrisi d’amore e dolcezza, che parlano di Irene e di sua nonna. Un fotogramma prezioso in cui tutto quel rapporto appare come condensato. Ma quando perdiamo qualcuno o qualcosa d’amato, che peso assume un ricordo?

 

La morte di un oggetto d’amore, sia esso tanto rappresentato dalla scomparsa di una persona cara, quanto in senso più ampio, dalla perdita della madre patria o da un proprio ideale, induce necessariamente uno sconvolgimento interno e profondo.

Il lutto si configura come una reazione di natura emotivo – affettiva ad una perdita, che tuttavia, non è una perdita qualunque, ma una perdita che tocca e scompagina il senso del mondo (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Il lutto – Della morte e di altre perdite”). Ciò che c’era prima e dopo non c’è più, produce così un mondo nuovo, che ora appare orfano di significati. In risposta a questa perdita, la persona, decisamente apatica e dall’umore depresso, batte in ritirata: non trovando più alcun aspetto di desiderabilità all’esterno di sé, gli preferisce di gran lunga un ripiegamento dal sapore narcisistico; una concentrazione auto-diretta del tutto naturale e che – quando il lutto compie il suo corso ordinario – si pone semplicemente come momento di transizione.

 

In altre parole, in condizioni di normalità, il lutto si configura come momento, che ha un suo inizio ed una sua fine, che è cosa ben diversa dal pensare che esso connoti uno “status” più generale. Se le cose procedono nel giusto verso, il lutto inteso come normale reazione alla perdita, si trasforma in un lavoro vero e proprio (elaborazione del lutto), traducendosi nell’ esito positivo della depressione (per un approfondimento, si rimanda agli articoli “La depressione – La crosta di una ferita interna”“La depressione - Un viaggio fra perdite e assenze”).

 

Ma in tutti gli altri casi, cosa accade? Gli scenari possibili e clinicamente rilevanti sono due. Nel primo, quando la persona che ha subìto l’ingente scomparsa non ha alcuna intenzione di “registrare” l’incontrovertibilità dell’evento, la sua evidenza irreversibile e indigeribile e quindi, il fatto che esso si sia realmente compiuto, si parla di reazione maniacale alla perdita.  Il passaggio al regno di Ade, viene come negato, privato cioè della sua componente reale e da quel momento, la persona mette in atto tutto un complesso di atteggiamenti che gli sono indispensabili per evitare il doloroso seppur necessario confronto col vuoto.

 

Non riuscendo a sentire e “toccare” la perdita, la persona, preda di un rifiuto ostinato, si tuffa dentro ad un ritmo accelerato, che porta con sé l’illusione seducente dell’accesso al lutto “facile”. Un lutto che non abbia costi emotivi di sorta, che non faccia male ma soprattutto che non impieghi tempo. Facile, appunto. Così, la persona si convince di essere passata indenne attraverso la perdita, in una dimensione in cui tutto suona come fosse anestetizzato ed in cui ci si convince (illusoriamente) che l’oggetto d’amore perduto possa essere costantemente sostituito, magari con uno ancor più desiderabile del precedente.

 

In questa vorticosa girandola che si alimenta solo e soltanto di oggetti surrogati in perpetuo, l’assenza resta lì, reale e sempre uguale a se stessa. Impensabile. Insomma, è tutto un: negare, negare, negare. Quando invece la persona è incapace di staccarsi dall’oggetto perduto, ormai entrato in un altrove irraggiungibile, la reazione che si configura è melanconica. Il tempo è come fermo in quell’ “allora”, che diviene un tempo lento e cristallizzato in cui l’altro è costantemente presentificato. Potremmo altrimenti leggere questo meccanismo anche nei termini di un lavoro anti-lutto, perché nei fatti gli rema contro e ne impedisce l’elaborazione naturale. E’ come se la persona, impantanata in quel qualcosa ormai andato perso, vi cadesse eternamente, senza concepire alcuna possibilità di distacco, tanto vivido ne è il ricordo. Non vi è spazio alcuno per la dimenticanza, poiché il solo spazio presente è tutto occupato dall’ingombrante e asfittica presenza dell’altro, presenza, che si fa tanto più “concreta” e presente quanto più dell’altro si avrà un’immagine idealizzata

 

Allora, potremmo forse chiederci: quand’è che la dimenticanza si rende invece possibile, lasciando il passo all’oblio?

Paradossalmente, essa può compiersi solo quando vi sia stato un accesso alla memoria e cioè quando la sosta per un tempo sufficiente nei ricordi abbia permesso alla persona di attraversarli interamente, esponendosi a quote di dolore psichico che, in quel momento, ne acuiscono la sensibilità in modo esponenziale. Un percorso certamente doloroso ed intenso, che non conosce scorciatoie, grazie al quale chi ha perso quel qualcosa o quel qualcuno, ne riconosca in modo autentico l’insostituibilità. Da tale presa di coscienza, ha così luogo la vera svolta trasformativa: è qui che l’accesso al simbolo trova il suo naturale compimento. E’ qui, che il potere dei ricordi cui si è dapprima fatto largo, è ora capace di squarciare il velo nero della perdita e trasformarsi in nuova luce.  

 

Per Approfondire:

 

Freud S., Metapsicologia, Bollati Boringhieri, 1978, Torino

Freud S., L’elaborazione del lutto – Scritti sulla perdita, BUR Rizzoli, 2013, Milano