Un bugiardo patologico come partner 

Castelli di sabbia, Castelli di rabbia

Ogni menzogna ne contiene due: la bugia che raccontiamo agli altri e la bugia che raccontiamo a noi stessi per giustificarla.
Robert Brault

A tutti noi da bambini sarà capitato di dover mentire davanti alla domanda inquisitoria della mamma sul chi abbia mangiato l’ultima fetta della torta al cioccolato rimasta sul tavolo della cucina.
A tutti noi da studenti sarà capitato di fingere un malore o giustificarsi con una scusa stravagante (la quotatissima morte del gatto prende le sue origini da questo contesto) sul perché siamo impreparati per l’interrogazione della prof.

A tutti noi da amici sarà capitato di mentire sulla motivazione del nostro ritardo, adducendo motivazioni come una coda in superstrada o un brutto incidente autostradale.

A tutti noi da lavoratori sarà capitato, davanti alla domanda del proprio superiore o del proprio socio, di mentire sull’aver svolto un certo compito, per poi correre subito ai ripari.

 

Fin da bambini veniamo educati con l’idea che mentire è sbagliato, che le bugie hanno le gambe corte, o, come il povero Pinocchio, che fanno allungare il naso.

Eppure a ognuno di noi sarà capitato nella vita di dire una piccola bugia, “a fin di bene” (funzione adattiva): per evitare una punizione, per cercare approvazione, per mantenere la propria privacy, per evitare il conflitto…

Mentire è peraltro sintomo di un buon livello di organizzazione cognitiva, poiché prevede che il protagonista riconosca l’esistenza di un piano di realtà e di un piano di finzione, e che questi siano stati scambiati in un determinato contesto. Il bugiardo infatti deve avere buona memoria: deve ricordare a chi ha detto cosa, e cercare di mantenere coerenza con la propria versione anche a distanza di tempo.

È anche vero che la nostra memoria è di tipo rielaborativo, pertanto, ogni qual volta che richiamiamo alla memoria un evento per riferirlo, stiamo in realtà riordinando i contenuti secondo una nuova organizzazione cognitiva.

 

Ma in questo specifico contesto, ci interessa comprendere le motivazioni delle persone che tendono a mentire sistematicamente, anche senza una motivazione adattiva, anche per eventi poco rilevanti. Esistono due profili di bugiardi seriali: il bugiardo compulsivo e il bugiardo patologico.

 

Il bugiardo compulsivo non mente per raggiungere un fine specifico, ma semplicemente per abitudine e soprattutto perché mentire lo fa stare meglio rispetto a quando racconta la verità. Essere sinceri per queste persone diventa un’impresa psicologicamente difficile, così mentono su qualsiasi cosa. La bugia diventa una risposta automatica ed irrefrenabile, compulsiva appunto. Questo tipo di bugiardo, non è manipolativo o almeno non lo è apertamente.

 

Il bugiardo patologico invece, è colui che mente incessantemente per ottenere qualcosa e lo fa senza curarsi delle conseguenze emotive e comportamentali che questo atteggiamento può avere sugli altri.

In questo caso l’abitudine alla menzogna è vista come meccanismo per affrontare la realtà. Il bugiardo patologico è in genere manipolativo, autocentrato e ben poco empatico rispetto alla dimensione psicologica delle altre persone.

La persona che mente ha interiorizzato da così tanto tempo il meccanismo della menzogna che riesce a conviverci in modo egosintonico (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Egosintonia e Egodistonia – Di musica e psiche”) e difficilmente percepisce il suo modo di fare come patologico. Molto spesso quindi, è più probabile che siano le persone che circondano il bugiardo patologico a smascherare e soffrire di questa modalità, desiderando che possa essere modificata.

Come per ogni altro comportamento che offre comfort e fuga dallo stress, infatti, la menzogna può creare dipendenza (tanto quanto la droga e l'alcol) ed è quindi difficile da estirpare.

Spesso il quadro di bugia patologica è la punta dell’iceberg di una più ampia e pervasiva organizzazione di personalità patologica, come quella narcisistica (per un approfondimento, si rimanda agli articoli "Vado al massimo - Il narcisismo ai nostri tempi" e "Il narcisismo - L'arresto della capacità di amare") o borderline (per un approfondimento, si rimanda a "L'arte del funambolismo - Il disturbo borderline di personalità" e "Organizzazione borderline di personalità - Alla ricerca di un legame d'amore" ).

Di narcisismo è stato ed viene ancora scritto moltissimo, essendo considerata “la patologia dei nostri tempi”. In questa sede siamo invece interessati ad analizzare cosa avviene nel partner di un bugiardo patologico, e come uscire (non del tutto ma) “abbastanza” illesi da una relazione di questo tipo. Non siamo qui a suggerire strategie di fine relazione, quanto piuttosto a cercare di comprendere e rendere consapevoli certe dinamiche, poiché una profonda consapevolezza è alla base di ogni vero cambiamento dell’essere umano.

Siamo consapevoli del fatto che il più grande oggetto d’amore del narcisista è se stesso e che rapporti inizialmente perfetti e idilliaci, che poi si rivelano in men che non si dica illusori e asimmetrici, spesso nascondono una dinamica di tipo narcisistico. Siamo anche consapevoli che lo scarso amore (e, allo stesso tempo, il bisogno) che il narcisista ha per l’altro, nasconde nient’altro che uno scarso amore per se stesso, dinamica che a sua volta deriva dal non aver sperimentato, nel momento cruciale dell’infanzia, l’amore necessario da parte delle figure di riferimento (per un approfondimento, si rimanda all'articolo "Legame di attaccamento - Il bisogno di legarsi").

È tramite alcune fragilità nel senso di amore (per sé e per gli altri) che ci si rende compatibili con partner nocivi i quali, come prese di corrente, riescono ad agganciarsi perfettamente, ai buchi del muro, che non sono altro che falle emotive, vuoti, piccole oscurità, che consentono un’unione nel profondo, dove i ruoli, rigorosamente asimmetrici, sono ben definiti: una parte dispensa energia, mentre l’altra, il partner nocivo, la assorbe vorace.

Spezzare questi legami può essere così difficile al punto di risultare impossibile (per un approfondimento si rimanda all'articolo "Relazioni patologiche e doppi legami - Di relazioni ci si ammala, di relazioni si guarisce"). È però l’unica vera soluzione per andare nella direzione del rispetto e dell’amore per se stessi, e nell’eventuale conseguente ricerca di una relazionalità altra, dove è possibile sperimentare una simmetria con l’Altro-da-Sé.

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

giulia.radi@hotmail.it

Riceve su appuntamento a Perugia

Per Approfondire:

 

Campbell W.K., Miller D.M. (2011) The handbook of Nacissism and Narcissistic Personality Disorder

 

Norwood R. (1985) Donne che amano troppo

 

Fiore F., L'insostenibile leggerezza del bugiardo patologico (www.stateofmind.it)