Verità o bugia

Le regole di un antico gioco

Verità e menzogna sono due facce della stessa medaglia. La natura stessa ci dimostra che non sempre è utile distinguerle, anzi, come sosteneva Darwin: “Inganni e raggiri fanno parte del gioco della sopravvivenza”. Che sia per amore o per odio, per coraggio o verità, per divertimento o furbizia e per tanti altri motivi ancora, tutti noi conosciamo le regole di questo antico gioco. Già nella primissima infanzia ci ritroviamo a fare i conti con la menzogna. Basti pensare a come il genitore risponde alla domanda: “Da dove vengono i bambini?”.

 

Nella maggior parte dei casi la verità viene omessa, lasciando spazio a racconti fantastici che vedono protagonista una cicogna, un cavolo o qualcos’altro. Come sostiene Freud: “Da questo primo atto di incredulità, origina nel bambino la sua indipendenza intellettuale e spesso egli si sente da quel giorno in grave opposizione con gli adulti ai quali, in fondo, non perdona mai di averlo ingannato in quella occasione”. Per i bambini infatti, dire la verità non è un processo automatico, ma rappresenta un apprendimento progressivo che si acquisisce con il tempo ed è frutto di una maturazione psicologica. Prima di avere pieno accesso alla menzogna, il bambino attraversa perciò diverse tappe evolutive.

La prima bugia detta dal bambino è un semplice “no” ripetuto costantemente a ogni richiesta dell’adulto anche quando, realmente, vorrebbe rispondere in tutt’altro modo. Sul motivo che lo spinge ad utilizzare il “no”, c’è il tentativo di sperimentarsi in una posizione di indipendenza, come pure il testare la persona che ha di fronte osservandone le reazioni, e sperando di uscirne indenne senza incorrere in punizioni e castighi, come se la bugia avesse il potere di una bacchetta magica. Così facendo, scopre quindi di avere una mente propria, capace di pensare e di tenere un segreto per sé, senza sentirsi obbligato a svelare la verità. Da un punto di vista psicodinamico, fino ai tre anni, il bambino non è ancora in grado di distinguere fra realtà e fantasia: non c’è inganno né piena consapevolezza, bensì un utilizzo di questo mezzo per raccontare un’altra verità, la propria, tanto da credere profondamente nelle fantasie che racconta.

 

Verso i tre-quattro anni, il bambino inizia a sperimentare un altro tipo di bugia: scopre cioè di poter inventare storie fantastiche e, cosa ancora più importante, capisce che i propri pensieri rimangono propri e che nessuno può indovinarli. Dalla prospettiva del bambino, “il lupo dietro quella porta o un leone sotto il letto” esistono realmente, e in lui le parole vengono impiegate per dare voce ad ogni pensiero; vi è un uso magico della fantasia, a cui è dato uno spazio straordinariamente ampio e che non si limita ai soli contesti di gioco, ma si estende alla quotidianità. E’ così che per il bambino, una forchetta può assumere le sembianze di un aeroplano, con cui è possibile mangiare serenamente.

 

Verso i cinque-sei anni, il bambino è ormai pienamente consapevole della distinzione tra vero e falso, ma non ha ancora acquisito pienamente il concetto di giusto o sbagliato; accetta e riconosce le regole di condotta che impongono la sincerità, prima ancora di capire il valore della verità stessa e la natura della menzogna. Per sua natura, è portato a mascherare la realtà senza nemmeno rendersene conto, deformandola e piegandola in base ai propri desideri. Tuttavia accetta le regole della sincerità e riconosce come legittima la punizione o il rimprovero per la bugia detta. Si parla di bugia vera e propria, soltanto nel momento in cui viene essa è detta con intenzionalità per trarre un vantaggio diretto per sé o per altri, cosa che avviene attorno agli otto anni. In questa fase di vita la menzogna viene usata per non deludere le aspettative dell’adulto o per paura delle conseguenze delle proprie azioni: pertanto, è fondamentale riuscire a comprendere quali siano i motivi che spingono il bambino ad usare tale strategia, evitando tuttavia punizioni eclatanti, di modo da non interferire col processo di acquisizione dell’autostima. La bugia può essere comunque ricorrere come strumento di difesa di fronte al mondo degli adulti, anche se spesso può esser realmente letta come una vera e propria ribellione, un’affermazione della propria identità. Non farne mai ricorso, in realtà, non è così positivo come si può pensare, poiché un bambino che non mente mai potrebbe non aver ancora costruito e consolidato un proprio spazio intrapsichico diverso da quello dell’altro. E’ per questo che la bugia nell’infanzia non dovrebbe esser punita, ma basterebbe limitarsi ad un semplice rimprovero. Diversamente, il rischio che si corre è che il bambino possa continuare ad inventare altre bugie per evitare punizioni. “Condannare” la menzogna ed al contempo elogiare i comportamenti positivi, potrebbe essere il giusto modo per far comprendere al bambino quando effettivamente sia “conveniente” mentire e quando invece no.

 

Diversamente, durante l’adolescenza la bugia assume tutta’ altra forma e significato. Il ragazzo dovrebbe ormai essere pienamente consapevole della differenza che passa tra realtà e fantasia e pertanto la maggior parte delle volte in cui mente è ben consapevole delle conseguenze delle proprie azioni, preferendo tuttavia servirsi della menzogna per trarre un vantaggio. Quando la bugia si manifesta in età adolescenziale, può diventare la spia di un disagio: il rifiuto di parlare con l’adulto, o di manifestare il suo mondo interiore, potrebbero derivare dal fatto che le ragioni dell’adolescente sono messe a confronto col metro dell’adulto e quindi ritenute assurde e inaccettabili. La principale ragione sta nel bisogno di nascondere parti di sé non ancora pienamente accettate, così da non dover ammettere a se stesso un fallimento o una debolezza personale in una certa circostanza, come quando ad esempio si ritroverà a nascondere un brutto voto preso in un’interrogazione.

 

Inoltre, trovandosi l’adolescente in una fase di vita particolare e delicata, contrasterà il più delle volte e con tutte le sue forze il mondo dell’adulto: le regole gli vanno “strette”, perché non concedono la libertà tanto voluta e desiderata ed è così che si ritrova in un vortice che lo costringe a raccontare mezze verità o bugie vere e proprie, nell’illusione di sentirsi finalmente grande. Mentire può quindi essere un modo per costruire uno spazio privato di Sé, strettamente segreto e quindi non condiviso con altri, per affermare la propria identità e raggiungere la piena autonomia.

 

Il comportamento messo in atto dal mondo che circonda il ragazzo sarà fondamentale per determinarne l’evoluzione futura: se quel mondo si rivelerà disattento o troppo ingenuo, correrà il rischio di favorirne l’impiego, se sarà invece rigoroso o avrà tendenze moralizzanti potrà provocare lo sprofondamento del ragazzo verso una condotta sempre più menzognera. Rilevare e smascherare la condotta senza insistervi troppo, permetterà invece al ragazzo di non sperimentare su di sé sentimenti di vergogna e di comprendere fino in fondo l’inutilità della menzogna.

 

Per Approfondire:

 

  • P. Ekman, Le bugie dei ragazzi. Giunti, 2009

  • M.Rufo, Le bugie vere, Per imparare a dialogare con i propri figli. Università Economica Feltrinelli, 2005