Voler bene ai propri sintomi. La riconciliazione psicosomatica

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Avete presente quell’emicrania così forte da non riuscire a tollerare luce e rumori, la gastrite da piegarsi in due dal dolore, la cervicale da non riuscire ad alzarsi dal letto, la colite da passare tutto il giorno in bagno (eccetera eccetera eccetera) che arrivano puntualmente il venerdì sera, al termine di un’impegnativa settimana di lavoro, e subito prima dell’inizio di un week end all’insegna dello svago. Probabilmente sì, ognun* di noi ha fatto esperienza delle proprie somatizzazioni, dei propri sabotaggi sintomatologici (per approfondire si rimanda all’articolo “I meccanismi di difesa – Quei garanti della sopravvivenza”).

L’approccio performance-based alla malattia di questa nostra società frettolosa ed efficiente vuole farci tornare il prima possibile alla normalità, negando il significato del sintomo quindi tentando di eliminarlo attraverso la farmacologia, anche se sappiamo bene che la liberazione dal sintomo non equivale alla guarigione: è una soluzione temporanea che silenzia quel rumore di sottofondo rappresentato dal sintomo.

Tuttavia i nostri sintomi sono scaltri e si sono evoluti quanto la nostra ricerca in campo farmacologico, tanto che per farsi sentire ad ogni costo sono addirittura diventati in molti casi resistenti al farmaco. Posso prendere ibuprofeni e paracetamoli ma quel fastidio resta lì, anzi si fa ancora più forte, come il ronzio delle api che aumenta di intensità quando l’alveare viene colpito: il nostro sintomo, come le api, è arrabbiato.

Ma facciamo un passo indietro: cosa è un sintomo? Un sintomo è una manifestazione corporea, esterna, che cerca di portare alla nostra attenzione un conflitto emotivo, interno. Se è arrivato a manifestarsi esternamente significa che probabilmente il messaggio di disagio interno che il nostro corpo ci ha inviato è stato sistematicamente ignorato, messo in coda rispetto alle priorità del momento. Il sintomo è stato quindi costretto a “fare rumore” manifestandosi fastidiosamente all’esterno.

È anche importante aggiungere che il sintomo da somatizzazione è ancora uno step intermedio attraverso il quale il nostro inconscio, attraverso il nostro corpo, cerca di mandarci un messaggio. Se inascoltato, il rischio è che si cronicizzi, diventando malattia psicosomatica (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Somatizzazione e psicosomatica – Se solo si potesse pensare”).

La lettura del sintomo è legata al concetto di (sano) auto-sabotaggio ad opera del nostro inconscio, come se da coscienti non fossimo in grado di attivare meccanismi di autotutela e dovesse subentrare un’altra parte di noi che attraverso un processo fastidioso e perentorio ci obbliga ad attuare un cambiamento, perché c’è qualcosa che non va nella nostra gestione della quotidianità.

Ed è qui che subentra una riflessione interessante di una paziente che cerco di riportare parafrasando le sue parole.

“Per lungo tempo ho odiato e combattuto le mie emicranie. Non arrivavano mai all’inizio della settimana lavorativa, ma sempre e solo nei momenti in cui potevo godere dei momenti di riposo e divertimento, impedendomi di farlo. Ero arrabbiata con questi sintomi, come se fossero altro-da-me. Poi è successo qualcosa di inaspettato, ho rimesso insieme i pezzi di me e ho dato una nuova lettura ai miei sintomi, una lettura salvifica in cui ho sentito di avere dentro me una parte più “saggia” della mia parte cosciente, una parte cui mi sono affezionata perché agiva per tutelarmi da me e dalla mia collusione con la società e le sue richieste: se “qualcosa” non mi avesse obbligata a fermarmi, non l’avrei mai fatto per mia volontà. Grazie alle mie emicranie ho impedito al sintomo di degenerare e di ammalarmi di chissà quale malattia autoimmune. Grazie alle mie emicranie ho imparato a rallentare fino quasi a fermarmi. Ho imparato il senso del limite.”

Penso a tutte le persone che combattono con un sintomo che sabota la loro quotidianità e vorrei condividere questa riflessione che vuole leggere il sintomo come una sfida evolutiva che noi lanciamo a noi stess*. Siamo pront* ad accogliere la sfida?

“Le emozioni inespresse non moriranno mai. Sono sepolte vive e usciranno più avanti in un modo peggiore”

Sigmund Freud

Dott.a Giulia Radi

Psicologa e Psicoterapeuta a Perugia e Roma

giulia.radi@hotmail.it

+39 3495887485

Per Approfondire:

Chiozza L.A. (2013) “Perché ci ammaliamo”

Chiozza L.A. (2003) “Psicoanalisi dei disturbi epatici”

Taylor G.J. (1993) “Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea”

Cardinal M. (1975) “Le parole per dirlo”

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