Adolescenza

La crisi fisiologica

“A volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane”

Italo Calvino


 

Ho riflettuto molto sulla scelta del tema di quest’ultimo articolo prima delle vacanze estive, e forse a causa dell’abbuffata di vitamina D grazie al sole di questi giorni, mi è venuto da pensare “bando alla patologia, voglio parlare di normalità”. Che poi sul termine normalità si potrebbe disquisire probabilmente senza mai giungere ad un punto, ma in questo preciso contesto consideriamo normalità come assenza di patologie conclamate: sanità insomma. Per quanto i termini normalità e sanità vicini possano somigliare più ad un ossimoro. Diciamo insomma, senza dilungarci troppo, che questo sarà un articolo che con leggerezza cercherà di fare il punto sulla fase della vita più complicata e da sempre oggetto di studio, dibattito, interesse: l’adolescenza.

L’adolescenza è un periodo della vita che si colloca in continuum con l’infanzia (0-10 anni) e la pre-adolescenza (11-14 anni) e prima dell’età adulta, che è sempre stata fatta coincidere con i 18 anni, la maggiore età, l’età in cui si può prendere la patente, l’età in cui si termina (nella maggior parte dei casi) la scuola superiore, l’età in cui ci si affaccia sul mondo esterno.

L’adolescenza dunque “emerge” proprio quando il corpo del pre-adolescente si trova nel pieno della sua tempesta ormonale, in cui sviluppa i caratteri sessuali secondari, quali peli, mammelle, grasso sottocutaneo, timbro della voce, sistema muscolo-scheletrico, ma anche atteggiamenti e comportamenti individuali, alcuni caratteristici del sesso biologico dell’adolescente, altri caratteristici del genere con il quale l’adolescente si identifica (per un approfondimento, si rimanda agli articoli “Il gender – Questo frainteso” e “L’identità sessuale – L’incontro tra emozioni, erotismo e cultura”).

Oltre alle modificazioni corporee causate dalla tempesta ormonale nella quale l’adolescente si trova a navigare con una poco solida zattera, modificazioni per le quali potremmo trovarci a parlare con un ragazzino con la voce acuta fino alla fine del primo superiore, per poi ritrovarlo con una voce baritonale all’inizio del secondo anno di superiori, dopo solo tre mesi, avvengono, come accennato, tutta una serie di modificazioni non visibili, a livello intrapsichico, che riguardano la sua identità.

L’adolescente infatti, per usare un celebre proverbio, non è “né carne, né pesce”: non è un bambino, quindi non ha più i privilegi dei bambini, né tantomeno i limiti; non è un adulto, talvolta la sua statura o la sua apparenza potrebbero farlo sembrare tale, ma probabilmente conserva ancora tutta una serie di abitudini, molto più simili al mondo infantile che a quello adulto.

Il lavoro dell’adolescente è quindi difficilissimo: è quello di dover cercare, o meglio costruire una propria identità differenziandosi da quella dei propri genitori, ma allo stesso tempo rimanendovi vincolato, in quanto rappresentano l’esempio più incisivo che hanno ricevuto fino a quel momento nella propria vita.

Il conflitto è quindi tra la differenziazione e l’identificazione: io devo necessariamente allontanarmi dai miei modelli genitoriali, per trovarne dei miei, magari simili, magari gli stessi, ma attraverso un percorso del tutto personalizzato.

Se le fondamenta sulle quali l’adolescente con il suo senso di identità poggiano sono solide, l’adolescente potrà tranquillamente divertirsi a sperimentare le diverse personalità che la realtà esterna gli offre. Gli adolescenti sono infatti degli sperimentatori, dei trasformisti: si identificano con un genere musicale, una posizione politica, uno sport, un modo di vestire. Il punto è la tenuta della propria posizione: a volte basta un soffio di vento per far cadere un modello e sposarne subito un altro. Oggi posso essere un Emo, domani un calciatore. L’importante, in adolescenza, è prendere posizione, appartenere ad un gruppo sociale. D’altronde questa è anche l’epoca in cui la socialità è ai suoi massimi livelli: nascono le prime amicizie profonde legate ad una condivisione più matura, nascono i primi interessi sessuali verso l’altro.

Laddove però c’è una solida base (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Legame di attaccamento – L’importanza di legarsi”), la sperimentazione è necessaria per imparare a sentirsi, a conoscersi, a comprendere in quali schemi, categorie ci troviamo più comodi (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Stereotipi e pregiudizi – Una rosa se non si chiamasse rosa”), per andare verso la strutturazione della nostra identità adulta.

Il focus viene quindi spostato a quelle situazioni dove non si è potuta sperimentare una fiducia nell’altro, chiunque esso sia, un genitore, un caregiver, un parente, un amico, un mentore, un professore. In questi sfortunati casi, è difficile poter ascoltare il proprio regolatore interno, che stabilisce un limite rispetto a questa corsa alla sperimentazione. Ed è qui che si pone il rischio. Perchè fino a che la mia sperimentazione si limita al colore dei capelli, il danno è riparabile. Quando invece la mia sperimentazione si estende a comportamenti che possono dimostrarsi autodistruttivi come una sessualità promiscua e non protetta, l’uso di sostanze o la guida spericolata, talvolta possono esserci dei rischi troppo elevati. L’eventuale carenza di una base sicura va poi ad incistarsi su una caratteristica centrale dell’adolescenza, ovvero il mancato sviluppo della corteccia prefrontale, quella zona del nostro sistema nervoso centrale deputata al filtro degli impulsi, che non vengono quindi subito ed indiscriminatamente agiti.

La ricerca dell’identità dell’adolescente può passare anche per la riappropriazione del proprio corpo, modificandolo e personalizzandolo secondo il proprio gusto del momento (con il rischio che ogni cambiamento fatto, soprattutto quelli più definitivi come i tatuaggi, possa non sembrare più interessante a distanza di un brevissimo lasso di tempo). Tra queste si collocano ad esempio piercing e tatuaggi (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Il tatuaggio – Storie incise sulla pelle”), che rappresentano, secondo una lettura simbolica, la possibilità dell’adolescenze di sentire proprio il suo corpo, di auto-generarsi, negando quindi, almeno per un periodo di tempo, la propria dipendenza e le proprie origini.

Si potrebbe parlare infinitamente di quest’affascinante e fisiologico periodo di vita, ma preferisco concludere con una breve riflessione più di carattere sociologico. L’adolescenza, che originariamente veniva fatta corrispondere con il lasso di tempo tra i 15 e i 18 anni, è andata estendendosi sempre più, iniziando più precocemente e terminando, secondo autorevoli studiosi, intorno ai 25 anni, “o forse mai” (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “I giovani Peter Pan di oggi – Volere e volare” e "Forever young - La paura della senescenza"). Questo potrebbe essere associato ad un periodo di crisi economica, che fa sì che una stabilità lavorativa ed economica arrivi sempre più tardi e che quindi si inizi a pensare alla propria vita da adulto, e quindi anche da potenziale genitore, sempre più avanti nel tempo. O forse perché i ritmi schizofrenici della società odierna sempre più generano malcontenti e rifiuti e la ricerca di stili di vita alternativi, che facciano sentire giovani, quindi vivi, ogni giorno. Forse perché una condizione intermedia all’infanzia e all’adolescenza è indefinita quanto rassicurante e deresponsabilizzante.

O forse semplicemente perché la nostra società, che è fatta di uomini, cambia, si evolve, lancia “tendenze”. E quella più in voga negli ultimi anni è proprio quella di perdere la propria ombra, un po’ come fa Peter Pan che così può rimanere bambino per sempre, in modo da volare via senza fardelli sulla schiena, sempre felice perché incosciente. Fatto sta che un giorno o l’altro l’uomo desidera cogliere il frutto della conoscenza, un giorno arriva una Wendy e ricuce l’ombra di Peter, e così la vita può fare il suo corso, andando avanti, che è l’unica direzione in cui si può davvero andare.

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

 

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Per Approfondire:

 

 

 

 

Erikson, H.E. (1969) Identity, youth and crisis.

 

 

Barrie, J.M. (1915) Peter Pan e Wendy