I meccanismi di difesa

Quei garanti della sopravvivenza

I genitori di Martina, tre anni e mezzo di pura vivacità, hanno ben pensato di preparare la loro bimba all’arrivo ormai imminente della sorellina Gaia. Ed ecco che la maggiore mostra via via una premura particolarmente evidente nei confronti della piccola creatura; una premura, questa, che a tratti “preoccupa” i suoi genitori per  l’eccesso di attenzioni che possiede: Martina stringe a sé Gaia per dimostrarle tutto il suo affetto, ma lo fa un po’ troppo energicamente, dandole ripetuti pizzicotti fino a farla scoppiare in un pianto disperato; è sempre lei che con la mamma si propone prontamente d’intonarle qualche nenia per favorirne un migliore riposo.. il che, se le sue non somigliassero a delle urla incontrollate, avrebbe una sua ragion d’essere. In realtà, le manifestazioni eccessivamente amorevoli di Martina potrebbero celare dietro di sè l’esatto contrario: un “odio” nei confronti della nuova arrivata, colpevole di averla ingiustamente spodestata dal suo ruolo di figlia prediletta, circondata com’era dall’amore esclusivo di mamma e papà. O perlomeno, fino a quel momento. Ma l’odio nutrito nei confronti di quello scricciolo appena venuto al mondo non può certo essere reso manifesto, così che la sua trasformazione nel contrario gliene consente una certa espressione liberatoria. La funzione centrale della formazione reattiva è proprio quella di negare un’ambivalenza percepita come minacciosa, cosa che fa trasformando quella disposizione emotiva pericolosa nel suo polo opposto; ciononostante, è un po’ come se nell’affetto cosciente, l’unico concesso, vi fosse in qualche modo traccia di quell’emozione negata, quasi essa fosse riuscita a bypassare l’ostacolo, rappresentato dalla difesa stessa. 

Giovanni, intraprendente e brillante chirurgo poco più che trent’enne, dopo una serie d’interventi a dir poco estenuanti, ha appena concluso il suo lunghissimo turno in ospedale: finalmente rientrato a casa dalla sua bella, parte a descriverle con estrema dovizia di particolari l’operazione più rischiosa ed estrema che gli sia capitata nell’intera giornata: sembra non tradire alcuna emozione, anzi, il suo racconto appare estremamente distaccato e piatto, quasi stesse spiegando i minuziosi passaggi di un’espressione matematica, come se il tutto, pur nel suo incedere costante, non lo avesse impattato e lui se lo fosse lasciato alle spalle. Nell’isolamento dell’affetto i sentimenti più perturbanti sono del tutto sganciati dai pensieri ad essi associati, favorendo così un ingresso alla coscienza di questi ultimi in una forma decisamente più intellettualizzata.  Appare evidente come, in simili contesti, la difesa su citata permetta il controllo necessario e sufficiente ad operare senza che la connessione costante e disturbante fra pensieri conflittuali e vissuti emotivi corrispondenti possa in alcun modo interferire. Entrambe le situazioni mostrano due tipologie di difesa e la descrizione presentata potrebbe già illustrare sommariamente la funzione preminente che tali organizzazioni rivestono.

 

I meccanismi di difesa sono delle operazioni psichiche, a carattere prevalentemente inconscio, messe in atto dall’Io, fedele guardiano del principio di realtà, allo scopo di meglio fronteggiare tutte quelle situazioni d’angoscia percepite come minacciose per l’integrità della persona e della sua stessa psiche, o ancora, per gestire dolori diversamente insopportabili o esperienze emotive psichicamente destrutturanti. Ma il termine difesa merita di esser letto anche in tutt’altra accezione, cosa che in qualche modo limita quella prevalentemente negativa più diffusa: la difesa costituisce un adattamento, del tutto sano e creativo attraverso cui noi percepiamo il mondo, realtà questa che ci accompagnerà per tutta la vita; non è certo semplice stabilire l’esatto ordine di comparsa sequenziale delle difese a partenza dallo sviluppo infantile, tuttavia possiamo effettuare una prima, fondamentale distinzione: se le difese primarie o primitive sono intese come pre - verbali e operanti in modo indifferenziato e globale, poiché attenenti al confine fra  Sé e il mondo esterno, qui non ancora giunto a compimento, quelle mature o secondarie, diversamente, presuppongono che sia stato conquistato un maggiore livello evolutivo, in primis, che il principio di realtà sia stato raggiunto e ciò in quanto esse attengono ai confini interni all’Io, fra quella parte dell’Io che compie l’esperienza e quella che è in grado di osservarla dall’esterno. Ciascuno di noi possiede senza dubbio una costellazione difensiva preferenziale, divenuta parte del nostro stile personale nel tempo e a cui quasi automaticamente ricorriamo per affrontare la totalità esperienziale, il che è certamente dettato da molteplici fattori: il temperamento di base, il tipo di “traumi” subìti nell’infanzia, le difese mostrate e apprese dai nostri genitori, le risposte ottenute a seguito dell’uso di quelle stesse difese. 

Steven kenny - the stump

Ma un punto importante da tenere a mente è che le soluzioni, per quanto primitive, adoperate dal bambino per cogliere il mondo, non rappresentano una modalità percettiva tutta sua, ma interessano indistintamente anche noi adulti,  che applichiamo temporaneamente primitive scissioni - quando cioè separiamo la realtà esperienziale in due opposte categorie per una nostra maggiore semplicità di lettura: buono/cattivo, bianco/nero - piuttosto che forme “onnipotenti” di pensiero: tuttavia, a fare la differenza, è sia la rigidità nella loro applicazione quanto un uso esclusivo e massiccio delle sole difese primitive a discapito di quelle più mature, che nel caso si rivelassero totalmente  assenti, potrebbero forse suggerire la presenza di una struttura psichica sottostante più patologica.

 

 

                                                                                       Dott. ssa Carmela Lucia Marafioti 

 

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Per approfondire:

 

Freud A., L’Io e i meeccanismi di difesa. Giunti, Firenze, 2012.