Identità

Come si risponde alla domanda "Chi sei?"

Eccoti lì: seduto di fronte ad un uomo distinto che ti scruta da una sedia in apparenza molto più comoda della tua. È un esperto in selezione del personale, presumibilmente uno psicologo del lavoro, mentre tu sei al secondo colloquio in questo mese. Quel posto è fatto apposta per te, hai studiato e fatto pratica in quel settore, sei pronto a rispondere ad ogni domanda teorica e tecnica su quella specifica mansione. Hai appena ribadito il tuo nome e, ostentando sicurezza, ti stai accingendo ad esporre dettagliatamente la tua carriera, quando vieni interrotto dalla fatidica richiesta: “Come si descriverebbe in 3 aggettivi?”. Probabilmente l’ultima volta che hai risposto a questa domanda stavi compilando un test su Cioè. Sorridi ed accenni un balbettio (prima fase di imbarazzo). Provi a guardarti dentro, cerchi tutte le possibili risposte sincere da dare che non siano banali, ti armi di coraggio e cinguetti qualcosa (seconda fase di imbarazzo). Il selezionatore potrà a questo punto essere soddisfatto della tua risposta, ma a te sembrerà incompleta, superficiale, se non addirittura poco simile a te.

È faticoso rinchiudersi in 3 aggettivi. Le parole da una parte permettono un incontro e un dialogo con gli altri su un terreno di comune esperienza, ma dall’altra impoveriscono l’esperienza stessa, dovendola ridurre appunto a “parole”.

In fondo… Pochi aggettivi possono davvero descrivere chi siamo? Ma soprattutto, siamo noi in grado di descrivere chi siamo?

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Sebbene regole sociali ci spingano ad assumere il ruolo del “ragazzino uguale a centomila ragazzini” e ci impongano aggettivi convenzionali per descriverci, la  psicologia ci ricorda come il termine identità faccia riferimento all’unicità dell’essere.

Nella società possiamo assumere contemporaneamente più identità dette “identità sociali” (comuni a più individui che hanno caratteristiche simili): abbiamo un nome e uno stato civile, siamo cattolici, eterosessuali, avvocati.. Però possediamo un’ identità psicologica unica, soltanto nostra che, nel crescere, andrà incontro più volte al cambiamento. Ogni individuo è il solo e l’irripetibile, quindi, ma si troverà per tutta la vita a lottare per la sua unicità. Lottare alla ricerca di un equilibrio interno che gli ricordi che “è” e “chi è”. Lottare contro un’etichetta che la società cercherà di attribuirgli e dietro cui a volte si rifugerà, perché l’omologazione potrà momentaneamente salvarlo dal difficile compito di scegliere. 

Secondo Erik Erikson, ogni fase della vita è caratterizzata da una "crisi", un conflitto intrapsichico e sociale di fronte al quale l'individuo si trova a dover scegliere se esistere o non esistere. L’identità si struttura durante il corso della vita in un processo dinamico di co-costruzione tra l’innato (il nostro patrimonio genetico) e l’acquisito (le nostre relazioni e, più in generale, le interazioni con l’ambiente che ci circonda).

Il bambino si riconosce per la prima volta come un'identità a sé attraverso quel “banale riflesso” in cui vede la propria immagine negli occhi della mamma. Crescendo, aumentano le interazioni con l'ambiente e le esperienze assumono sempre più, sino alla vecchiaia, un ruolo centrale nello strutturarsi dell’ identità.

L'adolescenza rappresenta il periodo in cui va in scena la crisi più profonda del processo di costruzione di identità. Winnicott parla di questa fase di vita come la “scoperta personale durante la quale ogni soggetto è impegnato in una esperienza: quella di vivere, e in un problema: quello di esistere.” In bilico tra l’essere bambino e l’essere adulto, l’individuo perde la certezza della sua unicità, e proprio quando i vissuti infantili si riattualizzano, trovano lo spazio per essere riscritti.

Nella scoperta personale di se stesso, l’adolescente ricercherà un tipo di socializzazioni diverse rispetto a quelle sperimentate in famiglia negli anni della sua fanciullezza, scegliendo di vivere ed esistere per mezzo di un oggetto esterno, come l’oggetto sociale “gruppo”. Rifugiandosi in un gruppo, imparerà pian piano a conoscere se stesso; asseconderà le mode del momento modificando il proprio look e la sua identità riceverà forza e vitalità in seguito ad apprezzamenti estetici ricevuti da pari. Potrà, in questo modo, demandare agli oggetti (come vestiti, taglio di capelli, tatuaggi..) il compito di attribuirgli un’identità, poiché infatti anche nell’apparenza, sebbene ci sembri un concetto superficiale, scegliamo di essere.

Gli oggetti rappresenteranno, così, il mezzo di comunicazione primaria attraverso cui egli parlerà di sé e per mezzo di cui potrà affermare e rivendicare l’unicità della propria identità.

 

 

“Nel mondo, vivo sempre insieme ai miei capelli… Quando perdo il senso e non mi sento niente, io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma che esisto e rappresento qualcosa per gli altri di unico, vivo, vero e sincero. Malgrado questa pietosa impennata di orgoglio, io tento ogni giorno che vivo di essere un uomo e non un cespuglio”.

 

 

Credo che ognuno di noi possa scorgere un panorama diverso al di là della sua “siepe”.

 

 

Dott.ssa Emanuela Gamba

 

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emanuela.gamba@libero.it

 

Per Approfondire

 

Erikson Erik H.,  “Infanzia e Società”, Armando Editore

 

Bovone L. e Volonté P., “Comunicare le identità- percorsi della soggettività nell’età contemporanea”, Ed. Franco Angeli, 2006

 

 “Capelli”  Canzone di Niccolò Fabi