Il Malessere

Ai tempi dei Social Network

 

Articolo Vincitore del Contest "WeWantYou" per il mese di Frebbraio 2020, dedicato ai nostri lettori. 

Partecipa inviando il tuo articolo ad argomento psicologico a ilsigarodifreud@gmail.com e vinci la pubblicazione!

 

 

 

Durante questo primo semestre all’Università, ho partecipato ad un lavoro di gruppo in cui il professore ci chiedeva di studiare un libro per discuterne poi in aula con i colleghi. Il libro da noi scelto è stato “Il malessere” di René Kaës, uno psicoanalista francese contemporaneo. Uno dei propositi di Kaës è quello di comprendere come si esprime il malessere e come si formano nuovi modi di concepire la vita psichica in questo preciso momento storico. Mi sono trovata molto a riflettere sul significato di malessere nella società in cui viviamo, che è totalmente differente rispetto al passato: oggi appare radicato, esistenziale, è una messa in discussione della nostra stessa capacità di essere e di esistere in sufficiente accordo con noi stessi, con gli altri e con il mondo.
Lo stesso Kaës ad un certo punto del suo libro analizza l’opera di Freud “Il disagio della civiltà”, un’opera pubblicata per la prima volta nel 1929, che appartiene quindi al tardo pensiero freudiano, periodo in cui Freud si sofferma maggiormente sul ruolo della società nella sofferenza psichica dell’individuo. Egli parla appunto di un disagio che è “della civiltà”, nel senso che è dovuto ad essa, poiché la maggior parte delle sofferenze dell’uomo è dovuta essenzialmente alle dinamiche della società in cui viviamo, e questo concetto oggi appare particolarmente attuale.

 

“Apparire” è la parola d’ordine: si deve essere a tutti i costi belli, ricchi, soddisfatti, realizzati, interessanti, perfetti. Forse questo desiderio è sempre appartenuto all’uomo, ma oggi più che mai, con la diffusione e l’utilizzo dei social network, mettersi in mostra e, al tempo stesso, guardare ciò che fanno altre centinaia di persone, è diventato la norma. Le dinamiche della società in cui viviamo oggi sono così disfunzionali che per forza di cose produrranno malessere: quando ci si adatta ed esse si finisce per vivere una vita vuota, superficiale, in cui si perde il confine tra ciò che realmente ci piace e ciò che invece facciamo soltanto per apparire invidiabili ed interessanti. Si pensi all’esperienza di un concerto oggi: per la maggior parte del tempo, gli spettatori registrano dei video, pubblicano “storie” su Instagram, riprendono se stessi mentre cantano le canzoni a squarciagola. Viene spontaneo chiedersi se siano lì perché realmente apprezzino quel cantante o se sia più importante far sapere a tutti che si sta facendo qualcosa di bello. Personalmente, credo che oggi questa linea di confine sia sempre più sfumata e indefinita.

Ma il malessere più grande lo vive chi, per un qualsiasi motivo, si discosta da quest’ideale di perfezione, da questa popolarità, chi pecca in qualcosa. Se non si è sufficientemente belli, ricchi, popolari, desiderabili, simpatici e interessanti, questo mondo social ti taglia fuori, ti isola, ti deride, contribuendo a rendere ancora più inaccettabili le proprie imperfezioni.

I social network si configurano come dei veri e propri luoghi in cui si definiscono i confini tra chi è popolare e chi no, chi fa parte del mondo e chi ne è fuori. Sappiamo che il nostro “sé” si forma per mezzo dello sguardo dell’altro significativo, bene: oggi è come se il nostro esistere nella società sia mediato dalla nostra immagine pubblica, “social”, e i nostri altri significativi siano tutti coloro che ci approvano (o disapprovano) sul web. Se non siamo perfetti, se non ci adattiamo, non valiamo nulla e quindi non siamo nessuno.

 

Quello che il mondo dei social network ci rimanda è il fatto che gli altri sono sempre migliori di noi, ma questo avviene soltanto perché i problemi, i fallimenti, le delusioni, le mancanze, i difetti, quegli aspetti che potremmo definire brutti, nonostante siano totalmente normali e accomunino tutti gli uomini, non vengono raccontati, non vengono pubblicati, non vengono inseriti nell’immagine che mostriamo in giro. Vengono semplicemente tagliati fuori. Nessuno di noi pubblicherebbe una foto in cui è venuto male o mostrerebbe su Facebook la propria infelicità o insoddisfazione, e proprio questo comportamento non è altro che l’interiorizzazione di questo meccanismo. Ma ciò che ne consegue è che siamo tutti maggiormente insoddisfatti proprio perché siamo convinti che gli altri, al contrario, non lo siano. Noi dobbiamo già convivere quotidianamente con i nostri sentimenti di angoscia, di paura, con la nostra rabbia e le nostre debolezze; per tornare a Freud, viviamo già abbondantemente un conflitto intrapsichico, che oggi è maggiormente amplificato dal nostro sguardo sul mondo dei social network.

Questa dinamica, purtroppo, coinvolge tutti noi, me compresa. Quale soluzione mi viene in mente rispetto a tutto questo? Io credo che il primo passo da fare sia innanzitutto prendere coscienza di queste dinamiche, perché solo così possiamo in qualche modo creare il giusto distacco, comprendendo e decidendo in maniera consapevole cosa scegliere di pensare quando ci si ritrova di fronte ad immagini, post e articoli che ci rimandano ad un’idea di perfezione e di felicità del tutto finta. Io scelgo di pensare che tutti sono come me, che ognuno di noi ha delle debolezze, dei momenti bui, dei problemi e delle fragilità che non conosco, e questo mi aiuta e mi consola non perché “mal comune, mezzo gaudio” ma perché scelgo che sia viva in me la consapevolezza che gli altri sono imperfetti in quanto umani, proprio come lo sono io.

 

In secondo luogo, possiamo scegliere di utilizzare i social network in maniera adattiva, positiva, per promuovere un messaggio, per diffondere speranza, per mostrare che un mondo diverso è possibile, per pubblicizzare un lavoro, per essere in contatto con persone lontane, per condividere contenuti che riteniamo importanti o piacevoli, per contribuire ad aiutare un’associazione di cui sosteniamo le cause, per far  arrivare un messaggio a più persone possibili, ma rimanendo pienamente consapevoli dei problemi legati al loro utilizzo.

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Giulia Lo Iacono,

Studentessa di Psicologia Clinica

Vincitrice del Contest WeWantYou per il mese di febbraio 2020

 

 

 

 

 

Per Approfondire 

 

René Kaës, "Il Malessere", Ed. Borla, 2014

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