Il Narcisismo

L'arresto della capacità di amare

Narra il mito che Narciso fosse un giovane di bellezza tanto dolce e raffinata che tutte le persone lo rimiravano e si innamoravano di lui, fossero esse uomini o donne. Ma Narciso rifuggiva ogni attenzione amorosa, fino a che un giorno non incontrò e si innamorò della propria immagine riflessa in uno stagno e, non consapevole di avere di fronte se stesso, anelando un abbraccio dalla sua stessa immagine, si tuffò e morì annegato.

 

L’eredità del mito ha fatto sì che secondo il senso comune il narcisista sia appunto una persona innamorata di sé, autocentrata, persino egoista. Ancor di più, i teorici contemporanei hanno azzardato definendo il periodo storico che stiamo vivendo, in particolar modo nella nostra civiltà occidentale, l’ “era del narcisismo”. La ricerca del successo a tutti i costi (per un approfondimento si rimanda all’articolo “Vado al massimo – Il narcisismo dei nostri tempi” sulla rivista di Febbraio 2015), l’individualismo, l’agguerrita competizione in campo lavorativo, la profonda crisi economica (e dei valori) … fanno sì che l’individuo si focalizzi eccessivamente sul presente perdendo coscienza storica e progettualità futura nel lungo termine.

Ritengo però importante fare chiarezza sul significato del termine narcisista, ab-usato al giorno d’oggi, in tutte le sue sfaccettature. Per essere netti si potrebbe dire che esiste un narcisismo “sano” ed un narcisismo “patologico”. Chiaramente, quando parliamo dell’umano, non è mai possibile creare dei contenitori che possano racchiudere perfettamente l’esperienza. Immaginiamo piuttosto che esista una linea, agli estremi della quale troviamo queste due configurazioni.

Verso l’estremo “sano” sarà possibile incontrare tutte quelle persone capaci di comprendere i bisogni altrui, che scelgono però consapevolmente e difensivamente di ignorarli, o quantomeno di metterli in secondo piano. Sono persone che pongono se stessi al centro della propria esistenza, persone autocentrate appunto, talvolta eccessivamente fiduciose nelle proprie potenzialità, tanto da sopravvalutarsi. Sono persone competitive e proiettate al successo ad ogni costo nel campo in cui scelgono di primeggiare, sia esso la carriera (aziendale, sportiva, musicale ecc.; rientrano in questa categoria i cosiddetti “squali di Wall Street”), o le relazioni amorose (il Don Giovanni, ad esempio). Sono persone che sposano la filosofia del “mors tua, vita mea”.

Per poter incontrare il narcisista “patologico” dobbiamo invece gradualmente spostarci verso l’altro estremo della linea immaginata, dove troviamo un bambino a tavola che fa i capricci per mangiare, e due differenti reazioni che corrispondono a due diversi modelli materni. Una prima mamma che si interroga sulla motivazione del capriccio, inserendolo in una logica di causa-effetto e fornendo una soluzione adeguata al bambino (ad esempio, il bambino potrebbe esser stato rimproverato dalla maestra a scuola e trovarsi quindi in un momento di vulnerabilità, per cui mangiare sulle gambe della mamma, con una concessione regressiva quindi, potrebbe essere una consolazione sufficiente per aiutarlo a “ripartire”). Ed una seconda mamma, la quale anziché cercare le cause del comportamento del proprio bambino, gli comunica la sua impazienza di concludere il momento del pasto, utilizzando stratagemmi affinché questo avvenga, come “dai, che se finisci tutto poi la mamma ti vuole bene”. C’è dunque una mamma che vede il suo bambino e si mette empaticamente nei suoi panni, e c’è una mamma, la mamma del nostro narcisista “patologico”, che sostituisce al desiderio del bambino il proprio, generando un pericoloso meccanismo perverso che può portare alla strutturazione di un falso sé (per un approfondimento si rimanda all’articolo “Il falso sé – Sul sentimento di autenticità” sulla rivista di Marzo 2015).

Come può infatti un bambino che non è stato visto, vedere a sua volta l’altro? Come può una persona mettersi nei panni degli altri se nessuno si è saputo mettere nei suoi?

Alice Miller nella sua opera “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé” ritiene, per esempio, che in molte famiglie ci sia un bambino dotato di qualità intuitive naturali che vengono inconsciamente utilizzate dai genitori per mantenere la loro autostima, e questo bambino crescerà senza sapere esattamente a chi appartenga la vita che conduce. Secondo l'autrice, i bambini dotati hanno maggiori possibilità dei loro coetanei di essere trattati come estensioni narcisistiche, e sono quindi più inclini a diventare adulti narcisisti.

Un genitore che sa già chi deve essere e diventare il proprio bambino fa di tutto per comunicargli (attraverso una comunicazione silente) le sue aspettative, legandole ad una gratificazione affettiva conseguente. Anche in questo caso si mette in moto un meccanismo perverso, per il quale il bambino, che desidera ad ogni costo l’amore genitoriale, farà di tutto per diventare il chirurgo che mamma e papà hanno sempre sognato che diventasse. In questo caso il bambino rappresenta l’estensione narcisistica del genitore, che si pavoneggerà per gli eccellenti risultati del figlio, sentendosi grandioso a sua volta. Questo figlio d’altra parte non imparerà a distinguere il desiderio dell’altro dal proprio, non potendo quindi avere accesso in maniera autentica ad una dimensione relazionale. Piuttosto, userà a sua volta l’altro come un’estensione narcisistica di sé, come funzionale al mantenimento della propria autostima.

Gli psicologi del Sé hanno coniato il termine “oggetto-sé” per indicare quelle persone che nella nostra vita alimentano un senso di identità e di considerazione attraverso la loro conferma. La persona narcisista ha talmente bisogno di oggetti-sé da far impallidire gli altri aspetti del rapporto.

Il dramma del narcisista, il conto più pesante che si trova a pagare, è l'arresto dello sviluppo della capacita di amare. D’altronde, come posso amare l’altro se non lo vedo? Come posso sentirmi amato se non sono stato neppure visto?

Alice Miller sostiene che in ogni narcisista fatuo e grandioso si nasconde un bambino impacciato e vergognoso, un bambino che ha costruito sulle sue insicurezze e le sue paure dei grandiosi palazzi, che poggiano però su una falda acquifera o su un terreno soggetto a smottamenti. È il terrore che l’edificio crolli che alimenta il senso di grandiosità del narcisista, che lo spinge ancor più a perseguire i suoi scopi pur percependoli come estranei. Perché rappresentano l’unico appiglio possibile cui aggrapparsi, l’alternativa al quale è una caduta nel vuoto che ha dentro di sé.

La depressione del narcisista è infatti una depressione ben diversa dalla depressione “classica”, ricca di soggettività (per un approfondimento si rimanda all’articolo “La depressione – La crosta di una ferita interna” sulla rivista di gennaio 2015). La depressione del narcisista è una depressione vuota di soggettività e di punti di riferimento, di appigli. Ma è l’unica condizione nella quale è indispensabile immergersi per poter finalmente iniziare a costruire i propri punti cardinali, per poter scegliere il terreno adatto dove porre le basi per la costruzione del proprio edificio, del proprio sé. E se da una parte il prezzo da pagare è ingente, talvolta rappresentato dalla messa in discussione di tutte le proprie scelte di vita, dall’altra la gratificazione ha un valore inquantificabile: l’acquisizione della capacità di entrare in relazione, quindi di amare.

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

 

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Per approfondire:

 

Cesareo V. (2012) L’era del narcisismo. Franco Angeli Editore

 

Gabbard G.O. (2015) Psichiatria Psicodinamica – Quinta edizione basata sul DSM 5. Raffaello Cortina Editore

 

Miller A. (1985) Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Bollati Boringhieri Editore