La rana e lo scorpione

Incontri d'identità

Per Approfondire:

 

 

Marie-Louise von Franz (1980) Le fiabe interpretate. Bollati Boringhieri

 

 

Quasi tutti conoscono la favola della rana e lo scorpione (spesso attribuita ad Esopo anche se la provenienza originale non è certa). Questa storia viene in genere usata, metaforicamente, per descrivere l’immutabilità della natura umana.

Il senso della favola che più spesso viene messo in risalto riguarda un comportamento piuttosto diffuso nelle persone, ovvero la difficoltà di modificare determinati atteggiamenti che fanno parte in maniera profonda della nostra personalità, anche se disfunzionali.

Pensiamo, ad esempio, a quando decidiamo di cambiare un nostro modo di fare che non ci piace, oppure di non commettere più gli stessi sbagli del passato e, nonostante la nostra ferma convinzione, reiteriamo gli stessi errori, ricadiamo nella stessa trappola che a volte siamo noi a crearci.

Un po’ come i protagonisti della favola, dove lo scorpione punge la rana nonostante sappia che questo causerà la sua morte. Allo stesso modo, la rana decide di portarlo dall’altra parte del fiume nonostante l’evidente pericolo.

 

Questa storia, però, nasconde a mio parere anche un altro messaggio, forse più profondo e meno evidente. L’incontro tra la rana e lo scorpione vuol parlare anche di identità, dell’importanza del riconoscersi e di quanto possa essere “potente” aprirsi all’altro.

L’identità ha a che fare con l’immagine che ognuno ha di sé, della propria soggettività. È costituita da tutte le esperienze vissute nell’infanzia, dal rapporto con i genitori, dal rapporto con l’ambiente circostante e altre relazioni sociali significative (amici, partner, colleghi etc..). Tutto quello che viviamo, sia a livello cognitivo che a livello emotivo, serve a costruire, tassello per tassello, la nostra identità, che rappresenta dunque il risultato tra l’interazione psico-emotiva con l’esterno e i vissuti e le esperienze che “immagazziniamo” al nostro interno.

L’identità è immutabile?

No, è un movimento continuo, una casa che non si smette mai di costruire, nella quale si aggiunge sempre un pezzo nuovo, una nuova stanza, un arredamento diverso. Ovviamente, crescendo si acquisisce un’identità più forte, meno malleabile e abbastanza regolare. L’incontro, però, con nuove esperienze, nuove emozioni e soprattutto nuove persone significative può comunque modificarla ulteriormente, rimetterla in discussione e ampliarla.

Secondo George H. Mead l’ambiente sociale riveste il ruolo di una sorta di specchio con una funzione riflettente, che permette di modellare parti della nostra identità. Ed è in particolare l’altro, portatore della sua persona, a produrre questo riflesso che ci aiuta a definire meglio chi siamo.

Come si ritrova tutto questo nella favola della rana e dello scorpione?

Tutti e due sono portatori di un’identità ben definita, ma dal loro incontro, dal loro riconoscersi, si crea una situazione diversa che permette a entrambi di mettersi in gioco. La rana è un’animale che, per natura, dovrebbe fuggire, evitare il più possibile il pericolo rappresentato dallo scorpione. Inoltre, non ha nessun vantaggio personale nel portare l’insetto dall’altra parte del fiume. Decide, comunque, di farlo lo stesso. Lo scorpione, d’altra parte, sa già che con ogni probabilità pungerà la rana ma cerca ugualmente di convincerla ad accettare di aiutarlo. Entrambi si trasformano nello specchio dell’altro, generando una nuova situazione capace di modificare, leggermente, le proprie identità, dando loro la possibilità di agire dei comportamenti che altrimenti non avrebbero mai messo in atto.

La rana vede nello scorpione l’opportunità di compiere un gesto che è non propriamente nella sua natura, ha la possibilità di mostrarsi coraggiosa attraverso un atto di generosità e fiducia, nonostante il pericolo e l’eventualità di essere ferita; dall’altra parte il gesto dello scorpione, ovvero la decisione di pungere la rana, può essere visto come un “dono”, un voler mostrare, come riconoscimento per la fiducia ricevuta, la propria identità, un tentativo di essere sincero e farsi vedere realmente. I due sprofondano (etimologicamente “andare verso il fondo) e lo fanno insieme, perché è incontrandosi e riconoscendosi autenticamente che si può accedere a tutto quello che di solito viene tenuto nascosto.

Pensiamo a quante volte celiamo al nostro interno emozioni, bisogni, desideri che, se mascherati e oscurati troppo a lungo, possono ingigantirsi opprimendoci; o anche, quando neghiamo o non accettiamo parti di noi aprendo la strada ad ansie e senso di incompletezza.

Il raccontarci all’altro, riflettendoci nello specchio che ci dona l’incontro con chi abbiamo intorno, ci dà la possibilità di vedere realmente quali sono i confini della nostra identità, mostrandoci  quello che possiamo modificare e dove possiamo migliorarci.

È nel riconoscerci attraverso l’altro che possiamo capire meglio la nostra vera natura.

 

“Basta guardare qualcuno in faccia un po’ di più, per avere la sensazione, alla fine, di guardarsi in uno specchio” (Paul Auster)

“Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.” La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” “E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’ospite il perché del gesto. “Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura!”